La mancanza a essere

Pubblicato il 9 gennaio, 2018  / Psicologia e dintorni
La mancanza a essere

Il termine mancanza potrebbe indurre a pensare a qualcosa di negativo, ad un “meno”, a qualcosa che manca, che non c’è ed effettivamente essa rappresenta qualcosa che non c’è, ma potrebbe esserci.

E’ uno “spazio” che può essere colmato nient’altro che dal desiderio. E’ proprio la mancanza a permettere la nascita e lo sviluppo del desiderio.

Prima di Lacan, Freud aveva mostrato che il soggetto è costantemente alla ricerca dell’oggetto perduto, da sempre perduto, e il suo ritrovamento consiste in qualcosa che non si è mai posseduto. Quest’oggetto diventa per Lacan, l’oggetto causa del desiderio, una mancanza produttiva. 

Il desiderio emerge in relazione al desiderio dell’Altro: esso non è desiderio di un oggetto ma desiderio di riconoscimento, il soggetto desidera essere riconosciuto dal desiderio dell’Altro. Ciò avviene in primo luogo tra la madre e il bambino. La madre, il primo Altro, riconosce il figlio come soggetto particolare e unico non donandogli un oggetto (le cure materiali) bensì la sua mancanza a essere, alternando la sua presenza e la sua assenza e alimentando, in questo modo, il desiderio del figlio. E’ proprio l’assenza come sinonimo di mancanza – e come condizione di presenza – a muovere il soggetto verso il proprio desiderio e verso la vita stessa.

Il desiderio può tuttavia essere misconosciuto dal soggetto in favore del godimento: la nostra epoca è caratterizzata da un appiattimento del desiderio sulla soddisfazione immediata del bisogno. In questo caso, la mancanza non è né attesa né motore del desiderio bensì un vuoto che il soggetto tende illusoriamente a colmare. 

Con il discorso del capitalista Lacan mostra come il soggetto ipermoderno non si relaziona con l’Altro ma con l’oggetto piccolo a. La società capitalista produce una serie continua e infinita di oggetti e bisogni nuovi con l’illusione di colmare il vuoto. Il vuoto è per struttura incolmabile e la ricerca illimitata di oggetti (a) non può che produrre insoddisfazione.

La crisi della nostra società può forse essere imputata all’inganno prodotto dal discorso del capitalista? All'illusione cioè di poter colmare il vuoto? 

Nel film di Sean Penn “Into the wild - Nelle terre selvagge”, il giovane protagonista Christorpher Mc Candless, alias Alexander Supertramp, subito dopo la laurea in scienze sociali, abbandona la famiglia e gli amici per intraprendere un viaggio attraverso gli Stati Uniti, fino a raggiungere l’Alaska.

La sua è una vera è propria fuga dal capitalismo: non riesce più a vivere in una società consumista dove tutto ciò che conta è il possesso di oggetti materiali e decide di donare tutti i suoi risparmi ad una associazione benefica; in una scena emblematica del film, Chris brucia gli unici soldi che ha con sé poco prima di partire.

La Natura, da lui tanto ricercata nel suo viaggio, può essere metaforicamente interpretata come una ricerca del proprio desiderio e quindi un’apertura e un’accettazione totale della propria mancanza a essere. Chris è una persona che si interroga sui legami sociali e sulla loro autenticità: parte da solo ma non è un solitario, ha una grande capacità di vivere in relazione con gli altri arricchendo e arricchendosi continuamente nel corso dei suoi incontri e quando finalmente arriva in Alaska, giunge anche alla propria verità vale a dire che la condivisione, la relazione con l’Altro sono condizioni indispensabili per una vita piena.

Il film si conclude infatti con una frase che Chris scrive su un libro: “la felicità è reale solo se condivisa”.

Anche il percorso analitico potrebbe essere letto come un viaggio alla ricerca del proprio desiderio e che permetta di soggettivare la propria esistenza mitigando la propria mancanza.