Come la casa parla di noi e perché parlare della propria casa con uno psicologo

Casa dolce casa

Pubblicato il 8 ottobre, 2016  / Genitori e figli
Come la casa parla di noi e perché parlare della propria casa con uno psicologo

Casa dolce casa…

Oggi parliamo di casa. Sì della casa nostra e dei nostri amici, o anche delle case che ci capita di frequentare per diverse ragioni. Che c'entra la Psicologia con la casa? C'entra, c'entra. E ora provo a spiegarvi come l'osservazione della casa possa darci numerose informazioni sui suoi proprietari o inquilini. E inoltre  da tali osservazioni possiamo trarre alcune indicazioni per stare meglio e far star meglio gli altri.

Entrando in una casa un giorno mi colpì l'odore di chiuso e forse anche di piscio. Era la casa di un anziano, malandato e poco accudito da una persona a ore, e senza contatti frequenti con parenti e amici. Quale sofferenza nel suo animo e quale disgusto in chi vi entrava così da generare un circolo vizioso: nessuno vi stava più a lungo del minimo indispensabile e questo aumentava la sua solitudine e la sua motivazione a tenerla in ordine.

In un'altra casa, pulitissima ed ordinata in ogni dettaglio, tutti gli spazi liberi nei mobili e nelle mensole erano occupati da foto ricordo incastonate in cornici d'argento di ogni misura. Sembrava un museo, non ti ci potevi accomodare perché sul divano c'erano numerose bambole, non potevi aggiungere nulla di nuovo. Il passato la riempiva. Il futuro non aveva dimora. Era la casa di una vedova, di una nonna, una donna sola che si consolava nella memoria cercando di sfuggire alla tristezza innescata dalle persone perdute e degli affetti lontani. Affrontare queste perdite e rielaborarle le avrebbe permesso di lasciare spazio al presente e al futuro ed impegnare meglio le sue energie emotive.

Forse la casa più comica in cui entrai (ma in realtà erano molte) era quella in cui gli abitanti vivevano… nel box. Sì perché in quelle belle villette, costruite negli anni del boom economico nella cintura milanese ricca e progredita, c'era un piano seminterrato in cui convivevano una o più auto in un box da almeno 100 mq comprensivo di cucina, cantinetta, salotto e mobili vari. Al piano superiore la zona giorno con sala, servizi e camere da letto. Il tutto rigorosamente freddo, mentre il riscaldamento rendeva confortevole il locale box e tutto il resto. La strana configurazione dell'uso di questa casa suggerisce una particolare scala di valori, in cui le cose, certamente ottenute con lo sforzo del lavoro nei decenni del dopoguerra, avevano preso il sopravvento sul loro significato effettivo. Non si doveva sporcare, consumare, mettere a rischio quanto si era ottenuto col sacrificio. Ma che senso aveva vivere in cantina, o nel box, lasciando la bella zona giorno pulita e ordinata ma come un museo prima dell'apertura?

Ho visto poi case di gente impegnata nel sociale, nei gruppi, nelle parrocchie e nelle associazioni sportive. Persone encomiabili, spesso punti di riferimento per le loro comunità. Ma queste case erano così malandate, sporche, disordinate e piene di cose accumulate negli anni, che i loro padroni avevano da tempo smesso di aprirle a parenti e amici. Erano chiuse per la vergogna e la consapevolezza che non si potevano permettere di mostrare quel disordine. Mi chiedo allora, se tutto questo operare per il bene della comunità lasciando la propria casa andare in malora non sia segno di un malessere. Talvolta il malessere era un disagio nella coppia, talvolta nella relazione coi figli. La donna che non tiene in ordine la propria casa e che si fa in quattro per la comunità e gli altri può farlo anche per fuggire da qualcosa e non solo per i valori sociali che proclama. Il marito che opera nel sociale dopo il lavoro ed è un punto di riferimento per tanti ma non abita la propria casa condividendone la cura con la propria donna si espone alla reazione di delusione e rabbia della sua compagna.

L'analisi e l'osservazione di come appaiono le case che incontriamo potrebbe continuare quasi all'infinito. Suggerisco qualche criterio per migliorare la vita.

1. "Sentire la casa". Quando entriamo in casa, la nostra o di altri, cosa sentiamo nel cuore? Quale emozione ci prende? Diamo un nome alle emozioni che sentiamo.

2. "Parliamone". Nella nostra casa parliamone con il coniuge e con i figli. Al momento giusto e con tatto ma parliamone. Condividiamo le emozioni positive ma anche quelle negative. Una soluzione che nasce dall'amore e dalla volontà di stare bene insieme si può trovare. Con gli altri invece, specie se non li conosciamo bene, occorre stare più attenti, e prima di esprimere emozioni negative è bene valutare bene le conseguenze. Via libera invece coi complimenti, solo se davvero realistici e non per piaggeria.

3. "Ogni posto ha la sua cosa e ogni cosa il suo posto". Così stava scritto nella falegnameria in cui lavorava mio padre all'inizio degli anni 50 in Brianza. Ed è vero. Chi non si abitua a mettere al proprio posto le cose, le perde. E' come se non le avesse. Chi si intende di librerie e biblioteche lo sa bene. Inutile tirar fuori la scusa dei bambini che mettono in disordine. Ma di questo ne parleremo un'altra volta.

4. "Per ogni cosa in entrata qualcosa deve uscire". Accumuliamo tante cose che poi solo al momento di un trasloco ci troviamo a gettare. Ma quando la casa è piena a regime, dovremmo tenere presente questa regola. Per ogni oggetto, vestito, strumento che facciamo entrare, qualcosa d'altro dovrebbe uscire, regalare, da condividere, da gettare.

Ma se da soli non ce la facciamo a migliorare la situazione cosa può fare lo psicologo per noi?

Riprendiamo gli esempi che sopra ho citato.

Nel primo caso oltre ad una revisione della organizzazione sociale del vecchio malato, lo psicologo può offrirgli uno spazio di ascolto della propria storia. Ricostruire la trama della vita per ricavarne il senso da speranza anche di fronte ad un futuro incerto.

Nel caso della donna che aveva organizzato la sua casa come un museo c'è un evidente bisogno di favorire una elaborazione dei lutti (così si dice in psicologia) e cioè delle perdite cui era andata incontro nella vita: persone, ruoli, capacità. La elaborazione di queste perdite aiuterebbe questa donna a non sprecare le sue energie presenti nel tenere la casa come un museo ma nel donare la propria saggezza di vita ai vicini, ai più giovani e forse anche alla comunità, dandole in cambio una nuova stagione di vita piena.

Alla famiglia che viveva in un box di lusso probabilmente una consulenza psicologica non sarebbe mai venuta in mente, ma sotto sotto scommetto che in quella famiglia vi fosse un forte contrasto generazionale. Un contrasto tra la generazione di chi ha "generato" quella ricchezza e la generazione di coloro che vogliono semplicemente godersela. E' questione di valori, di significato. ma non è solo una questione morale. E' il modo con cui si dialoga e si collabora, o ci si scontra, tra nonni, genitori e nipoti.

A coloro che esercitano un importante ruolo sociale ma che lasciano la propria casa disordinata o vuota servirebbe un campanello di allarme o una scrollatina. Più che suggerimenti a loro bisognerebbe fare domande. Perché trascuri la cura della tua casa, la presenza in essa, e la relazione col tuo coniuge o coi tuoi figli? Cosa ti porta fuori? Quanto a lungo può durare questa situazione prima che qualcuno esploda? La consulenza, in questo caso e sempre proposta dalla parte meno impegnata fuori casa, potrebbe avere carattere di prevenzione di conflitti, separazioni, violenze.