Demenza di Alzheimer: l'importanza della stimolazione cognitiva

L'intervento dello psicologo

Pubblicato il 22 maggio, 2017  / Psicologia e dintorni
Demenza di Alzheimer: l'importanza della stimolazione cognitiva

“Signora, suo marito ha l’Alzheimer”. Come non sentirsi persi davanti a questa affermazione?

L’Alzheimer è una patologia neurodegenerativa dell’anziano di cui a oggi non si conoscono le cause e per la quale non esistono cure risolutive. I farmaci da soli non bastano ed esaminando la letteratura scientifica in materia, si evince come i risultati migliori si ottengano dall’associazione tra un trattamento farmacologico e un intervento non farmacologico. Riveste a tal proposito un ruolo fondamentale la stimolazione cognitiva, attraverso cui è possibile attivare ed esercitare le funzioni cognitive.

Gli inibitori reversibili dell’acetilcolinesterasi (AChE) e la memantina sono gli unici medicinali approvati in Italia per il trattamento dell’Alzheimer, come si legge nella nota 85 dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco). Al fine di selezionare la strategia terapeutica appropriata, sulla base dei bisogni individuali del paziente, appaiono tuttavia indispensabili una preliminare valutazione neuropsicologica e neurologica, che permettano di rilevare punti di forza e di debolezza. Solo tramite una caratterizzazione cognitiva si può valutare l’idoneità del farmaco e l’avvio di un percorso di presa a carico neuropsicologica, che potenzi gli effetti benefici.

Si sta diffondendo fra gli esperti l’opinione che per il trattamento dei sintomi associati alla demenza l’uso dei farmaci dovrebbe essere associato a un trattamento non farmacologico, come la stimolazione cognitiva, ovvero un intervento che intende attivare ed esercitare specifiche funzioni cognitive, quali la memoria, il linguaggio, l’attenzione, le abilità visuo-spaziali, le funzioni esecutive.

Ma come si realizza la stimolazione?

Mediante esercizi carta e matita o computerizzati, appositamente selezionati o creati sulla base dei bisogni individuali del paziente, è possibile avere un’attivazione delle funzioni mentali non completamente deteriorate, intervenendo sulle potenzialità residue e perseguendo una compensazione delle abilità perdute.

La sua efficacia si basa sul fenomeno della “ridondanza”, secondo il quale ogni funzione può essere assolta da più circuiti neuronali per cui, qualora il principale subisca un danno, possono subentrare in sostituzione altri circuiti. Occorre tuttavia mantenere attivi tali circuiti e connessioni, esercitandoli più volte (come sottolineato dal detto “Use it or Lose it”, usalo o perdilo).

Inoltre ogni neurone ha bisogno di essere circondato da altri neuroni il più possibile “in forma”, così da esserne “nutrito”. Sulla base di tali presupposti appare evidente come sia fondamentale promuovere una stimolazione delle abilità cognitive nel paziente affetto da malattia di Alzheimer, al fine di consentire l’attivazione dei circuiti disponibili e rallentare il progredire della patologia. In tal modo si potrà contribuire a mantenere il più a lungo possibile un ruolo e un’autonomia nel proprio ambiente e si aiuteranno i familiari ad adattarsi gradualmente ai cambiamenti che subentreranno.

Una seduta di stimolazione cognitiva, sulla base della letteratura scientifica di riferimento, ha una durata di 45 minuti e andrebbe ripetuta due volte alla settimana, per garantire un’efficacia maggiore.

Durante l’incontro, condotto da uno psicologo specializzato, il paziente si eserciterà con giochi di parole, matrici attentive, risoluzione di problemi, memorizzazione di liste di parole o immagini, riflessioni su vicende di attualità, esercizi di orientamento temporo-spaziale e personale e altro. Ogni ciclo, che dovrebbe avere una durata minima di tre mesi, deve essere costruito appositamente sulla base delle specifiche esigenze del paziente, per questo risulta necessaria una preliminare visita neuropsicologica, che consenta di individuare punti di forza e di debolezza.

La personalizzazione dell’intervento è fondamentale affinchè la stimolazione effettuata non rimanga un mero esercizio, ma possa calarsi e adattarsi al contesto quotidiano di riferimento del paziente, ai suoi interessi e alle sue abitudini.

La stimolazione cognitiva, o meglio “attivazione cognitiva”, rappresenta pertanto un valido percorso per i pazienti affetti da malattia di Alzheimer, soprattutto qualora associata a una terapia farmacologica, e dovrebbe costituire la strategia terapeutica d’elezione in particolar modo in fasi lievi di malattia.