Psicologia delle arti marziali

Pubblicato il 26 marzo, 2018  / Crescita Personale
Psicologia delle arti marziali

Le arti marziali fondono mente e corpo e per tale motivo possiedono delle virtù terapeutiche.

Molte arti marziali terminano con il suffisso “do”: ju-do, karate-do, aiki-do, taekwon-do, ecc... “Do” significa “via”, “cammino”, ovvero, una via di crescita personale, una filosofia di vita in cui non si finisce mai di imparare. Per esempio, “karate-do” vuol dire letteralmente “via della mano vuota” (kara=vuota; te=mano). Il karateka deve, quindi, imparare a svuotare la propria mente dall'orgoglio, dalla vanità, dalla paura e dal desiderio di sopraffazione.

Le arti marziali possono essere praticate da tutti (uomini e donne, adulti e bambini). Nel corso della mia esperienza quasi decennale di insegnamento del karate, ho potuto notare che tale disciplina può essere terapeutica con bambini iperattivi, con disturbi del comportamento e con autistici.

I bambini di oggi, è risaputo, sono impossibilitati a scaricare la loro aggressività in quanto, anziché correre e giocare come si faceva una volta, preferiscono stare ore e ore davanti a computer e videogames. Attraverso le arti marziali i bambini potrebbero essere aiutati a veicolare la loro aggressività.

Le arti marziali, però, sono controindicate nei casi di soggetti con personalità antisociali o psicopatiche in quanto essi potrebbero usare le tecniche di combattimento in maniera inappropriata. Queste ultime non servono per fare il bullo. Il karate-do, per esempio, insegna a non attaccare mai per primi. Infatti, i kata dell'Okinawa Goju-Ryu, lo stile da me praticato, iniziano tutti con una parata.

In origine, le arti marziali nacquero come metodo di difesa personale, ma in realtà furono create per permettere a colui che le pratica di confrontarsi con se stesso e con le proprie emozioni (paura e rabbia in primis).

L'individuo deve cercare di realizzarsi come essere umano completo, cioè in senso fisico, mentale e soprattutto spirituale.

Ognuno di noi deve trovare da solo la propria realizzazione. Nessun maestro può darcela. Un maestro davvero bravo, infatti, non è qualcuno che fornisce la verità ma è colui che può solamente "indicare” la verità.

Chiunque adotta come propria la psicologia del proprio maestro rischia di rinunciare alla propria ricerca personale e quindi, in termini junghiani, alla propria individuazione. L'individuazione è l'obiettivo della psicologia analitica. Tale termine indica un processo psicologico che adempie destini individuali dati, ossia che fa dell'uomo quel determinato essere singolo che è. Individuarsi significa diventare un essere singolo, diventare sé stessi, attuare il proprio Sé. L'individuazione, da non confondere con l'individualismo che consiste nel mettere intenzionalmente in rilievo le proprie presunte caratteristiche in contrasto coi riguardi e gli obblighi collettivi, implica un migliore e più completo adempimento delle destinazioni collettive dell'uomo.

La meta dell’individuazione coincide con lo stato di pura coscienza, ovvero, con il concetto orientale di “illuminazione” (in giapponese satori). Essa è l'essenza dello Zen e ha come obiettivo la ricerca del “conosci te stesso”. L'illuminazione non indica uno stato di trance ma uno stato nel quale l’individuo si trova in completa armonia nella sua totalità. Similmente al processo di individuazione della psicologia analitica, l'illuminazione consiste nel divenire consci di ciò che è inconscio per allargare la propria coscienza. L'uomo Zen è, infatti, colui che è in comunione diretta con l'inconscio. Un artista marziale diventerà, così, un artista della vita.