La sofferenza esistenziale

Ad una semplice domanda, una importante risposta

Pubblicato il 11 luglio, 2016  / Psicologia e dintorni
La sofferenza esistenziale
L'angoscia di convivere con la durezza della vita

Di fronte ad una semplice domanda: “Che cosa vorresti?”, ognuno di noi, uomini e donne, anche non affetti da condizioni di disagio e disperazione, non visibilmente sofferenti, persone anche brillanti, di successo, chiunque insomma, ad una domanda così innocente si trova a dover gestire un’onda d’urto.

E tutte le risposte, dalle più varie e curiose alle più scontate e semplici, lasciano un amaro in bocca e fanno emergere tanta sofferenza rimasta a lungo sommersa: “Vorrei per un attimo rivedere mio padre”, “Vorrei la madre che non ho mai avuto”, “Vorrei il tuo abbraccio”, “Vorrei che tu potessi dire di essere orgoglioso di me”, “ Vorrei poter rivivere la mia giovinezza”, “ Vorrei essere importante per te”, “ Vorrei poterti dire ancora una volta quanto ti voglio bene”, “Vorrei che tu tornassi da me”, “Vorrei poter avere un figlio”.

Tanti "Vorrei", quanta sofferenza c’è in noi, in tutti noi, sofferenza legata a vicende reali che causano un dolore esistenziale e che ci inducono, a volte, a chiedere aiuto, anche se la richiesta di aiuto non riguarda espressamente problemi esistenziali ma si nasconde dietro vissuti di solitudine, tristezza, lutti, ossessioni, problemi alimentari, sbalzi di umore, depressione, pensieri ossessivi, emicranie.

È curioso, però come attraverso la terapia ciò che si scopre dietro questi disturbi siano le radici della sofferenza, che affondano nell’esistenza: la sofferenza esistenziale.

Molti  autori fanno convergere questa sofferenza alla durezza dei fatti della vita e all’angoscia come prodotto degli sforzi che una persona compie per convivere con essa, e ne evidenziano alcuni che assumono una certa rilevanza in psicoterapia: la morte e la sua caratteristica di ineluttabilità; la libertà di scelta e la sottostante responsabilità che produce; la solitudine che ognuno di noi vive; la difficoltà di dare un senso alla vita ed un significato, per citare i più rilevanti.

Nel momento in cui la persona decide di farsi aiutare ad affrontare questa sofferenza, spesso celata dietro disturbi diversi, anche il terapeuta decide di entrare a pieno titolo nella vita di questa persona e dovrà essere preparato a vedere i disagi in sintonia con la sua prospettiva.

Dovrà convincersi che conoscere è preferibile al non conoscere e correre rischi è preferibile al non rischiare, in un gioco attento di sostegno e supporto delle angosce sottese, di duplice ruolo di osservatore e partecipante, in quanto essi osservano la vita dei loro pazienti e allo stesso tempo vi partecipano. L’incontro con l’altro è un contatto, è una forma profondamente umana e delicata di relazione tra due persone, una delle quali (in genere, ma non sempre, il “paziente”) ha più problemi dell’altra.

Thomas Hardy diceva: “ Se una via per il meglio esiste, è quella che esige una conoscenza profonda del peggio”.

Con delicatezza, rispetto e umanità, aggiungerei.

Ma il compito principale del terapeuta è quello di non dimenticare che tutti, anche i terapeuti, devono fare i conti con questi dati dell’esistenza (con la paura e la realtà della morte, l’angoscia di essere responsabili del proprio progetto di vita, l’esperienza della solitudine e la ricerca del senso e della certezza della vita), e che l’atteggiamento professionale di distaccata obiettività tanto caro al metodo scientifico, in questo caso è del tutto fuori luogo.

Le storie che ognuno porta in seduta, sono storie di uomini e donne, sono storie di noi e dei nostri problemi: la vita sarà sempre legata a doppio filo con la morte, l’amore con la perdita, la libertà alla paura, la certezza con l'incertezza.