Infelicità come destino? Coazione a ripetere, ovvero: perché capitano tutte a me?

Pubblicato il 18 settembre, 2019  / Psicologia e dintorni
comportamenti ripetitivi

Mi capita spesso, dentro e fuori la stanza d’analisi, di sentirmi rivolgere questa domanda declinata nelle modalità più fantasiose: c’è chi si sente sempre malversato o trattato ingiustamente, chi colleziona abbandoni o tradimenti, o non riesce a evitare di agire in un modo che danneggia sé stesso e i suoi legami affettivi.

Ora, se è vero che la casistica è virtualmente illimitata, alla fine la questione è pur sempre la stessa, e proporrei di provare, per prima cosa, a formularla in un’accezione meno passiva, ovvero: perché vado sempre a ficcarmi nelle stesse situazioni sterili e frustranti? Intendiamoci, il caso (o ‘sfortuna’ che dir si voglia) esiste, ma il buon senso di osservare che tali circostanze tendono a riproporsi nel tempo dovrebbe escludere questa eventualità: la sfortuna è cieca come la sua controparte, non perseguita nessuno.

Dunque non è per caso che si sceglie un partner piuttosto che un altro, e non è per caso che ci si trova coinvolti in dinamiche ripetitive con persone diverse, ma questo accade per una precisa ragione e con il nostro inconsapevole contributo: proverò a illustrare nel modo più semplificato e schematico possibile come ciò possa avvenire, e perché, guardando alla questione dalla prospettiva di come funziona il nostro cervello.

Non tutte le aree cerebrali si sviluppano allo stesso tempo: alcune di esse, come il tronco encefalico, connesse a funzioni vitali quali il battito cardiaco e la respirazione, sono già attive a pieno regime alla nascita, così come lo sono quelle reti neuronali che presiedono a stati emotivi di base, come ad esempio la paura. Tutto questo funziona in automatico perché è necessario alla sopravvivenza.

Altre aree cerebrali quali, ad esempio, la corteccia prefrontale, sono molto più sofisticate ed evolvono molto più tardi nel corso dello sviluppo: esse ci permettono di modulare i nostri impulsi più primitivi, di riflettere prima di agire, ci danno una maggiore libertà di scegliere cosa è meglio per noi, anziché agire come automi, ma solo se sono ben collegate alle aree primitive di cui vi parlavo prima.

Se non lo sono, continueremo ad agire in modo impulsivo e irrazionale, e questo accadrà in ogni area della nostra esperienza che è stata fonte, nella nostra infanzia (quando funzionavano i circuiti primitivi in modo quasi esclusivo), di grande sofferenza: perché il dolore, quando è eccessivo, ostacola i collegamenti neuronali. Vi avvicinereste a un incendio a cuor leggero? Ecco, lo stesso fanno i neuroni: isolano i circuiti del (troppo) dolore. Quindi siamo in balìa di quelle esperienze che non siamo riusciti a ‘elaborare’ – ovvero a collegare efficacemente con i circuiti più maturi.

Non solo: dal momento che le aree primitive funzionano in modo automatico, ogni qualvolta ci troveremo nei pressi di una di quelle esperienze dolorose, ci cascheremo dentro con tutte le scarpe. Infatti le aree cerebrali più evolute, deputate ad aiutarci a riconoscere la situazione, a riflettere su di essa e a poter scegliere di agire in modo più costruttivo e utile, non saranno ben collegate o lo saranno debolmente, e non avranno la forza di contrastare l’automatismo in atto.

Risultato: ci comportiamo ora, da adulti, come ci comportammo allora, bambini; reagiamo alla situazione con la stessa intensità emotiva e la stessa impotenza, perché quei circuiti neurali son rimasti più o meno tali e quali. In altri termini, il sistema non si è aggiornato.