Genitori sull'orlo di una crisi di nervi (parte 2 di 2)

Buone norme, falsi miti e strategie per sopravvivere incolumi (o quasi) a figli ribelli

Pubblicato il 22 agosto, 2017  / Genitori e figli
Genitori sull'orlo di una crisi di nervi (parte 2 di 2)

Cosa fare quando vostro figlio di 6 anni non ha alcuna voglia di ascoltarvi e continua a comportarsi da ribelle? Cosa spinge un “bambino difficile” a non rispettare le regole, trasformando casa vostra in un campo di battaglia?

Nella parte precedente abbiamo indagato quali potessero essere gli atteggiamenti e le strategie disfunzionali più comuni quando si ha a che fare con bambini provocatori/ribelli/oppositivi. Nelle prossime righe, invece, ci concentreremo sullo sfatare alcuni miti che contribuiscono al mantenimento del problema, per passare poi ad illustrare qualche strategia da mettere in atto per provare a ristabilire un po' di quiete...

Nella pratica clinica mi è capitato spesso di trovarmi di fronte madri o padri che, esausti e sconfortati dall'amore dato e dalla poca riconoscenza ricevuta mi dicessero: “Non funziona niente!” oppure: “Qualunque cosa faccio, sbaglio!”.

Bene, questo è il primo mito che vorrei sfatare. Il rimedio c'è, eccome. I bambini (come gli adulti) possono cambiare, hanno solo bisogno dell'addestramento adatto. Cadere infatti in questa falsa credenza, ha il solo effetto di indebolire la vostra capacità di aiutarli. Occorre piuttosto capire quali siano state le strategie che non hanno prodotto risultati, interromperle e iniziare daccapo, partendo dal presupposto che, come sosteneva Oscar Wilde: “E' con le migliori intenzioni che il più delle volte si ottengono gli effetti peggiori...”.

Un altro tra i grandi miti da sfatare è quello della “sculacciata”. Ognuno di noi avrà certamente memoria di quando, nonostante i ripetuti richiami, continuando a giocare con la pallina da baseball in salone, ha finito per frantumare il prezioso angelo di cristallo di mamma, ritrovandosi il sedere rosso di botte. Forse le punizioni corporali hanno sortito un effetto positivo su di voi, ma di solito su un bambino difficile causano una risposta opposta. Infatti, uno tra i rischi associati è che, una volta picchiato, quest'ultimo utilizzi le botte come un' efficace modalità comunicativa e la utilizzi all'esterno con fratelli minori, amici e compagni di scuola. Nonostante questo tema possa ispirare legittimi dissensi del tipo: “Cosa c'è di male a dare una sculacciata quando serve?”, io continuo a credere che esistano semplicemente dei metodi più efficaci.

Quando poi, dopo una serie di disastri di varia natura, si innesca il meccanismo del pregiudizio nei suoi confronti le cose non potranno che peggiorare o, nel migliore dei casi, rimarranno così. Solo distaccandoci emotivamente dalla credenza che ne combinerà un'altra perchè non ha le competenze comportamentali adeguate riusciremo a fare dei progressi.

Infatti, quello del “non ha le abilità” è un auto-inganno da combattere con forza. Avete mai fatto caso alla trasformazione di vostro figlio in altri contesti? Ad esempio quando si relaziona con i nonni, con il vicino di casa o con gli amici di famiglia, i quali puntualmente si complimenteranno con voi di quanto sia educato, bravo e buono, non capacitandosi del vostro affanno e non credendo ad una parola di ciò che gli avete detto poco prima riguardo al vostro carceriere. Questa è solo una delle tante prove che la maggior parte di questi bambini possiede tutte le attitudini necessarie, semplicemente non scelgono di usarle in alcuni contesti, a meno che non siano costretti a farlo.

Queste poche e brevi considerazioni su alcuni falsi miti che rendono ancora più complicato trattare con bambini difficili, fanno da cornice a ciò che andremo ad affrontare fra poco, illustrando qualche tecnica pratica e piuttosto semplice.

Prima di fare ciò però, credo sia necessario fare due premesse: la prima di esse è che ritengo la consulenza di uno specialista altamente consigliata in ogni caso. Il colloquio con un esperto infatti è essenziale per poter calzare le adeguate strategie al problema, risparmiando tempo ed energie (se ancora ne avete qualcuna).

La seconda è un invito a non cedere. Mai.

Perchè, pur con la guida giusta, potreste riscontrare un cambiamento repentino, ma potrebbe anche volerci del tempo e non bisogna perdersi d'animo. Una volta scelta la strategia da seguire, non importa quanto miserabile potrà sembrare la vostra vita o quanta abilità vostro figlio avrà nel farvi sentire senza speranze, voi non dovete mollare. Poichè quando si ha a che fare con un bambino particolarmente testardo, il braccio di ferro é sempre duro e faticoso, ma sarà vinto da chi mollerà per ultimo e se le cose non funzionano al primo tentativo, ci sarà sempre un'altra possibilità di riscatto. Questo è l'unico modo per operare un cambiamento e tirare, finalmente, un sospiro di sollievo.

Detto ciò, passiamo ai fatti. Da cosa si può iniziare per ristabilire un legame efficace e per insegnare a vostro figlio a comportarsi meglio?

Ecco qualche semplice tecnica che, seppur decontestualizzata, potrebbe essere d'aiuto :

  1. Fornire delle alternative: molto spesso durante i conflitti con i nostri figli, ciò che facciamo è imporgli delle soluzioni non opinabili, con il risultato di finire in una lotta di potere che, come abbiamo specificato nella prima parte, è sempre meglio evitare. Se però li mettessimo di fronte a possibilità di scelta multiple (accettabili anche per i genitori), gli permetteremmo di ragionare di più e, soprattutto, gli daremmo indietro una parte di controllo, che è esattamente ciò che cercano. L'idea è dunque quella di fornirgli più alternative simili (ad es. lasciarli scegliere se lavarsi prima i denti o fare il letto), facendoli sentire maggiormente considerati e diventando noi stessi un esempio di flessibilità.

  2. Dubitare anziché incoraggiare : questo stratagemma è efficace soprattutto di fronte alle difficoltà nello studio o nella risoluzione di problemi. Calibrare piccole prove sulle capacità del bambino (ad es. dire : “è piuttosto difficile, chissà se sei in grado!” oppure “penso che ci metterai almeno 20 minuti, è difficile farlo in meno tempo”) è un metodo efficace per promuovere le autonomie del bambino oppositivo utilizzando il suo stesso linguaggio e la sua stessa logica: la sfida.

  3. Riconoscere, non lodare: Sebbene possano sembrare sinonimi stretti, queste parole non concordano fra loro. Una delle tentate soluzioni più comuni da parte di genitori ed insegnanti è quella di elogiare il ragazzo quando ogni tanto (nessun bambino infatti fa SOLO cose negative) si comporta in modo accettabile o vi sorprende con un gesto responsabile. Purtroppo però, neanche questo serve. Dire a colui che è stato considerato per anni “il monello” di casa che è proprio un bravo ragazzo, non farà altro che confonderlo riguardo la sua identità e con ogni probabilità provocherà subito dopo un'azione ribelle compensatoria che riporterà la situazione in equilibrio. Nel momento in cui qualcuno fa un commento che non combacia con l'immagine che abbiamo di noi stessi, subiamo uno stress. E ciò vale per gli adulti quanto per i bambini. Ecco perchè è preferibile utilizzare il riconoscimento, ovvero un commento obiettivo circa il comportamento che si sta tenendo. Un esempio può essere il seguente: supponiamo che vostro figlio stia provando a leggere un libro piuttosto che ipnotizzarsi davanti ai videogame. Ciò che si potrebbe fare è sottolineare l'atto in sè dicendo “vedo che stai leggendo un libro”, limitandosi a sottolineare il fatto, EVITANDO VALUTAZIONI DI STIMA del tipo : “sono orgoglioso di te” oppure “stai diventando bravo” ecc. Una volta fatto, ci si dovrà allontanare per evitare di cadere in tentazione aggiungendo qualcosa che rovinerà il vostro intervento. La tecnica comunicativa ha un duplice effetto: in primo luogo il ragazzo sarà interessato ad ascoltarvi di più, certamente come effetto del commento positivo, ma soprattutto perchè sarà detto senza nessun tipo di giudizio, bello o brutto che sia. In secondo luogo, i riconoscimenti saranno lo stimolo che gli permetteranno di capire quali comportamenti adottare in futuro.

  4. Ricompensare il cambiamento: Non dobbiamo mai dimenticare che i bambini (soprattutto quelli difficili) hanno un bisogno estremo di sapere quando i loro comportamenti sono appropriati o inappropriati. Di conseguenza avranno bisogno che i loro sforzi per migliorare vengano riconosciuti e ricompensati in qualche modo, e gli adulti spesso si dimenticano di farlo. Il mancato riconoscimento dei piccoli passi da parte del genitore spesso porta ad una grande frustrazione per il ragazzo e ad una regressione nel comportamento. L'idea invece è quella di prendere di mira un comportamento specifico che vorreste modificare (ad es. il fatto che si dimentica di fare lo zaino la sera prima) e dire a vostro figlio che cosa vorreste ottenere, usando termini chiari e positivi (“vorrei che facessi questo”) piuttosto che termini negativi (“vorrei che non facessi questo”). A questo punto, parlando con lui, chiedetegli cosa ne pensa e quale sarebbe secondo lui il primo passo per raggiungere l'obiettivo finale. E' molto importante non aspettarsi troppo e subito, ma riuscire ad aspettare il primo segnale in direzione positiva e sottolinearlo con decisione, a parole (“Ho notato che hai riordinato i libri”) o con post-it sparsi per casa a seconda del problema. Nonostante il cambiamento proceda per gradi, è importante tenere d'occhio ogni piccolo risultato per ottenerne, alla fine, uno più grande.

In conclusione, un ultima considerazione. L'obiettivo di questi due articoli non è certo quello di insegnare come tirare su dei figli. Io non ne avrei certo l'arroganza né la facoltà e voi, come loro, possedete già tutte le abilità e la forza per far fronte a questa enorme sfida. Le poche parole scritte qui hanno il solo scopo di fornire qualche strumento e qualche spunto per affrontare un problema che, a quanto pare, sta diventando sempre più frequente e sempre meno gestibile. Non c'è nulla di male nell'essere in difficoltà. Anche voi, come i vostri figli, imparerete solo dagli errori commessi, tenendo a mente che chiedere aiuto non è mai una forma di debolezza. Anzi.

Bibliografia:

  • Levy R., O Hanlon B., (2004). Bambini che fanno i capricci. Milano, Tea Libri
  • Nardone G., (2012). Aiutare i genitori ad aiutare i figli. Milano, Ponte Alle Grazie
  • Nardone G., Giannotti E., Rocchi R., (2001) Modelli di famiglia. Bergamo, Tea Libri
  • Phillips A., (2009). I no che aiutano a crescere. Feltrinelli