Disturbi somatici su base emotiva: quando il corpo ci manda i suoi segnali.

Pubblicato il 27 dicembre, 2017  / Psicologia e dintorni
Disturbi somatici su base emotiva: quando il corpo ci manda i suoi segnali.

I medici si sono accorti che, trattando le malattie unicamente per gli aspetti chimici e fisici dell’organismo, non sempre giungevano a spiegazioni esaustive.

Alcune malattie o dolori fisici spesso si riacutizzano o si acuiscono come conseguenza di una complessa interazione di fattori che chiama in causa anche gli aspetti sociali e psicologici. La psicosomatica, o medicina psicosomatica, studia la relazione esistente tra disturbi somatici e fattori psicologici che hanno un ruolo nell’origine, nell’esacerbazione o nel mantenimento di tali disturbi, identificando il meccanismo attraverso il quale la nostra mente è in grado di influenzare il funzionamento del corpo.

La clinica psicosomatica contempla almeno 4 grandi gruppi di malattie:

  • Malattie psicosomatiche in senso stretto o “primarie”, all’interno del quale troviamo asma bronchiale, ulcera duodenale, colite ulcerosa, ipertensione arteriosa, dermatite atopica, artrite reumatoide, fibromialgia, stanchezza cronica, sindrome dolorosa temporo-mandibolare, dolore lombare cronico, morbo di Crohn, psoriasi, alopecia, cefalea tensiva. A queste si aggiungono ormai alcune patologie oncologiche, disturbi alimentari psicogeni, disturbi endocrini.
  • Disturbi psicosomatici secondari: la cui caratteristica comune è la rilevanza di sintomi somatici legati a disagio e compromissione significativi. La principale diagnosi di questa classe diagnostica, quella di disturbo da sintomi somatici, dà rilievo a una diagnosi posta in base a sintomi e segni positivi, quali sintomi somatici che procurano disagio accompagnati da pensieri, sentimenti e comportamenti anomali, e comportamenti adottati in risposta a tali sintomi.
  • Malattie fisiche rientranti nella medicina psicosomatica: malattie ad eziopatogenesi biomedica, per le quali la medicina ammette un’influenza, sull’origine e sul decorso, di fattori esistenziali accidentali ed emotivi.
  • Sindromi funzionali: alterazioni funzionali riguardanti singoli organi o sistemi, ma nei quali non è riscontrabile un danno tissutale.

Ma cosa c’è dietro alla formazione di un disturbo psicosomatico?

Diverse sono le interpreatzioni.

Se seguiamo un modello lineare sicuramente possiamo dire che lo stress è uno degli elementi più importanti nella genesi dei disturbi psicosomatici.

Le nostre azioni quotidiane richiedono al nostro organismo di sapersi adattare continuamente. Molti di questi cambiamenti hanno un impatto positivo sulla nostra esistenza, altri possono avere un impatto negativo, generando forti pressioni, eccessiva emotività e condizione di stress.

Eventi di questo tipo possono riguardare piccole seccature quotidiane (ad es. rimanere intrappolati nel traffico, prendere una multa), condizioni presenti della vita quotidiana (ad es. ambiente di lavoro ostile e competitivo, difficoltà economiche), o l’esposizione ad eventi estremi e inconsueti (ad es. incidenti stradali, terremoti, incendi). Essere sottoposti per lungo tempo ad eventi ad impatto negativo puo’ alterare il nostro sistema endocrino, il sistema nervoso autonomo, il sistema nervoso dei muscoli scheletrici ed altri sistemi fisiologici e biochimici portando alla comparsa della malattia psicosomatica.

Un’altra interessante spiegazione alla formazione di disturbi psicosomatici può essere quella data da Minuchin, secondo il quale il “paziente psicosomatico” è legato agli altri familiari da un rapporto di circolarità, per cui i suoi sintomi influenzano il malfunzionamento della struttura familiare e viceversa.

I fattori stressanti esterni possono favorire l’insorgenza del disturbo, ma una volta che è comparso, esso viene mantenuto «omeostaticamente» dalla disfunzione familiare. Può essere presente una predisposizione o un’alterazione organica che spieghi il tipo di sintomo, ma, poiché il paziente reagisce in modo circolare con la famiglia, il disturbo tende a protrarsi anche dopo una terapia medica adeguata.

Secondo questo modello, Minuchin ha ipotizzato 4 modalità collegate alla comparsa e al mantenimento del sintomo psicosomatico.

  • l’invischiamento, che è la tendenza dei componenti ad occuparsi eccessivamente degli altri. In queste famiglie “le porte sono sempre aperte”, anche gli spazi fisici non sono definiti; i membri sono intrusivi, e invadenti. Spesso parlano al posto dell’altro; i ruoli sono confusi e i confini poco distinti. Pertanto, è possibile che in tali famigli i figli hanno un ruolo genitoriale con i fratelli minori e i genitori si comportano come fossero figli.
     
  • l’iperprotettività, si tratta di famiglie con importanti livelli di coinvolgimento emozionale, dove ogni segnale di malessere, di uno o più membri, muove tutto il nucleo ad assumere atteggiamenti eccessivamente protettivi, che limitano l’autonomia e lo sviluppo degli interessi esterni al gruppo.
     
  • la rigidità, il nucleo familiare pone resistenza a ogni forma di cambiamento. Quando un membro cerca di cambiare la propria posizione rispetto al gruppo gli altri agiscono rendendo inutile le forze. Un esempio tipico è il caso dell’adolescente, che pur cercano maggiore autonomia, viene stremato dal gruppo che si compatta e non gli permette di apportare alcuna modifica al loro sistema familiare.
     
  • l’evitamento dei conflitti, si tratta di famiglie con una tolleranza alle frustrazioni molto bassa e che, non sopportando il disaccordo, soffocano i problemi al loro nascere o li negano. Queste sono famiglie che imparano a convivere con grandi conflitti irrisolti e che trovano modalità comportamentali funzionali alla loro disfunzione.

Per modificare le caratteristiche disfunzionali delle famiglie psicosomatiche Minuchin ipotizza tre interventi terapeutici: lo sviluppo dell’autonomia individuale, il riconoscimento e l’espressione di conflitti, la valorizzazione del cambiamento.

Ogni disturbo richiede un trattamento individualizzato sulla base delle caratteristiche della persona, del quadro sintomatologico e dai fattori che sembrano avere un influsso maggiore su di esso.

Per i disturbi fisici il trattamento medico è chiaramente quello più importante e dal quale non si può prescindere.

Uno psicologo invece può essere di aiuto per gestire gli aspetti inerenti alla sfera psicologica, sociale e soprattutto familiare, che come abbiamo visto possono avere un ruolo tutt’altro che trascurabile. I trattamenti psicologici impiegati comprendono tutte quelle tecniche in grado di agire sulle emozioni, sull’umore e sullo stress.

Il lavoro iniziale è centrato sia su interventi mirati a riportare in equilibrio l’attivazione psicofisiologica della persona in risposta agli eventi stressanti, che nell’accrescere il controllo sulle reazioni emotive. A ciò si accompagna, nelle fasi successive, anche un lavoro sistemico, comportamentale e cognitivo.

La componente psicofisiologica si avvale di tecniche ormai consolidate che permettono di regolare l’eccessiva o ridotta attivazione sperimentata di fronte ad eventi stressanti. Tecniche di questo tipo sono, per citarne alcune, il training autogeno, ipnosi e tecniche di rilassamento muscolare. Il lavoro comportamentale è invece mirato a modificare i comportamenti e le abitudini non salutari consolidatesi nel tempo e che incidono significativamente sulla patologia.

La terapia cognitiva permette di ristrutturare il modo di interpretare gli eventi negativi. Spesso, infatti, le reazioni emotive sono eccessive perché la nostra mente compie un’errata valutazione del reale grado di minacciosità degli eventi e al contempo sottostima le proprie capacità di farvi fronte. In questo senso diventa fondamentale un lavoro sulle capacità di fronteggiamento, proprio per ridurre il divario che la persona percepisce tra la situazione e le proprie risorse.