Come dire ai bambini che...

Genitori e figli
Come dire ai bambini che...

Spesso gli adulti si trovano in difficoltà a rispondere ad alcune domande dei bambini, in particolare se sono “cose da grandi che non li riguardano, cose che non capirebbe e che li fanno soffrire” come le separazioni, le malattie o la morte di qualche caro. Se è vero che sono i grandi a doversi fare carico e occupare di queste cose non è vero che questi eventi della vita non riguardano i più piccoli e sono da tenere nascosti.

Proviamo a pensare a un bambino i cui genitori si separano, anche se non gli è ancora stato comunicato nulla nella maggior parte dei casi è possibile che metta in atto comportamenti che prima non aveva (ad esempio più capricci o si atteggerà da bambino più piccolo della sua età…), farà domande riguardo le due case che si troverà a frequentare, chiederà della mamma quando il papà andrà a prenderlo a scuola se prima non era mai accaduto. Ancora pensiamo a un bambino a cui muore uno dei nonni. Difficilmente sarà indifferente al dolore dei genitori e alla loro stanchezza per quanto questi vogliano tenere il tutto nascosto. La nuova routine familiare che un evento come la morte o la malattia portano coinvolge inevitabilmente anche i più piccoli e non passa inosservata.

Il Gioco Triadico di Losanna, famoso studio di ricerca della Prof.ssa Fivaz Depeursinge (1999), mette chiaramente in luce come già dai primi mesi di vita i bambini sanno relazionarsi con più di un caregiver contemporaneamente, inoltre mostrano come sappiano cogliere le diverse espressioni degli adulti e reagire di conseguenza. Facendo riferimento al quotidiano pensiamo al comportamento dello stesso bambino con i due genitori o con i nonni, solitamente si comporterà in maniera differente con i vari familiari perché sa benissimo con chi può e con chi non può mettere in atto alcune richieste. Questo semplice esempio dovrebbero far riflettere gli adulti che sostengono che “tanto non capirebbe e quindi è meglio che non rispondo alle sue domande…”.

Detto questo non significa che gli adulti devono spiegare per forza di cose tutto ai bambini, vanno rispettati quelli che sono i loro tempi così come le loro difese: spesso sono proprio loro a dirci, soprattutto con i loro comportamenti, che alcune cose non le vogliono sentire perché magari non sono ancora pronti.

Ciò che credo sia fondamentale è mettere i piccoli nelle condizioni di fare domande su temi che riguardano loro e i loro familiari, far sentire loro che gli adulti sono presenti e sono disponibili a rispondere ai loro interrogativi quando lo vorranno e ne sentiranno l’esigenza. Nella maggior parte dei casi se un bimbo è pronto a ricevere una risposta formulerà una domanda altrimenti è altamente probabile che non chiederà nulla.

I contenuti delle risposte da dare cambiano da bambino a bambino e devono tenere conto dell’età, credo che nessuno meglio di un genitore conosca bene il proprio figlio, le parole da usare sono quelle tipiche del quotidiano e della propria famiglia, non occorre cambiare il linguaggio né le modalità di comunicazione. Spesso è utile chiedere ai bimbi cosa già sanno di quello che sta accadendo, questo ci permette anche di sapere se hanno delle fantasie distorte sulla realtà.

Restare in silenzio davanti ad alcuni interrogativi può far sentire i bambini in colpa; una delle fantasie ricorrenti è la seguente: “se la mamma non mi parla è perché è arrabbiata con me quindi è colpa mia se litiga con il papà e sta male”. Il silenzio in molti casi non è d’oro ma è pericoloso perché alimenta pensieri falsi che possono poi essere difficili da eliminare.

In conclusione è bene mettere i minori nelle condizioni di accedere a un adulto che è in grado di accoglierli e di rispondere ai loro interrogativi; non c’è una quantità di cose giuste da dire o un’età specifica in cui è meglio parlare di alcune cose e non di altre: si può parlare di qualunque cosa purchè si abbia in famiglia la consuetudine a confrontarsi e a parlare. Spiegare tutto a tutti i costi è sbagliato, è il bambino che ci dice, anche con i suoi comportamenti, quando e cosa possiamo dire, è a lui che dobbiamo rivolgere i nostri occhi.