Ri-entrate sul web: come la Rete può curare i nostri ragazzi

Genitori e figli
Ri-entrate sul web: come la Rete può curare i nostri ragazzi

Siamo negli anni Ottanta in Giappone. Per gli adolescenti nipponici, gli anni d’oro dei manga, di Super Mario e dei cartoni animati (i cosiddetti anime) sui robot spaziali che salvano il mondo. Ma anche, per alcuni, gli anni dell’apatia: sempre più giovanissimi cominciano a chiudersi in casa, rifiutano di andare a scuola e di lasciare le loro camere, che diventano “non luoghi” pieni di libri, fumetti e tanto dolore. Sono gli autoreclusi, e il loro malessere non ha un nome – nessuno sa come chiamarlo e tanto meno come trattarlo.

Siamo negli anni Ottanta in Giappone e uno di questi ragazzi incrocia la strada dello psichiatra Tamaki Saito. È il suo primo paziente. Da quel momento, il giovane Saito conia il termine hikikomori – traducibile con “stare in disparte, isolarsi” – e fa di questo fenomeno la sua ragione di vita, lavorando a un gran numero di pubblicazioni e divulgando veri e propri “vademecum” per genitori disperati.

 

Come nasce un hikikomori: il limbo senza tempo dell’incomunicabilità

Alla base del disturbo, che colpisce soprattutto i maschi, un’introversione patologica, il senso di inadeguatezza dato dal dover “diventare grandi” in una società sempre più spietata e competitiva, le difficoltà scolastiche e relazionali – talvolta, ma non necessariamente, accompagnate da episodi di bullismo – e, soprattutto, un’incomunicabilità viscerale, profonda, che si frappone come velluto nero tra gli hikikomori e il resto del mondo.

Incomunicabilità, nel senso letterale del termine: non essere in grado di comunicare. Spesso, sottolinea Saito, questi ragazzi sono intelligentissimi e mostrano tratti narcisistici, faticando a trovare amicizie tra i loro coetanei e percependosi come sospesi in un limbo senza tempo: troppo maturi per la loro età, troppo giovani e fragili per gettarsi nel mondo degli adulti.

L’isolamento sociale non è che la manifestazione comportamentale più evidente di uno stato d’animo così complesso, accompagnato da inversione del ritmo sonno-veglia. apatia, letargia, talvolta reazioni fobiche (ad esempio nei confronti della scuola) e sintomi ossessivi-compulsivi.

Uno stato d’animo complesso che si colloca, non a caso, in un momento delicatissimo dello sviluppo (l’esordio si colloca solitamente nei primi anni delle scuole medie), carico di trasformazioni e di crescenti aspettative da parte di scuola, famiglia, pari. Per alcuni, l’unica via di fuga è chiudersi in camera e – metaforicamente e purtroppo qualche volta anche fuori di metafora – gettare la chiave.

 

Hikikomori in Italia

In un’intervista dei primi 2000 a Claudia Pierdominici, Saito sosteneva che lo hikikomori fosse un fenomeno legato esclusivamente alla cultura giapponese – un disturbo sociale, insomma e che non avrebbe mai varcato le soglie dell’Europa. Si sbagliava: secondo Matteo Lancini, psicoterapeuta e presidente della fondazione Minotauro di Milano, ad oggi gli autoreclusi in Italia superano le 100.000 unità.

Sebbene con caratteristiche diverse e con prognosi relativamente meno allarmanti (gli hikikomori giapponesi sfiorano il milione e restano isolati anche per decenni), il fenomeno ha decisamente preso piede anche in Europa e, in particolar modo, in Italia.

A tal punto, infatti, che nel 2013 un giovane psicologo di nome Marco Crepaldi si lancia in un progetto ambizioso e dà vita alla community online Hikikomori Italia, con l’obiettivo non solo di diffondere informazioni circa il fenomeno, ma anche e soprattutto di mettere in comunicazione le migliaia di autoreclusi del Belpaese e le loro famiglie, grazie a strumenti quali chat, forum e gruppi di sostegno virtuali

Il progetto ha successo, tanto che lo scorso giugno Hikikomori Italia è stata riconosciuta come Associazione a tutti gli effetti.

 

Ri-entrate sul web: come la rete può curare i nostri ragazzi

Come sottolinea un articolo pubblicato lo scorso maggio su La Repubblica, infatti, la Rete è tutt’altro che un nemico per questi ragazzi, lungi dall’essere “Internet-dipendenti”. Al contrario, come la community di Crepaldi conferma, i social network possono rappresentare un primo ma indispensabile passo verso il resto del mondo; confrontarsi online può risultare, per chi soffre di questa fobia sociale, meno spaventoso di andare a scuola, meno annichilente di farsi un giro in centro e meno “estremo” di attaccare bottone con uno sconosciuto al bar.

Ma non per questo meno efficace: da cosa nasce cosa e, spesso, le amicizie nate sulla Rete si trasformano in incontri reali, fornendo a questi ragazzi esperienze relazionali positive in modo selettivo e graduale. Insomma, una versione naturale e autoprodotta della “terapia di esposizione” – quel trattamento, facente capo all’approccio cognitivo-comportamentale, in cui il paziente viene esposto gradualmente alla situazione che gli provoca ansia – per il rifiuto dell’Altro.

Addirittura, scrive Lancini nel suo saggio Abbiamo bisogno di genitori autorevoli, «il mancato utilizzo di internet è una condizione diagnosticamente sfavorevole» e, al contrario, «come fattore prognostico positivo, vi è l'impegno in giochi virtuali collettivi e il mantenimento di relazioni con i coetanei online».

 

Il ruolo dello psicologo

Un sostegno psicoterapeutico strutturato è comunque la via maestra per casi come questi. Essa può rivolgersi al diretto interessato, analizzando le sue ansie e le sue paure e lavorando sulla motivazione a uscire di casa, ma è indispensabile – come insegna l’approccio sistemico, e tutti gli approcci condividono in questo caso – che le famiglie siano coinvolte nel percorso terapeutico. Lancini sottolinea, in una recente intervista a Hikikomori Italia, come «senza il coinvolgimento dei genitori nel setting clinico le cose sono molto più difficili e la risoluzione della crisi evolutiva adolescenziale, a volte, impossibile».

Ma come fare, per i genitori, a capire quando è il caso di chiedere l’aiuto di uno psicologo?

I segnali possono essere dei più disparati: il rifiuto di andare a scuola, le notti insonni, la sempre maggiore “chiusura” al mondo esterno, l’ossessione (o la negligenza) per l’ordine e la pulizia. Ma è indispensabile comprendere che un certo grado di disagio è fisiologico e connaturato all’adolescenza, con le sue profonde trasformazioni e le sue sfide evolutive, e che patologizzare questa fase non fa che allontanarci dai ragazzi.  Così come il manifestarsi temporaneo di questi segali, soprattutto se isolati e non in associazione, non è automaticamente sintomo di patologia. Allo stesso modo, tuttavia, l’intervento psicologico non va confinato all’ambito della psicopatologia: esso può essere, al contrario, un valido sostegno al normale percorso evolutivo, e un alleato indispensabile per la prevenzione di fenomeni come lo hikikomori, sfatando il mito, ancora troppo diffuso, che dallo psicologo si va quando si è “matti” o “malati” o comunque quando un problema si è già manifestato, mentre può essere talvolta molto più utile avere una guida evolutiva e prevenire possibili disagi.

Prosegue Lancini: «Poter dar senso ai conflitti evolutivi, mettere in parola e dare un nome ( senza etichettare!) stati d’animo confusi a seguito delle trasformazioni adolescenziali può essere un’operazione utile per il ragazzo e la ragazza così come per la madre e il padre alle prese con i significativi cambiamenti di questa fase dello sviluppo del figlio o della figlia.»

Nel frattempo, le armi a disposizione dei genitori sono – al solito – la pazienza e l’empatia. Tentare di costringerli ad uscire di casa non è solo inefficace, ma anche dannoso: come in ogni situazione di disagio psichico, la violenza – che è diversa dall’autorevolezzanon è mai una soluzione.

Come sottolinea Crepaldi sul suo sito, «per aiutare un hikikomori serve molta pazienza, bisogna comprendere le sue paure e riportarlo gradualmente alla vita sociale, agendo sul singolo, sulla famiglia, ma anche sulla comunità nel suo insieme».

 

Riferimenti bibliografici

Crepaldi, M. (11 giugno 2017). Costringere gli Hikikomori a uscire di casa con la forza: il Giappone ci mette in guardia sui rischi. Hikikomori Italia. Disponibile in: http://www.hikikomoriitalia.it/2017/06/costringere-gli-hikikomori-uscire-di.html

De Luca, M. N. (4 maggio 2017). Quei centomila adolescenti prigionieri delle loro stanze. “Ma il web può farli uscire”. La Repubblica. Disponibile in: http://www.cislscuola.it/uploads/media/MariaNovellaDeLuca_Repubblica_04052017.pdf

Lancini, M. (2017). Abbiamo bisogno di genitori autorevoli. Aiutare gli adolescentI a diventare adulti. Mondadori.

Pierdominici, C. (12 aprile 2008). Intervista a Tamaki Saito sul fenomeno “Hikikomori”. Psychomedia. Disponibile in: http://www.psychomedia.it/pm/pit/cybpat/pierdominici-palma.htm

Piotti, A. (2012). Il banco vuoto: diario di un adolescente in estrema reclusione (Vol. 241). FrancoAngeli.

Saitō, T. (2013). Hikikomori: Adolescence Without End. University of Minnesota Press.

Spiniello, R., Piotti, A., & Comazzi, D. (2015). Il corpo in una stanza. Adolescenti ritirati che vivono di computer: Adolescenti ritirati che vivono di computer. FrancoAngeli.