Fiaba e adolescenza

Pubblicato il 13 gennaio, 2017  / Crescita Personale
Fiaba e adolescenza

L’adolescenza è un complesso di fenomeni contraddittori che corrisponde a quel periodo di transizione dallo stato di bambino a quello di giovane adulto caratterizzato da innumerevoli cambiamenti fisici, psicologici, emotivi e sociali che comportano la completa maturazione fisica e sessuale, il conseguimento del pieno sviluppo cognitivo e quindi l’acquisizione di una identità personale, l’esigenza di autonomia e quindi il bisogno di indipendenza, lo sviluppo di una identità sociale.

In questo periodo, il lutto più grave è simboleggiato dalla perdita del ruolo infantile. Tutto ciò può comportare nel soggetto adolescente crisi di identità, interrogativi e dubbi su di sé, conflitti con i genitori e con la società, rabbia e aggressività.

Ormai è risaputo che pubertà e adolescenza rappresentano spesso un’età a rischio nel corso dello sviluppo. Sarebbe, infatti, utile considerare l’impatto della pubertà nella psiche e la conseguente, eventuale, alterazione della struttura psichica dell’adolescente, con effetti spesso gravi sulla possibile unificazione dell’immagine corporea, sulla scelta cosciente dell’identità sessuale e la risoluzione del conflitto edipico.

Tutto ciò richiama la nozione di sacrificio, che Jung esplora quale istanza che edifica l’equilibrio della psiche cosciente, ossia di sacrificio di parti interne in prossimità di un passaggio di fase dell’esistenza allo specifico stato di crisi nell’adolescenza (Vitolo, 1988).

Secondo Neumann l’adolescenza rappresenta il periodo della vita in cui si combattono le battaglie decisive per la tendenza all’autorealizzazione. Il giovane, infatti, presenta un bisogno di libertà e di autorealizzazione che è intenso e a tratti violento (ivi, 1988).

Esistono sì processi biologici e psicologici che caratterizzano questo periodo, costituendo variabili indipendenti e, come dice Neumann, “transpersonali”, che determinano il mutamento della struttura mentale, la rivoluzione affettiva e pulsionale, la trasformazione, anche fisica, di un assetto infantile in un assetto adulto, ma la forma, i contenuti del conflitto e i comportamenti sociali che ne conseguono dipendono dal contesto storico e sociale, così come dipendono dal sociale le modalità di uscita dalla crisi e la qualità degli esiti (Grindo, & al., 1993, p. 136-137).

Uno dei rischi maggiori in cui gli adolescenti corrono è, infatti, la marginalità sociale, dovuta al fatto che la società non sa dare un ruolo preciso a questi soggetti dato che essi non sono né bambini né adulti.

La marginalità che gli adolescenti vivono li spinge a ricercare fortemente la compagnia di altri emarginati, cioè i propri coetanei.

Spesso, però, entrare a far parte di questi gruppi non è facile perché sono caratterizzati da un forte conformismo, in quanto, tutti i membri hanno in comune il modo di pensare e le abitudini, i modi di vestire e i luoghi da frequentare. Attraverso tutto ciò, l’adolescente riesce a ritrovare una identità collettiva.

L’angoscia attuale dell’adolescenza è caratterizzata molto più spesso da crisi di identità, che si esprime attraverso manifestazioni psicosomatiche (Gindro & al., 1993, p. 135). L’energia insita nella psiche inconscia, legata a istanze religiose, sessuali, costruttive e distruttive, fa sì che l’adolescente sia attratto dalla crescita verso un’identità più ampia e, nello stesso tempo, verso l’infanzia.

Tale tendenza regressiva è, nella crisi, il più autentico fattore di risoluzione e mutamento. Ma la regressione e il sacrificio attendono un’alterità rappresentata dall’analista, che deve saper comprendere, tollerare e svelare le dinamiche aggressive, saper porre dei limiti e saper rendere conoscibile ed espansivo il mistero della nascita e del mondo infantile (Vitolo, 1988).

Molti autori che si sono occupati dello sviluppo, ricollegano l’adolescenza alla prima individuazione intendendola come una ripresa, una continuazione dei conflitti intrapsichici rimasti irrisolti durante le precedenti fasi dell’evoluzione (Gindro & al., 1993, p. 140).

In analisi, il lavoro esige dall’analista una costante vigilanza controtransferale, capace sia di contenimento tenero dell’adolescente sia di distinguere il confine tra mondo interno e mondo esterno. Nello specifico, occorre mettere a fuoco sia il Sé corporeo sia il mondo simbolico del soggetto. Ciò che, in definitiva, non bisogna fare è patologizzare i bisogni e le problematiche adolescenziali. E’ vero che l’adolescenza è un’età a rischio, ma è anche vero che solo una minima parte degli adolescenti presenta situazioni realmente patologiche (Gindro & al., 1993, p. 136).

Jung utilizza sia la fiaba che il mito per le sue tesi sull’inconscio collettivo. Essi fanno parte della psiche collettiva e sono, infatti, espressione degli archetipi, ovvero, dei modi di pensare e di agire dell’uomo. Nello specifico, lo psichiatra svizzero considera le fiabe come i miti dei bambini.

Secondo la Von Franz (1987), invece, le fiabe sono la più semplice espressione del processo psichico dell’inconscio collettivo, ovvero rappresentano l’archetipo nella sua forma più semplice. Ella osservò come tutte le fiabe portino alla descrizione di un unico evento psichico, ovvero, il Sé.

In effetti una fiaba ci conduce lontano nel mondo onirico infantile dell’inconscio collettivo, ove non possiamo rimanere, ma dal quale ci è necessario “uscire” (Von Franz, 1984, p. 36). In esse, il significato archetipico è contenuto nella totalità dei suoi motivi collegati al filo della storia. Tutto ciò spiega perché vi sono fiabe simili in popoli diversi.

Le fiabe si adattano perfettamente alla capacità del bambino, e anche dell’adolescente, sia perché veicolano emozioni sia perché usano un linguaggio semplice che non richiede sforzi attentivi particolari. Infatti, esse, come i sogni e i miti, parlano attraverso metafore. Un’altra caratteristica delle fiabe è l’onomatopea (tic tac, bum, miao, bau, ecc…), figura retorica che riproduce il rumore o il suono associato ad un oggetto o a un soggetto a cui si vuole fare riferimento attraverso i suoni linguistici di una determinata lingua.

Essa, essendo una sorta di mimo sonoro, cattura l’attenzione dell’ascoltatore. I nomi aggettivati (Biancaneve, Colapesce, ecc...), invece, identificano il carattere dei personaggi delle fiabe, che sono figure psicologicamente semplici. Infine, anche la struttura periodale della fiaba è molto semplice in quanto il suo ordine è orizzontale (De Caroli, 2000, p. 77) e proprio per questo, come il sogno, non richiede una linearità logica. Queste sono tutte caratteristiche che rendono la fiaba gradita al giovane ascoltatore.

Nelle fiabe il tempo e il luogo sono sempre evidenti, perché esse cominciano con la frase: “C’era una volta...”, che indica che esse si collocano fuori del tempo e dello spazio: il “nessun luogo” dell’inconscio collettivo (Von Franz, 1984, p. 35). Il “C’era una volta...” e il “nessun luogo” vengono chiamati l’illud tempus, questa eternità e assenza di tempo, quest’ora e sempre (ibidem). Il tempo di una fiaba non si svolge in modo lineare e razionale ma in modo disordinato (Bianchi di Castelbianco & Di Renzo, 2011, p. 173) e magico.

Ciò facilita soprattutto il bambino molto piccolo che possiede una nozione di tempo intuitiva (De Caroli, 2000, p. 77). Non esistono, quindi, tempi comuni ma soggettivi. Di norma, le fiabe iniziano con la descrizione di una situazione reale che presto lascia spazio ad avvenimenti e alla comparsa di esseri e di eventi soprannaturali.

Il racconto di una fiaba o di un mito è valido se, come nella psicoterapia, c’è qualcuno che ascolta. Nella pratica psicoterapica è possibile trattare le fiabe come i sogni, in quanto prodotti della fantasia.

Si dà importanza ad ogni variazione e ad ogni singola immagine attraverso l'amplificazione. Secondo Jung la psiche è costituita da immagini e le fiabe, infatti, possono essere definite come produttrici di immagini mentali. Come il sogno è la migliore espressione possibile degli avvenimenti interiori, così si può affermare senza dubbio anche delle fiabe e dei miti (Von Franz, 1984, p. 33).

All’inizio della storia vi sono sempre difficoltà, perché altrimenti non vi sarebbe la storia stessa (ivi, p. 35). Le fiabe ci danno, però, una soluzione, ossia, vengono usate come suggestioni per risolvere i processi psichici in quanto facilitano il processo di individuazione, indicandoci come trovare il senso della vita, come realizzare il nostro destino e come esprimere al massimo il potenziale dentro di noi.

Attraverso i miti e le fiabe si spiega, si fonda la realtà, la si rende reale e si trasmettono conoscenze mentali ed emotive. Per questo bambini e adulti amano la fiaba. Adorano sentirsela ripetere e colgono di volta in volta quegli elementi che sono più congeniali al momento della vita in cui sono (Bianchi di Castelbianco & Di Renzo, 2011, p. 81).

La fiaba, infatti, può diventare la metafora della storia della vita della psiche perché narra le vicende, le peripezie, i tormenti, i dolori attraverso i quali la psiche giunge infine alla sua piena maturazione, liberandosi dai complessi (inconscio personale) che l’avvolgono e la mettono a dura prova, e nutrendosi della forza degli archetipi (inconscio collettivo) che la riportano a vita autentica fortificandola.

Pensando, ad esempio, al cambiamento fisico e alle difficoltà legate al consolidamento di una identità tipiche dell’adolescenza, “Il brutto anatroccolo” di Andersen può essere usata come metafora per aiutare il bambino a superare le difficoltà derivanti da un’immagine e da una stima di sé inadeguate.

“In una nidiata di anatroccoli, uno era grigio, grande e goffo. Sebbene la madre cercava di coccolarlo, era evidente che il piccolo era diverso dagli altri. Il piccolo anatroccolo era molto infelice, tanto che alla fine decise di fuggire vagando senza meta. Con l’arrivo dell’inverno, rischiò di morire congelato. Ma alla fine, sopravvissuto miracolosamente, il piccolo giunse presso uno stagno dove nuotava un gruppo di splendidi cigni. Attratto dalla loro bellezza, si avvicinò e rimase sorpreso quando gli splendidi animali lo accolsero come lo stessero aspettando da tempo. Guardando il proprio riflesso nell’acqua, il piccolo anatroccolo, improvvisamente, si accorse, con sorpresa, di essere lui stesso un cigno, diventando così finalmente felice. Alcuni cigni si avvicinarono e lo accarezzarono con il becco dandogli così il benvenuto, mentre alcuni ragazzi attorno allo stagno declamavano a gran voce la sua bellezza e la sua eleganza. Mise la testa sotto le ali, quasi imbarazzato da tanti complimenti e tanta fortuna. Lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato.”

La fiaba de “Il brutto anatroccolo” oggi viene usata spesso per riferirsi a qualcuno che, inizialmente oggetto di disprezzo o disinteresse, alla fine ottiene l'apprezzamento e il rispetto degli altri.

In genere, attraverso questa fiaba, ci si riferisce a un progresso morale, ma talvolta anche fisico (per esempio per riferirsi a un bambino o una bambina "bruttini" da piccoli che diventano più belli crescendo). Questa storia racconta le difficoltà che spesso bambini e adolescenti sperimentano durante la loro crescita. Le differenze non solo vanno accettate ma possono rivelarsi un dono: ognuno è unico e irripetibile.

Bisogna sempre “tirar fuori” il cigno che è dentro ognuno di noi. Proprio per questo, questa fiaba viene raccontata sia per rinforzare l'autostima dei bambini sia per far loro accettare eventuali differenze che li dividono dal "gruppo di appartenenza"; o addirittura, essere fieri di tali differenze, che potrebbero in realtà rivelarsi un dono.

Questa fiaba sottolinea anche il valore della famiglia e dell’appartenenza. Solo quando si è voluti bene e si riconosce la propria identità possiamo anche accettare meglio noi stessi. Infatti, all’interno del proprio gruppo di appartenenza è possibile riconoscersi. La scoperta del sentimento della propria identità avviene in relazione all’individuazione e al riconoscimento del gruppo di appartenenza.

Bibliografia

  • Bianchi di Castelbianco, F. & Di Renzo, M. (a cura di) (2011). Fiaba, disegno, gesto e racconto. Roma: Edizioni Magi
  • De Caroli, M.E. (2000). Ancora le fiabe? Processi di simbolizzazione e costruzione del “reale”. Troina (EN): Oasi Editrice
  • Gindro, S., Marinucci, S., Melotti, U. & Sanders, J. (1993). L’adolescenza. Gli anni difficili. Napoli: Alfredo Guida Editore
  • Von Franz, M.L. (1984). Le fiabe interpretate. Torino: Bollati Boringheri
  • Von Franz, M.L. (1987). Le fiabe del lieto fine. Como: Red edizioni


Sitografia

  • www.filastrocche.it/raccontami-una-fiaba-il-brutto-anatroccolo
  • www.rivistapsicologianalitica.it/v2/pdf2/37_1988_immaginiadolescenza/cap06_adolescenza.pdf