articoli di psicologia del Dott. Mario D'andreta

risposte dello specialista Mario D'andreta

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Ragazzo 19 anni asociale e introverso

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Buonasera, premetto che la situazione di vostro figlio è abbastanza diffusa nei ragazzi della sua età oggigiorno, ma un pò a macchia di leopardo, per cui appaiono come tante mosche bianche entrogli schemi pseudo-normali dei loro contesti sociali, per inquadrare la situazione entro una cornice che è si psicologica, ma anche fortemente sociale. L'età è quella delle domande sui massimi sistemi, sulla ricerca di una propria identità ed un proprio posto specifico nel mondo, sullo sfondo di una realtà sociale, politica, economica e culturale che lascia i giovani senza l'idea di un tempo futuro percorribile in positivo. Detto questo, bisognerebbe inquadrare meglio la situazione specifica di vostro figlio, il contesto preciso in cui si colloca a livello relazionale, a partire dalla sua storia familiare, a quella scolastica e del contesto amicale. E spesso in questi casi può essere utile un lavoro con i genitori o con chi in qualche modo di faccia portatore di una domanda di intervento per il cambiamento, rispetto a quella che forse vostro figlio in questo momento non sente come un problema da psicologo. Questo per capire come voi genitori, o altri - seppur pochi - attori della rete social di vostro figlio, possano aprire un dialogo con lui, alla ricerca di un ascolto e comprensione profondi delle sue esigenze attuali, per quanto assurde possano apparire in prima battuta. Non credo quindi che la risposta a questa vostra richiesta possa essere incasellabile nella forma di una "psicoterapia con vostro figlio", visti anche i precedenti scarsi risultati, quanto nella ricerca dello sviluppo delle competenze - entro la sua rete sociale familiare e amicale - per aiutare vostro figlio a trovare una propria specifica strada di sviluppo personale. Ma sarebbe necessario fare degli approfondimenti ulteriori sulla situazione e sulle dinamiche relazionali e sociali del suo contesto di vita. A disposizione per eventuali ulteriori approfondimenti. Mario D'Andreta...

Forte ipocondria

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Gentile Alice, i sintomi di cui parla – cosi come del resto tutti i sintomi – non sono mai il problema in sé, ma rimandano ad un problema che si attraversa nel momento della propria vita in cui essi compaiono. Essi hanno una funzione di segnale – come una spia di allarme generico sul cruscotto della propria auto – che richiama ad intervenire per cambiare qualcosa nella propria vita che non va più per il verso giusto e sta bloccando il proprio percorso di sviluppo esistenziale. Si tratta quindi di capire il senso di tali segnali, in questo caso i pensieri intrusivi e impaurenti di cui ha scritto. Questo significato non si muove però su un piano razionale, cognitivo, quanto su un piano emozionale, affettivo, inconscio. E peraltro si presenta in forma, potremmo dire cosi, criptata, non esplicita, cosi come accade per il significato dei sogni, che va ricercato non nella loro natura manifesta, quanto in quella latente, ossia nei significati emozionali emergenti dall’intreccio dei significati delle singole immagini del sogno. Per i sogni questa decodifica del significato inconscio avviene – in una prospettiva di tipo psicoanalitico – secondo uno specifico percorso metodologico volto a decostruire il significato apparente della sequenza logica del sogno, per ricostruirne il significato soggettivo inconscio - cioè sul piano delle emozioni – attraverso l’analisi dei vissuti soggettivi connessi alle singole immagini del sogno ed alle loro interazioni. Lo stesso processo di decodifica inconscia/emozionale si può mettere in atto per comprendere il significato dei propri sintomi, in modo da prendere coscienza delle difficoltà che si stanno attraversando nella propria vita in quel momento – difficoltà evocate simbolicamente sul piano corporeo dai sintomi – e cercare cosi di individuare possibili soluzioni a questo problema cercando dei possibili cambiamenti da mettere in atto sul piano sia dei vissuti emotivi con cui si dà senso agli eventi della propria vita, che sul piano delle condizioni oggettive di vita in cui ci si trova a vivere. In questo modo il problema segnalato/evocato dai sintomi diventa un’importante occasione di sviluppo e rilancio della propria vita....

Paranoie e senso di inferiorità

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Buongiorno Alessandra, della sua lettera mi hanno colpito alcune parole, che credo possa essere utile mettere a fuoco per provare a capirci qualcosa in più della situazione di difficoltà che sta attraversando. Queste parole sono: - Autocritica - Fare tutto al meglio - No, non lo sei - Competizione - Migliori - Più - Abbandonare - Perfetta - Non riesco più a godermi nulla Sembra che dai significati emergenti dai collegamenti tra queste parole si possa giungere a capire meglio quale sia il problema e come affrontarlo e superarlo. Sembra che lei sia immersa in un vissuto emotivo di obbligo di tipo competitivo, entro il quale dover gareggiare continuamente con gli altri per prevalere su di loro: essere la migliore; essere perfetta. E questo, che naturalmente non può che eliminare il piacere (il riuscire a godersi qualcosa) dalla sua vita, sembra collegato ad una paura di essere “abbandonata”; come se competere con gli altri per essere perfetta sia l’unico modo che ha mantenere in vita i suoi rapporti, le sue relazioni interpersonali e non perderle, essere abbandonata. E allora sembra che, per fortuna, quella vocina, quella parte di sé le dica “No, non lo sei”; come a ricordarle di essere umana, cosi come gli altri, con i propri limiti ed i propri difetti, che spesso sono elementi centrali delle parti più preziose di noi stessi. Forse, cercare di ritrovare una dimensione di sé meno perfetta, ma più coerente con i suoi bisogni profondi, cercando di capire come costruire e mantenere in vita e sviluppare le sue relazioni interpersonali in una maniera condivisa, a metà e metà con l’altro/a, forse potrebbe costituire un primo passo verso il recupero di una maggiore serenità e libertà di essere sé stessa e cercare di esprimere – nell’incontro con gli altri – il proprio potenziale personale....

Lutto e relazione

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Buongiorno signora, Come confrontarsi con ciò che ci sembra senza senso? Questo sembra il dilemma che lei si ponga, senza trovare soluzione. Ma forse tutto ha un senso, ma si trova difficoltà a comprenderlo o a volte a farci i conti. Si è domandata perché continua a desiderare e cercare una persona che non la cerca più? Forse la difficoltà a dare senso e superare questa separazione cela una questione più ampia rispetto ai suoi rapporti sentimentali, tenuto conto anche di quanto accenna rispetto alla precedente sua relazione, dopo la quale aveva sentito la necessità di ricostruirsi. Verrebbe quindi da chiedersi come sono andare le precedenti relazioni sentimentali, se si è ripetuta questa dinamica per cui le sue relazioni sentimentali si interrompono in maniera cosi cruenta e traumatica. Per cui viene da pensare anche a come si era costruita nel tempo questa sua ultima relazione, se non ci fossero già dei segni di qualcosa che non andava o che non sarebbe poi andato nel verso giusto. Viene quindi da pensare se per superare l’attuale situazione di stallo rispetto a questa ultima relazione e trovare un senso che le consenta di separarsene e ricominciare la sua vita autonomamente, non sia utile, o forse anche necessario, fermarsi a ripensare ai modi con cui ha vissuto e dato senso emotivamente alle sue relazioni sentimentali, e forse più in generale ai modi con cui costruisce e sviluppa le sue relazioni interpersonali, sul lavoro, nel tempo libero, nella sua famiglia. Sembra che, almeno per due volte, nelle sue ultime due relazioni sentimentali, la loro fine coincida con il bisogno di ricominciare quasi da zero, di dover resettare la sua vita ed iniziare tutto di nuovo daccapo. Viene da domandarsi quanto della sua vita sia frutto di scelte autonome o di scelte quasi obbligate e come provare a sviluppare la sua capacità decisionale autonoma rispetto alla sua vita. Per esempio, perché ha sentito quasi l’obbligo di lasciare il suo lavoro per la presenza di lui. E poi mi colpiscono due verbi che utilizza nella sua lettere: essere buttata via ed essere cancellata, quasi come se la relazione con questa persona e la sua stessa vita dipendessero da quello che decideva lui e non da decisioni comuni, come si suppone sia meglio in una coppia. Sembra che a tratti lei si senta un oggetto in balìa dell’altro e che l’immagine che lei ha di sé dipenda dall’immagine che le rimanda l’altro. E in questo si possono intravedere dei segni di una modalità dipendente di stare in rapporto con l’altro. In questo senso credo, che cogliere l’occasione di questa situazione di stallo per provare a capire meglio i modi con cui lei si pone nelle relazioni da un punto di vista dei suoi vissuti emotivi, possa essere una buona opportunità per provare a sviluppare in maniera più autonoma la sua vita. Cordiali saluti Mario D’Andreta...

Cosa fare con una madre depressa?

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Buongiorno Aurora, mi sembra che il passaggio cruciale della sua lettera, da cui partire per riflettere ed immaginare un percorso di sviluppo e cambiamento rispetto alla situazione che racconta, sia il seguente: “L'unica via di uscita sembra eliminarla dalla mia vita, ma non è possibile senza sfarsi sopraffare da devastanti sensi di colpa”. Sembra cioè che lei abbia già trovato la soluzione al problema, ma sia frenata dai vissuti di colpa verso sua madre. Questo mi sembra un buon punto di partenza per cominciare a vedere la questione da altre angolazioni. Innanzitutto, mi sembra che ci siano due elementi importanti su cui riflettere per provare a riorganizzare la lettura di questa vicenda. In primo luogo, provare a vedere cosa cambia se si passa da una lettura dei fatti nei termini di come sia o non sia sua madre (depressa, non depressa, con o senza una diagnosi di depressione, e che senso ha che lo sia oppure no, cosa questo implica per la vicenda in esame) ad una lettura in termini di relazione, ossia di come funziona ed ha funzionato sinora la relazione tra lei e sua madre. Sembra che sia il nocciolo della questione: come si è costruita nel tempo questa relazione e cosa ci dice dei modi di sua madre e suoi di stare nelle relazioni e delle emozioni con cui organizzate questa ed altre relazioni della vostra vita. Tornando al passaggio della lettera che ho evidenziato al principio, mi sembra cioè che il problema con cui si sta confrontando abbia a che fare con la difficoltà ad immaginare, e provare a mettere in pratica, un altro modo di stare in relazione con sua madre che non sia “l’eliminarla dalla sua vita” e con il conseguente, forse anche scontato senso di colpa. Sembra invece che si possa provare ad esplorare meglio il modo in cui – nel tempo – abbiate costruito una relazione di questo tipo con sua madre, senza riuscire a trovare maniere alternative di convivere tra voi, in maniera più funzionale al benessere reciproco. E provando a riflettere sul come questo modo di stare assieme sia diventato per voi l’unico possibile, cominciare ad intravedere possibili alternative in alcuni passaggi cruciali nella storia di questa relazione, in cui emergono – per quanto si può tratte dal suo racconto – tracce di una possibile dinamica di dipendenza e contro-dipendenza. Il fulcro della questione sembra quindi avere a che fare con quanto questa vicenda relazionale con sua madre abbia ed influisca ancora sulla sua autonomia decisionale, nel campo più ampio della sua vita, dal lavoro, alla famiglia, agli amici, ai figli e quanto altro. Di conseguenza, provare a fare una riflessione di questo tipo su questa situazione potrebbe essere utile ad immaginare percorsi di vita più autonomi sia per lei che per sua madre. Cordiali saluti Mario D’Andreta...