L'amore finito che diviene prigione

Quando una relazione finisce e diventa poi trappola della mente (perdendo noi stessi).

Pubblicato il 1 marzo, 2017  / Sesso e Amore
L'amore finito che diviene prigione

Una storia sentimentale che sembra non funzionare più. Magari da un solo "lato" - forse da entrambi. E si "chiude". Davvero? Di rado, temo.

La conclusione di una relazione non è mai la semplice perdita dell'altro e di un "noi" costruito talvolta faticosamente; è lo smarrimento di una parte di se stessi, fatta di emozioni, certezze, episodi, musiche e luoghi vissuti assieme. Un oggetto, una frase, un film, possono diventare un "colpo" emotivo, perché una parte del nostro vivere, quindi (appunto) di noi, è stato condiviso e ora... Pare che ogni angolo sia memento di quel qualcosa che era la stabilità, la certezza, quasi l'identità: la coppia. Che più non è. Ed ecco che succede; non in tutti, ma in molti.

Succede che si idealizza. Indipendentemente dal sentimento profondo ancora presente o no, dalla durata di questa vostra storia, dall'aver concordato o no il lasciarsi... Capita.

L'ex partner diviene nella nostra mente "il momento d'oro" della nostra esistenza, come se essa stessa, e non una parte di essa, fosse conclusa. "Non proverò mai più qualcosa di così forte", mai più sarà luminoso il mio domani. Semplicemente, mai più.

Premesso che un normale, inevitabile, arduo momento di lutto elaborazione e accettazione rientrano nell'umano, il protrarsi di questo languire nel passato può avere effetti assai dolorosi.

Naturalmente vi sono infinite variabili da considerare: chi ha lasciato, la presenza già palese di un'altra persona, e molti altri fattori che modificano la percezione e il modo di fronteggiare l'accaduto.

Le cicatrici restano sempre, no? Ma se scatta un processo in cui la ferita, trascorso del tempo, viene riaperta a ogni occasione, si resta impigliati in se stessi, in un labirinto dove c'è solo l'eco di quel che è stato. Il corrosivo potere del perpetuo rimuginare sull'ex, sulla sua attuale felicità, sulla vostra trascorsa felicità, assieme a un ginepraio di dubbi, logorano. Si medita mille volte su episodi, su detti e non detti, finendo per attribuire a piccolezze valori e significati che non vi sono o non vi sono più.

L'essere umano è sociale. La coppia è naturale. Della forza del singolo ci si dimentica, però. Ma non voglio qui sminuire in alcun modo la vera e profonda pena di un amore perduto. Non possiamo che accettarla come il prezzo dell'essere vivi. Ma anche accettando tutte queste dinamiche, da psicologa (sempre qui a complicare!), un domanda nasce.

A cosa serve crogiolarsi in qualcosa magari terminato da un po'? Cosa vi è dietro? Avete ragione: delle volte, non vi è nulla. Solo dolore e difficoltà ad assimilare. Eppure il modo in cui viviamo la conclusione di una relazione dice molto di noi.

Quella persona divenuta ai nostri occhi magnifica, unica possibile fonte di gioia... Quella persona: stiamo davvero rimpiangendo lei? Non solo, mi permetto di dire. In questo pianto, piangiamo appunto una parte di noi, la disillusione verso ciò che si credeva solido e duraturo, l'ammissione che l'enorme investimento emotivo e di vita non c'è più. Eppure non è una fine. È difficile concepirlo, ma non lo è.

Idealizzare qualcuno ci consente talvolta, pur in maniera disfunzionale, alcune cose: il non dover rivedere l'immagine della persona cui abbiamo dato tanto e con cui abbiamo costruito ("Ho dunque buttato via anni di me?"); idealizzando, si può evitare di dubitare della nostra capacità di giudizio e quindi del nostro valore come individui (e nessuno è "infallibile" in queste vicende); e poi... Poi possiamo evitare di metterci in gioco, in singolo, nel futuro. E non è una critica. È ovvio essere spaventati da ciò che si ha di fronte, quando si era abituati a viverlo in due. Ma è proprio questo che viene ogni tanto smarrito nella coppia: l'Io.

Abituati a parlare al plurale, scordiamo le notevoli risorse, qualità e unicitá che ci distinguono. Non si è falliti o colpevoli, per una storia che non è più. Non indica nostri torti. Abbiamo difetti come tutti. Ma ciò che siamo, la nostra essenza, la nostra individualità, dove sono? Mi pare che talvolta (soprattutto le donne) si finisca per mettere in secondo piano il proprio Io, fatto di aspirazioni, sogni e ambizioni che, se è bello costruire in due, possono anche nascere dall'azione dell'individuo.

Comunque sia andata, ora sei tu. E dove sei tu? La tua casa, il tuo domani, sono dentro di te, in infinite possibilità che nemmeno vengono viste, se si è voltati indietro, incatenati a ieri. Forse sto solo scrivendo banalità, ma ho la convinzione che ci si blocchi di fronte alla PAURA dell'essere singolo, senza mai ricordare la potenziale FORZA dell'essere singolo. Questione vera, a mio avviso, in particolar modo quando la coppia si è formata presto o si è "chiusa" avanti negli anni.

Forse questo non è un articolo. Forse è un invito. Il dolore è tanto, si sa. Rivedere tutto, magari non più ventenni, fa paura.Eppure imparare la consapevolezza di se stessi o ritrovarla, può consentire di guardare innanzi. Proprio perché quell'idealizzare e rimuginare sono sbarre angoscianti, ma che evitano le vertigini che verrebbero all'idea di affrontare, in solitaria, un mondo vasto e ignoto.

Arrivare a evadere richiede un percorso di crescita personale non semplice e non da tutti. Ma si tratta del volersi bene, il volere bene alla propria individualità come risorsa da coltivare, che ci permetterà poi di aprire porte su scenari che ancora non possiamo sapere.

Questo è quindi un invito a un viaggio - in solitario, su acque profonde e paesaggi di ogni sorta.

Per cui pensateci: sto rimpiangendo la storia migliore del mondo, che mai tornerà, o mi addoloro per qualcosa di davvero prezioso che però io ho abbellito (di aspettative, speranze, sogni) per il timore di camminare in una luce nuova, che mi sembra cruda e terribile?

E ricordo le famose parole del poeta W. E. Henley: "Io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima". Le recitava ogni giorno in carcere Nelson Mandela. E senza certamente voler far paragoni, ci sono mille diversi tipi di prigioni. Alcune create da noi. Alcune in noi.

Se potete, liberatevene.
Perché comunque sia andata, siete padroni e siete capitani.