Anche gli psicologi piangono

Riparlare di morte, istante di una vita che funziona come chiave, per chi resta, per comprendere molto di sé.

Pubblicato il 10 novembre, 2017  / Psicologia e dintorni
Anche gli psicologi piangono

Di nuovo sulla morte.

Ho sempre pensato che noi, psicologi e psicoterapeuti, non siamo immuni alle vicende della vita. Anzi forse, al contrario, avendo strumenti per analizzare processi ed emozioni, ne rimaniamo maggiormente coinvolti.

Così accade che la morte fa un giro nella mia vita, portando via in modo violento una persona importante della mia famiglia. Come esperto della mente e delle emozioni vado in protezione degli altri componenti della mia comunità. Negli aspetti pratici e in quelli più emozionali, divento perno sul quale tutti gli altri fanno forza per superare il momento difficile e doloroso.

Continua così per molto tempo, per tanto di quel tempo, che mi rendo conto non riesco a concedermi un momento per affrontare il mio lutto, la mia mancanza, il mio dolore.

Questo rimane lì, fra le pieghe delle prime rughe d’espressione, fra un bicchiere di vino di troppo e un livello di trasandatezza che non m’appartiene.

Riesco ad accompagnare tutti gli altri senza problemi, dando spunti di riflessione e speranza per il tempo rimasto. 

Poi arriva quel momento, arriva per tutti, in cui non importa chi sei o cosa fai, non importa se sei “uno bravo” o se al contrario hai bisogno. Quel momento in cui devi abbassare le difese arriva per tutti, ed è un fiume di lacrime.

Superato lo sfogo torni a pensare a cosa è succeso e provi a delineare i contorni di ciò che è accaduto.

La morte è un momento incomprensibil e per l’animo umano. Che tu sia un addettto ai lavori o una qualsiasi altra persona devi affrontare un dispendio di energie importante.

Questo però mi rende più forte e più umano.

Mi sento di comprendere anche su questo fronte chi soffre e potergli dare una mano.

Il dolore va vissuto fino allo stremo, per capire che il valore della vita è qualcosa di unico, irrinunciabile, è in assoluto il più potente antidoto, alla fine, che abbiamo.

Viene chiamato modellamento dai colleghi, far vedere al paziente come ci si può comportare, dargli l’esempio, renderlo in grado. Credo fortemente invece che ci si debba sporcare le mani e scendere dal piedistallo per dare un contributo importante al miglioramento di vita di chi sceglie, per un tratto del suo percorso, di darci la mano.