Motivazione allo studio: uno sguardo più ampio

Pubblicato il 12 dicembre, 2016  / Psicologia e dintorni
Motivazione allo studio: uno sguardo più ampio

Durante i colloqui con i genitori o con gli insegnanti di studenti con difficoltà scolastiche, mi è capitato spesso di sentire utilizzare l’espressione “mancanza di motivazione” come spiegazione dell’insuccesso scolastico del ragazzo.

Frasi come: “non ha voglia di studiare”, “manca di forza di volontà”, “è intelligente ma non si applica”, sono spesso presenti nelle descrizioni di bambini e ragazzi che avrebbero tutte le carte in regola per farcela, ma che per qualche motivo a noi sconosciuto, trovano difficoltà a proseguire senza ostacoli il loro percorso di studi.

Ma come si fa quindi ad aiutare uno studente “demotivato” a trovare la motivazione necessaria per applicarsi e apprendere?

Per poter rispondere a questa domanda, potrebbe essere utile fare un passo indietro e riconsiderare il significato del termine motivazione, il modo in cui questo termine viene utilizzato e le implicazioni che ne conseguono da tale utilizzo.

Il concetto di motivazione tradizionalmente inteso, implica l’esistenza di una “forza” interna o esterna, che spinge o traina una persona nel raggiungimento di qualche obiettivo.

Una tale definizione rischia però di veicolare principalmente due tipi di idee:

  1. l’idea che la motivazione o la forza di volontà esistono come “entità a sé stanti” che possono appartenere o meno alla personalità del soggetto;
  2. l’idea di un “bambino macchina”, in grado di elaborare le informazioni che provengono dall’esterno, in particolare dall’insegnante, costruito come dispensatore di conoscenze. La mancanza di motivazione diventa quindi la mancanza di energia per attivare la macchina (Ravenette 1999).

Se gli studenti vengono visti come dei soggetti passivi e carenti di forza di volontà, vi è il rischio che la mancanza di motivazione diventi un grosso alibi, che potrebbe legittimare lo studente a non impegnarsi, entrando quindi in un circolo vizioso da cui è difficile uscire.

Se invece partiamo dal presupposto che l’apprendimento derivi da un attivo coinvolgimento della persona in un compito a cui attribuisce significato e valore, è possibile che si aprano nuove possibilità di lettura della situazione e nuove prospettive di intervento.

Ognuno di noi si muove nel mondo, interpretando sé stesso e gli altri sulla base di alcuni aspetti per noi centrali e importanti, come possono essere per esempio i valori morali, religiosi, e identitari.

Se il fatto di “essere un bravo studente” è un aspetto fondamentale per la persona, questa sarà attivamente coinvolta nel dare il meglio di sé a livello scolastico.

Ma se l’apprendimento fallisce, potrebbe significare che lo studente è totalmente coinvolto in qualche altra preoccupazione per lui più importante, che riguarda la sua identità e il senso di sé come persona.

Tale preoccupazione, solitamente collocata ad un basso livello di consapevolezza, emerge all’interno del contesto dell’approvazione e disapprovazione delle persone che sono importanti per lui e della propria approvazione e disapprovazione nei confronti di sé stesso.

Lo psicologo britannico Ravenette (1999) riporta l’esempio di Perry, un ragazzino di 11 anni che, nonostante fosse stato sottoposto a numerosi programmi e interventi specifici sulla lettura, non faceva nessun progresso nell’apprendimento di tale abilità. Figlio di uno scaricatore di porto e appassionato di pugilato, l’autore lo descrive come un bambino molto coinvolto nella ricerca di conferme riguardo la propria mascolinità, determinata da attributi come forza e aggressività. Perry può essere descritto come “non motivato a leggere”, ma se ci interroghiamo su cosa Perry è impegnato a fare, ci potremmo forse rendere conto che imparare a leggere non rappresenta per lui un compito né importante né utile nell’affermazione della propria virilità, aspetto per lui centrale e identitario.

Etichettare uno studente come “demotivato” rischia quindi di non facilitare l’individuazione di strategie utili per aiutare il ragazzo. Porci invece in una condizione di ascolto e comprensione di chi è lui come persona, che cosa lo appassiona e cosa invece teme e cerca di evitare, potrebbe aiutarlo a scoprire qualcosa di più su sé stesso e forse a guardare in maniera diversa le proprie preoccupazioni e dilemmi irrisolti.

Secondo Masoni (2001), ci sono sempre validi motivi alla base dello scarso investimento di un ragazzo a livello scolastico, come, per esempio, temere di essere considerato “secchione” dai compagni o di ritrovarsi con meno tempo per svolgere hobby o attività per lui gratificanti. Esplorare e riconoscere la sensibilità e l’intelligenza che ci sono alla base di queste scelte, potrebbe essere già un primo passo per far sentire il ragazzo compreso e accettato, capace di essere l’autore e il creatore della propria vita.

Bibliografia

  • Allport, G.W. (1962), The general and the unique in psychological science. In Epting, F. R. (1984). Personal Construct counseling and psychotherapy. Wiley, New York. (trad. It. Psicoterapia dei costrutti personali. Martinelli, Firenze 1990)
  • Masoni, M.V. (2001), Studiare bene senza averne voglia. Come superare l’alibi della mancanza di volontà. Erikson, Trento
  • Ravenette, A.T. (1999). Personal construct theory in educational psychology: A practitioner’s view. London: Whurr Publishers Ltd.