Il vissuto del bambino con una malattia organica

Pubblicato il 6 settembre, 2012  / Genitori e figli
Il vissuto del bambino con una malattia organica

Il vissuto di malattia è strettamente legato allo stadio di sviluppo psico-emotivo ed intellettivo del bambino. Nei primi due anni di vita, l'esperienza del bambino è  influenzata dall'atteggiamento tenuto dai familiari, come la madre ed il padre. Ad esempio se una madre riesce a contenere le proprie angosce connesse alla diagnosi trasmetterà al figlio tranquillità ed apparirà sufficientemente sereno.

Il vissuto del bambino con una malattia organica

Nella prima infanzia è fondamentale un clima familiare caratterizzato da vicinanza emotiva, in quanto il bambino non ha raggiunto un livello cognitivo tale da porter comprendere le situazioni altamente stressanti. Tuttavia,  le esperienze dolorose dovute, ad esempio agli accertamenti medici e ai trattamenti possono essere vissute come minacce alla propria integrità fisica provocando un vissuto di paura, apatia e frammentazione. Il bambino in questa fase potrà segnalare il suo disagio attraverso cambiamenti nel ritmo sonno-veglia, disturbi dell'alimentazione. In età prescolare il bambino, invece, può sentirsi responsabile della propria malattia poiché l'esperienza traumatica e gli interrogativi che porta con sé restano senza una spiegazione logica: i ragionamenti  sono basati su spiegazioni di tipo magico, possono manifestare comportamenti di irritabilità ed aggressività che celano l'angoscia di perdita, di essere abbandonato. Il bambino può manifestare collera e agitazione, può diventare capriccioso.

La tipologia del gioco, messa in atto dai bambini in età prescolare con una diagnosi di malattia organica, è caratterizzata da una storia dove il protagonista invincibile e onnipotente è perseguitato da esseri malvagi. Si scatena un combattimento molto animato, in cui l'eroe sconfigge i suoi nemici.  Questo gioco simboleggia,  che la malattia è vissuta dal bambino più piccolo come un violento attacco. Nel periodo scolare, quando il bambino ha 6-7 anni, inizia il periodo delle operazioni concrete e questo porta  i piccoli a ritenere di essersi ammalati a causa di una determinata azione che possono aver commesso, portando a possibili vissuti di colpa. Il bambino può avere scoppi di rabbia e labilità emotiva. Altri bambini, invece, sembra che accettino stoicamente la propria diagnosi, mostrandosi sereni. Fino a questa età, Roveretto (1980), ritiene che qualsiasi affezione accompagnata da dolore fisico è vissuta dal bambino come proveniente dall'esterno con la conseguenza che viene visto come un atto aggressivo.

L'acquisizione del pensiero astratto ed ipotetico, all'entrata della pubertà, facilita la comprensione della complessità dell'evento malattia e delle terapie portando a vissuti di profonda tristezza, di isolamento,  o ribellione ed acting out.

La patologia può portare, ad una regressione a comportamenti propri di uno stadio evolutivo precedente; anche in rapporto ai cambiamento dei comportamenti genitoriali che tendono ad essere più iperprotettivi e permissivi.  Ad esempio, bambini di cinque anni possono soffrire di episodi di enuresi o usare un linguaggio più infantile;  possono essere evidenti segnali di bisogno di conforto, come essere presi spesso in braccio o tornare a dormire nel lettone, o di autoconsolazione, come l’uso del ciuccio ormai abbandonato.

Le esperienze dolorose, come ogni esperienza emotiva, possono portare ad una forma di apprendimento che Bion (1962) definisce “apprendere dall’esperienza”: è il risultato di un processo attraverso il quale le angosce e le paure sono elaborate.