La fame nell’anima

L’indissolubile legame tra cibo ed emozioni

Pubblicato il 25 agosto, 2017  / Alimentazione
La fame nell’anima

Quante volte ci si accorge di mangiare senza avere reale appetito? Talvolta lo si fa per noia, altre volte per rabbia o tristezza…

Questi comportamenti sono molto comuni e non rappresentano necessariamente una forma patologica. L’area dei disordini alimentari, in psicologia e in psicopatologia, è davvero molto ampia e in continua evoluzione; si conoscono numerosi disturbi che non soddisfano i criteri per una diagnosi specifica di Disturbo del Comportamento Alimentare e che, per questo motivo, sono troppo spesso sottovalutati. Dall’altro lato, capita spesso che persone, non affette da disturbi alimentari, assumano però condotte anomale: esse non rappresentano altro che la spia di una difficoltà relazionale o emotiva che genera molta sofferenza nel soggetto, senza tuttavia rappresentare un pericolo per la sua vita.

Non intendo, con queste affermazioni, "incasellare" tutte le condizioni nella scatoletta della "patologia" o in quella della "non patologia"; la dimensione psichica è dinamica (cioè in continuo cambiamento) e questo presuppone che ci siano sottilissime differenze e numerose sfumature tra le situazioni. Non intendo nemmeno generalizzare: è fondamentale considerare ogni individuo nella sua unicità e nel suo contesto. Sono convinta, però, che esista un filo invisibile, una storia comune, nella vita di tutte le persone che hanno sperimentato, o che vivono ogni giorno, un rapporto difficile con il cibo.

Oggi il cibo rappresenta un mezzo, sotto diversi punti di vista: può essere utilizzato per sentirsi più vicini alla propria famiglia o alla propria etnia, quando ci si allontana dal nucleo o dal territorio natale; può essere l’occasione giusta per ritrovarsi con amici e stare in compagnia, ma anche per festeggiare e celebrare eventi importanti; a livello più profondo, può aiutare una persona a manifestare emozioni complesse e difficili da esprimere verbalmente, come la noia, la tristezza, la rabbia; può infine rappresentare, in una situazione chiaramente patologica, il mezzo per rivendicare la propria autonomia e il massimo livello di controllo sulla propria vita e sul proprio corpo, come accade, secondo modalità diverse, nell’Anoressia e nella Bulimia Nervosa.

Tutte queste situazioni implicano una mancanza. La mancanza fa inevitabilmente pensare alla solitudine, al vuoto. Il cibo è una dei mezzi in assoluto più utilizzati, più o meno consciamente, per colmare una profonda sensazione di vuoto interiore, che può derivare da diverse circostanze, ma che, in ogni caso, richiede di essere colmata, saziata e soddisfatta.

Vi propongo una breve riflessione: pensiamo a una mamma e al suo bambino, il quale, nei primi 2 – 3 anni di vita, possiede risorse molto limitate per comunicare i suoi bisogni e le sue necessità. In particolare, nel primo anno di vita il bambino per comunicare qualsiasi stato emotivo o fisiologico, piange. Piange perché impara molto in fretta che questa manifestazione crea nella madre uno stato di allerta che farà sì che ella sia rapidamente e completamente disponibile.

Ma come fa il bambino a comunicare al genitore se ha fame, sonno, sete, se vuole essere pulito o coccolato, se si sente annoiato, triste o arrabbiato? Questa differenziazione è troppo complessa per un bimbo così piccolo: entrano quindi in gioco la mamma e il papà, che devono essere in grado di distinguere le diverse esigenze del proprio bambino. Questa capacità non è innata, ma molti studi dimostrano che si sviluppa in maniera piuttosto rapida e naturale nei genitori (il classico “istinto materno”).

Non per tutti i genitori è così. Esistono mamme e papà che non riescono in alcun modo a calmare il proprio bambino perché non sono in grado di sintonizzarsi emotivamente con lui e, in tal modo, non riescono a capire quale sia la reale necessità del piccolo. Questi genitori si trovano spesso nella situazione di rispondere ai pianti del bambino con una somministrazione ossessiva di cibo (spesso una delle prime cose che vengono in mente a un genitore quando il proprio bimbo piange è: “avrà fame?”). Ecco, pensiamo a questo bambino, che cresce e che impara ad associare a qualsiasi emozione negativa l’assunzione di cibo. Questo bambino non imparerà mai a distinguere lo stimolo della fame da altri stimoli di diversa natura, in primis quelli emotivi, e si troverà ad essere un adulto che “soffocherà” letteralmente i suoi bisogni e le sue sofferenze con il cibo.

È dunque necessario e fondamentale imparare a riconoscere e distinguere la fame biologica dalla "fame nell'anima" (cioè la fame emotiva), per due motivazioni principali: in primis, per non rischiare di sviluppare psicopatologie come i disturbi alimentari, che spesso hanno, tra le loro fondamenta, anche l’incapacità di riconoscere la sensazione di fame.

La seconda motivazione risiede nel fatto che ogni emozione che proviamo deve essere espressa, deve essere “buttata fuori”, deve essere percepita, riconosciuta, vissuta e accettata come tale. Il cibo, in questi casi, serve soltanto a placare momentaneamente l’emozione, senza però annullarla o cancellarla. Si rischia dunque di entrare in un circolo vizioso dove l’incapacità di distinguerla fame biologica da quella nervosa, da un lato, e l’inibizione emotiva, dall’altro, portano il soggetto a sfogarsi sul frigorifero ogni qualvolta si trovi a sperimentare un’emozione complessa, eccessivamente intensa o troppo difficile da esprimere verbalmente.

L’anoressia nervosa può rappresentare l’esempio estremo di questa situazione: è opinione condivisa che la tensione anoressica sia indirizzata al raggiungimento del corpo perfetto, attraverso la ricerca ossessiva dell’ideale di magrezza.

A livello più profondo, però, la spinta al dimagrimento estremo deriva da una non accettazione di sé e dalla difficoltà di riconoscere le proprie emozioni. L’individuo che non riesce a gestire la propria dimensione emotiva la percepisce come inaccettabile e vive nello stesso modo il corpo, mezzo destinato a veicolarla: attraverso la privazione di cibo esso viene reso inattivo e inefficace.

Il rifiuto del cibo potrebbe rappresentare un tentativo estremo di negare il bisogno di nutrimento da parte di una madre incapace di comprendere i bisogni del proprio bambino, fonte di una profonda frustrazione. Torniamo un momento alla nostra bambina piccola che piange e che non riesce a trovare una risposta coerente nei comportamenti della mamma: è ipotizzabile che questa bambina pensi di non essere capace a comunicare, che si convinca di non possedere i mezzi necessari per essere autonoma e quindi che cerchi, in qualsiasi modo, di raggiungere la perfezione per non essere abbandonata dalla mamma.

L’assunzione di questo ruolo porterà, nel corso degli anni, al risentimento e a una ribellione totale, tramite la quale la ragazza cercherà di affermare il suo vero sé, a lungo sopito nel tentativo di essere “la figlia perfetta”. Il rifiuto del cibo rappresenta il tentativo estremo di negare il proprio bisogno della madre e del suo nutrimento, di cui si è in realtà molto avidi, affermando, tramite il controllo ossessivo del proprio corpo, la propria autosufficienza. Il rigido mantenimento di un peso drammaticamente basso soddisfa due bisogni fondamentali della paziente anoressica: da un lato, soddisfa il bisogno di autoaffermazione, dall’altro protegge dal rischio di essere abbandonati, mantenendo vicino a sé la propria madre preoccupata.

Ad un livello di rigidità inferiore troviamo il paziente bulimico, che, a differenza del paziente anoressico, entra in contatto con il proprio vissuto di vuoto interiore, generato dall’insoddisfazione dei propri bisogni da parte del genitore.  La Bulimia Nervosa spinge l’individuo a ingerire enormi quantità di cibo nel tentativo disperato di colmare questo vuoto, tentando di prendere e tenere con sé tutto l’amore che manca nella vita reale. Ogni boccone rappresenta una disperata richiesta di aiuto, una richiesta di amore. Quando la paziente bulimica si rende conto di aver riempito il proprio corpo “soltanto” con il cibo, questo diviene, esattamente come le emozioni per la paziente anoressica, inaccettabile e deve essere espulso. Queste pazienti vivono costantemente un conflitto inconscio tra il desiderio di restare unite per sempre alla madre (rappresentato dall’ingestione di cibo) e il desiderio di staccarsi da lei (rappresentato dalle condotte di eliminazione).

Torniamo a noi, alla fame nervosa. Essa rappresenta ciò che viene definito eating emozionale, cioè la situazione in cui il cibo viene utilizzato per far fronte alle emozioni, poiché la fame biologica e quella emotiva non vengono riconosciute e separate tra loro. La causa di questo tipo di disordine alimentare risiede, con molte probabilità, nella prima infanzia: se la madre non sviluppa la capacità di comprendere quando il bambino ha realmente bisogno di cibo, è probabile che questo figlio non sarà, a sua volta, capace di riconoscere la fame, non riuscendo a distinguerla da altre sensazioni, né di elaborare in maniera corretta le emozioni negative (come la tristezza,  la rabbia, l’ansia, la tensione), alle quali saprà rispondere soltanto con l’assunzione di cibo.

Molti di voi si staranno chiedendo, a questo punto, come mai i problemi legati al cibo emergano, solitamente, in età adulta, in soggetti che probabilmente durante la loro infanzia vivevano il pasto con molta serenità. I disordini alimentari possono insorgere in momenti particolari, quali l’adolescenza, l’uscita dal nucleo familiare, l’inizio di una carriera lavorativa, e molte altre situazioni che espongono le persone a un momento di grande fragilità e vulnerabilità; le persone, in questi delicati momenti della vita, percepiscono che hanno moltissimo da perdere, e vivono, inevitabilmente, emozioni molto forti, spesso difficili da gestire.

La paura di essere giudicati, di non piacere, di restare soli, caratterizzano i periodi di profondo cambiamento, che sono, per definizione, molto sconvolgenti; così, le persone attivano, inconsciamente, delle strategie di sopravvivenza, per difendersi dalle loro fantasie di “abbandono” e di “vuoto”. Allo stesso modo, capita spesso di vivere periodi della vita molto difficili, insoddisfacenti, dove prevalgono emozioni come la tristezza e la noia, dove ci si sente inadatti, inadeguati… Anche in questi casi, spesso si tenta, invano, di colmare questo “vuoto” attraverso il cibo.

E’ la nostra mente che ci chiede di essere sfamata, sono i nostri bisogni vitali che chiedono di essere riconosciuti. Il cibo regala un’effimera sensazione di pienezza, che è inevitabilmente destinata a scomparire e riportarci al punto di partenza. E questo ciclo si ripeterà, fino a quando non decideremo di ascoltarci. Fino a quando non decideremo di ascoltarci davvero.

La fame nervosa non è una condanna, può essere sconfitta attraverso un percorso di consapevolezza, di maturazione e di conoscenza profonda di se stessi. Mangiare è bello, anzi bellissimo...ognuno di noi merita di vivere il momento del pasto serenamente.