Dai fatti un goccio. L'abuso di alcol negli adolescenti

Pubblicato il 21 settembre, 2012  / Genitori e figli
Dai fatti un goccio. L'abuso di alcol negli adolescenti

Fumano, bevono e consumano droghe quasi regolarmente; gli adolescenti di oggi attuano sempre più precocemente comportamenti a rischio. Ciò che preoccupa maggiormente sono i dati rilevati circa il consumo e l'abuso di alcol, in particolare birra. A undici anni il 12% dei ragazzi beve alcolici almeno una volta alla settimana; a15 anni la percentuale sale al 37%: la più alta d'Europa. L'incremento maggiore si osserva tra le ragazze. La guida in stato d'ebbrezza è la prima causa di morte della popolazione giovanile europea (ISTAT 2001).

Nei giovani in età puberale e adolescenziale l'abuso di alcol ha conseguenze molto più gravi e durature rispetto agli adulti perché interferisce con i processi di maturazione dei sistemi cerebrali ostacolandone la capacità di apprendimento. L'alcol brucia le cellule nervose che non possono rigenerarsi, consuma il fegato e può portare fino all'impotenza; questo accade anche se l'assunzione è casuale o se si concentra "solo" nella sbronza di fine settimana.
Dai fatti un goccio. L'abuso di alcol tra i giovaniOggi l'abitudine di bere alcol riguarda giovani che sono ben integrati; vanno a scuola regolarmente anche con buoni risultati oppure lavorano ma soffrono l'ansia di un'adolescenza che sembra non avere mai fine. Bevono in compagnia con gli amici in una sorta di rito collettivo talvolta associando cocaina o altre droghe.

Ma cosa spinge un giovane a bere? Lo scopo è il cambiamento della percezione di sé e dell'ambiente, si vuole fuggire da una realtà che non piace o che non è sostenibile. Bere modifica l'umore e attenua la sofferenza di un malessere esistenziale e relazionale da cui non si sa uscire e di cui spesso non si è consapevoli.

Preoccupazioni, paure d'abbandono, perdite affettive, isolamento e solitudine, accompagnate alla frustrazione, alla rabbia, alla delusione obbligano l'adolescente a difendere il proprio Io, a non far crollare la personalità, a non cadere nell'angoscia. Prende la prima via di fuga che capita: beve un goccio e si sente meglio, più leggero, un po' più sicuro. Conosce il piacere dell'oblio, una forma di autoipnosi indotta, un rifugio mentale il cui scopo è quello di vivere una realtà parallela psicosensoriale diversa da quella sperimentata tutti i giorni. Poi, passato l'effetto, sta peggio di prima e senza accorgersene si ritrova dipendente.

Chi beve ha una base di vulnerabilità caratteriale e un'immaturità che ha le sue radici in un viziamento psicoaffettivo vissuto nel nucleo familiare; non sa come sostenere le inevitabili frustrazioni e come superare le ferite narcisistiche nel processo di crescita.

Si è osservato che i giovani dipendenti da alcol provengono più facilmente da famiglie in cui vi sono genitori spesso alcolisti o ex, hanno una scarsa attenzione verso l'educazione e il mondo interiore del giovane, le regole di disciplina sono spesso contraddittorie e qualche volta sono presenti storie di abusi. Il gruppo dei pari successivamente influisce sia sull'occasione che sul rinforzo a consumare alcol perché tale comportamento assume un valore di appartenenza che soddisfa il bisogno di identità e di sicurezza.

La dipendenza da alcol è espressione di un disagio psichico profondo e di un malessere culturale che va ascoltato e decodificato come una domanda di aiuto anche se si esprime in modalità patologiche. E' indispensabile intervenire tempestivamente su tale fenomeno sviluppando adeguati programmi educativi e di prevenzione, progettando percorsi culturali e di formazione alternativi con particolare coinvolgimento del sistema familiare e scolastico. Bisognerebbe imparare a osservare e ascoltare con nuovi strumenti i nostri giovani se non si vuole essere complici inconsapevoli di questo lento e silenzioso suicidio collettivo