Breve guida contro gli attacchi di panico

Pubblicato il 23 febbraio, 2019  / Ansia e Depressione
attacchi di panico

Nella mia attività di psicologa clinica uno dei problemi che più mi è capitato di trattare è quello degli attacchi di panico.

Solitamente le persone che ne soffrono non sanno dare un nome a cosa gli succede, riportano solo alcuni sintomi. Per far chiarezza propongo qui la definizione del DSM-V (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), manuale riconosciuto e utilizzato dagli operatori sanitari di gran parte del mondo.

Ecco la definizione:

un attacco di panico si presenta come un periodo preciso di intensi paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:

  • palpitazioni, cardiopalmo, tachicardia
  • sudorazione
  • tremori fini o a grandi scosse
  • dispnea o sensazione di soffocamento
  • sensazione di asfissia
  • dolore o fastidio al petto
  • nausea o disturbo addominali
  • sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento
  • derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sè stessi)
  • paura di perdere il controllo o impazzire
  • paura di morire
  • parestesie
  • brividi o vampate di calore.

Ascoltando diverse storie, da diverse persone, il disagio più grande che comporta questo disturbo è il fatto che una volta provato l'attacco di panico le persone tendono ad evitarlo e quindi a rinunciare ai luoghi, situazioni nelle quali è avvenuto.

Questo comporta un grave disagio soprattutto per chi ha avuto l'attacco in macchina, con i figli piccoli, mezzi di trasporto ma anche nei luoghi di lavoro.

Se la persona che ha provato l'attacco di panico inizia ad evitare di frequentare questi luoghi o di spostarsi per paura che risucceda si autoeliminerà dalla vita lavorativa e sociale arrivando quindi ad aggravare il disturbo.

Cerco quindi di dare alcune dritte pratiche su cosa fare quando ci si trova in queste situazioni, sia per chi ne soffre che per chi gli sta accanto:

  • parlarne, non avere vergogna è un disturbo molto frequente;
  • parlarne con un esperto, sarebbe meglio per non alimentare paure e per sentirsi capiti;
  • agire il più presto possibile, prima di iniziare ad evitare i posti per te importanti e quindi l'isolamento;
  • sintonizzati sul corpo, ascoltalo, concentrati sulle respirazioni lente e diaframmatiche per invertire il circolo vizioso della mancanza di respiro e aumento del battito cardiaco.

Queste sono le prime cose da fare in una situazione di emergenza.

Quando si parlerà con l'esperto è importante capire da quando hanno avuto inizio i sintomi, chi riavvicina questo disturbo, chi vi soccorre e che funzione ha nella vostra vita.

Per quanto assurdo possa sembrare, come la maggior parte dei disturbi psichici, l'attacco di panico in realtà viene in soccorso per aiutarci a fare cose che non siamo riusciti a fare, e per ogni persona può esserci una funzione diversa. Faccio alcuni esempi capitati nella pratica clinica:

Mi ricordo di una paziente che non riusciva a chiedere, una paziente che aveva una famiglia numerosa e nessuno che la aiutava, nel momento in cui ha iniziato a star male ha dovuto richiedere per forza l'aiuto dei genitori e del partner che finalmente hanno iniziato a guardarla.

Un altro esempio potrebbe essere quello di un mio paziente che aveva paura di essere lasciato dalla fidanzata e ad ogni allontanamento della ragazza lui stava male, in questo modo lei si riavvicinava e si prendeva cura di lui.

Gli esempi possono essere davvero molti e i meccanismi psichici che in questi esempi vi ho descritto con molta facilità, in realtà agiscono in maniera più subdola e mascherata nel nostro inconscio, nell'amigdala (cervello emotivo).

Scopo del terapeuta e della persona che soffre sarà infatti proprio questo: mettere in connessione il cervello emotivo con quello razionale, far si che il cervello si prenda cura del cuore e il cuore del cervello e assieme solleveranno il corpo. Rendere il sintomo utile e funzionale dando la possibilità al paziente di parlare e razionalizzare al posto che utilizzare il corpo per comunicare .