STEFANIA  domande di Psicologia e dintorni  |  Inserita il

Torino

Affetto mal riposto...

Buongiorno Dottori,
Innanzitutto grazie a chiunque vorrà darmi anche solo una breve risposta.
Ho 53 anni e da tre soffro di una profonda depressione. Sono in cura presso un CSM, seguita da una psichiatra e da una psicologa. Vi chiederete come mai io scriva qui nonostante sia già seguita. In realtà io sono seguita in un ambulatorio pubblico, e per la depressione. Non riesco a porre questa domanda alla mia terapeuta.
Se devo essere sincera so già quelle che saranno le risposte. Ma sto soffrendo moltissimo, vorrei poter parlare di tutto con qualcuno che provasse a capirmi senza risposte esclusivamente da manuale...
È molto molto molto difficile e imbarazzante parlarne...
Nonostante sia sposata e madre, ultimamente sto provando una certa attrazione verso il mondo femminile. Desiderio di contatto psichico ma anche fisico. Potrà essere strano, ma è così... L'attrazione è inizialmente mentale. C'é stata una persona verso la quale provavo grandissimo coinvolgimento.
Putroppo, sottolineo la parola purtroppo, una seconda persona mi ha generato sensazioni identiche, la mia psichiatra...
Lo so, c'è il transfert. Ho letto e riletto articoli e brani da libri che ne parlano. Ho cercato di razionalizzare il tutto, di vedere tutto nella giusta prospettiva. Tutto inutile.
Certe emozioni e certi sentimenti non possono essere gestiti facilmente con la ragione.
Non sono mai riuscita a parlargliene sotto la vera luce. Gliel'ho accennato, ma solo come richiesta di avvicinamento. Sarei anche disposta a cambiare medico pur di poter entrare in contatto con lei almeno in amicizia. È una persona con cui condivido molto, a volte si esce un po' dal seminato parlando, e mi trovo talmente bene che non vorrei che la seduta finisse.
La sua risposta alla mia richiesta è stata quella del transfert, delle regole, dello spazio istituzionale in cui ci troviamo durante le sedute.
Ho chiesto quindi un allontanamento, salvo poi stare ancora peggio e desiderare di tornare a parlare con lei.
Perché non è lecito un sentimento del genere? Perché non può esistere?
Cosa c'è di così sbagliato, così negativo?
Cosa ci posso fare se è nato in me?
Non provo assolutamente nulla del genere nei confronti della psicologa che mi segue. In me quindi si genera un senso di sconfitta che va a sommarsi al mio umore già deflesso...
Solo perché sono una paziente, non sono degna di attenzione? Perché sono in cura psichiatrica? Ma lo sono per depressione non per psicosi differenti..
Perché la dottoressa non pare accettare il sentimento? Perché lo tratta come un disturbo psicologico? Lo deve essere per forza?
Sono "pazza"?
Oltretutto mi ha detto che avremmo potuto parlarne, in realtà ogni volta che l'accenno mi taccia dicendo che c'è poco di cui parlare, è così e basta.
Come posso parlarne alla terapeuta che lavora nello stesso posto e per giunta in équipe con lei?
Perché mi devo sentire così sbagliata e sciocca?
Spero in una vostra cortese risposta e ringrazio.

  1 Risposte pubblicate per questa domanda

Dott.ssa Linda Bori Inserita il 25/08/2023 - 10:53

Buongiorno Stefania,

ti ringrazio per la tua condivisione, così intima e sincera.

Posso immaginare quanto ti ferisca il sentire rifiutati i tuoi sentimenti, il tuo veder "medicalizzate" le tue emozioni.

Vorrei dire come prima cosa che non ho dubbi sulla autenticità di quello che senti. Quando proviamo una emozione, qualunque essa sia, non può essere negata. I tuoi sentimenti verso questa terapeuta ci sono, esistono.

Il transfer, che hai citato, non è un disturbo psicologico. Forse lo definirei un processo. E c'è sempre, così come c'è sempre il corrispettivo da parte del terapeuta, ovvero il controtransfer. Non si tratta sempre di sentimenti legati a sentimenti d'affetto, amore o attrazione sessuale.
Questo processo e' uno dei canali grazie al quale possiamo lavorare sui nostri processi interni. Perdonami Stefania, l'esempio un po' spicciolo e semplicistico, è giusto per far capire. Immaginiamo una persona che abbia sempre avuto un rapporto complicato con il padre, se sceglierà un terapeuta uomo potrà tramite il transfer in qualche modo vivere diversamente i suoi sentimenti di affetto, rabbia, tenerezza e via dicendo.
In sostanza spostiamo sulla figura di riferimento che è il terapeuta sentimenti e vissuti diversi. Secondo questo esempio, se la persona prova rabbia nei confronti del terapeuta (sperimentando magari la rabbia che ha verso il padre), quella rabbia è meno reale? Assolutamente no.

Questo è davvero un esempio molto semplicistico, l'ho usato solo per confermare l'assunto importante sull'importanza di quello che provi.

Il terapeuta ha un ruolo specifico, è autentico nella relazione, ma è una relazione terapeutica.
Questo vuol dire che nei casi in cui si svela, raccontando di sè, lo fà con sincerità tuttavia lo scopo è facilitare un processo.
Quando la relazione terapeutica funziona ci sentiamo sostenute, capite. Succede spesso ci sia un vero feeling, una intesa a livello mentale. Ti confesso, da terapeuta, che mi è capitato alcune volte desiderare di approfondire una amicizia con alcune delle persone che hanno frequentato il mio studio. Non sarebbe mai una relazione alla pari. Ci sono state delle dinamiche, delle confessioni, si ha in qualche modo un ruolo di potere che renderebbe comunque viziata la relazione.
Inoltre un terapeuta viene a conoscere parti molto intime dell'altro (senza avere la minima presunzione di conoscerlo in toto) ma l'altro conoscerà solo quello che il terapeuta vuole far conoscere.

Nel mio studio mi sono sentita spesso fare commenti ammirati sulla mia pazienza, quanto ti assicuro Stefania che a nessuno nella mia vita privata verrebbe in mente di complimentarsi per la stessa cosa.

La mia non vuole essere una risposta, non ne avrei in ogni caso. E non posso entrare nello specifico nel tuo rapporto con la tua terapeuta.
Il mio vuole essere uno spunto di riflessione su uno dei temi più delicati e complessi che possano esserci.

Resto a disposizione.

Un caro saluto,

Dott.ssa Linda Bori