Le gravidanze: molteplici vie per accogliere la vita che nasce

Pubblicato il 6 luglio, 2016  / Genitori e figli
Le gravidanze: molteplici vie per accogliere la vita che nasce

La gravidanza e la genitorialità costituiscono un periodo di grandi cambiamenti per la donna, per il futuro padre e per la coppia. Questo tempo di attesa può mettere in campo sia emozioni positive che negative, più o meno durature e intense.

E’ passando attraverso tutti questi vissuti che i genitori si preparano ad assumere un nuovo ruolo, reinventando sé stessi e il rapporto di coppia e creando uno spazio adeguato per accogliere un figlio.

La complessità psicologica, sociale, culturale e relazionale che connota il periodo della “dolce attesa” fa sì che essa possa essere vissuta come tutt’altro che dolce, diversamente da quanto suggerito dal popolare modo di nominarla, rendendola una fase di vita estremamente articolata e variabile: infatti, essa può arrivare nel momento giusto, troppo presto o troppo tardi, dopo tanti tentativi, può essere desiderata o non programmata, può verificarsi senza che si abbia un partner stabile.

Questi fattori possono certamente influenzare il proprio modo di vivere la gravidanza e le emozioni conseguenti. Per l’estrema variabilità delle esperienze di chi è in attesa di un figlio, è opportuno pensare a questo prezioso evento al plurale, riflettendo sulle gravidanze nelle loro possibili sfaccettature e vissuti individuali.

Molteplici sono i mutamenti che le coppie e le donne sono chiamate ad affrontare quando si attende un bambino.

I partner dovranno ad esempio affrontare una ridefinizione della relazione, in quanto si rende ora necessario includere un terzo. Questa ridefinizione può generare delle difficoltà, specie nel caso in cui siano presenti dinamiche disfunzionali all’interno della coppia, che rendono la stessa più fragile nell’affrontare gli sconvolgimenti psicologici e relazionali tipici della gravidanza.

Non è infrequente che nel corso della transizione alla genitorialità, anche le coppie più solide possano sperimentare una riduzione del grado di soddisfazione e di benessere percepito, sebbene questo declino non interessi tutti i soggetti (Belsky, Rovine, 1990). In molti casi, infatti, l’arrivo di un figlio unisce ancora di più i partner, ed essi imparano a sostenersi a vicenda, assumendo gradualmente ruoli ben diversificati ma complementari.

Entrambi i genitori si chiedono solitamente quali comportamenti e modalità relazionali appresi dalla famiglia d’origine intendono riproporre al loro figlio. La nascita di un bambino genera, pertanto, anche una ridefinizione del rapporto con i propri genitori in quanto l’assunzione del ruolo genitoriale porta a instaurare con la famiglia d’origine una relazione maggiormente paritaria e adulta (Bramanti, 1999).

Soffermandosi sull’esperienza gravidica della futura mamma, la psicoanalista viennese Grete Bibring (1959), afferma che la donna in gravidanza viva una sorta di crisi maturativa, poiché la scoperta di attendere un figlio può risollevare antichi conflitti che hanno caratterizzato il suo sviluppo psicoaffettivo, soprattutto quelli connessi al rapporto con la propria figura materna.

Un’altra psicoanalista, l’inglese Dinora Pines (1982), sostiene che le neo-mamme in questa fase del ciclo vitale ridefiniscono la propria identità femminile e, nel fare ciò, rivivono il processo di separazione-individuazione dalla propria madre così da poter assumere appieno il nuovo ruolo materno.

La donna in gravidanza vive, pertanto, una profonda rielaborazione del modo di percepirsi, della propria identità di donna, figlia e compagna.

La trasformazione passa anche attraverso il corpo. La maternità è una esperienza del corpo e ogni donna accoglie le sue trasformazioni, rapide ed evidenti, in modo del tutto personale. Alcune traggono grande gratificazione nell’osservare i segni della nuova vita che cresce nel proprio corpo, mostrando insofferenza se, ad esempio, il pancione stenta a manifestarsi.

Per altre, invece, può essere difficile accettare l’aumento di peso, l’assunzione di nuove forme e le difficoltà fisiche nello svolgere le attività quotidiane che possono insorgere soprattutto negli ultimi mesi, e manifestano preoccupazioni, più o meno intense, inerenti la possibilità di recuperare la silhouette precedente lo stato di gravidanza.

Oltre ai cambiamenti fisici, la maternità comporta anche delle conseguenze a livello sociale e psicologico in quanto la neo-mamma deve assumersi le responsabilità insite nel ruolo genitoriale e talvolta può essere costretta a lasciare o sospendere il suo lavoro, spesso fonte di gratificazione personale e di identificazione sociale, generando, in alcuni casi, anche difficoltà finanziarie nella famiglia.

La donna potrebbe temere di perdere la sua libertà e la propria identità, poiché si rende necessario riorganizzare le giornate in base alle esigenze del bambino (Schaffer, 2005). L’arrivo di un figlio può, per altri versi, comportare anche un aumento della sicurezza personale, una maggiore realizzazione di sé e un miglioramento nelle relazioni con la propria famiglia d’origine (Schaffer, 2005).

Tutti questi vissuti incidono sulle fantasie, sulle aspettative e sui desideri che i futuri genitori iniziano a coltivare nei confronti del proprio piccolo fin dai primi tempi del concepimento, in modo spesso inconscio.

Queste fantasie sono frequenti e spontanee in chi si appresta a diventare genitore, e spesso anche positive, in quanto essi tentano così di prepararsi a ciò che avverrà, seppur solo in via ipotetica. Dopo il parto sarà però necessario imparare a interagire con un bimbo vero e non più solo immaginato e i genitori dovranno imparare a sintonizzarsi con i suoi bisogni e ritmi fisiologici, cercando di comprenderne le necessità che, soprattutto nei primi mesi di vita del piccolo, non sono sempre facilmente intuibili. Questa difficoltà è solitamente fonte di intensa stanchezza e frustrazione, e può generare dubbi sulla propria competenza genitoriale, sensi di colpa e depressione del tono dell’umore e vissuti di ansia.

Di fronte a un quadro così complesso troviamo, allora, donne preoccupate di non riuscire a svolgere il proprio ruolo nel modo giusto, impaurite dalla possibilità di sbagliare, di non essere abbastanza presenti per un esserino che dipende totalmente dalle cure che i genitori saranno in grado di fornirgli.

Ma cosa è giusto? cosa è abbastanza?

A rassicurare le neo mamme giunge il contributo dello psicoanalista e pediatra Donald Winnicott (1974). Egli afferma che non è affatto necessario che la buona madre sia perfetta, sempre presente e che non sbagli mai.

Basta, infatti che essa sia una “madre sufficientemente buona” cioè che possieda le capacità di accudire il bambino dosando opportunamente il livello di frustrazione che sperimenta a causa dello stato di bisogno in cui versa. La madre sufficientemente buona possiede la cosiddetta “preoccupazione materna primaria”, uno stato psicologico di allerta e sensibilità alle necessità del bambino indispensabile perché essa possa fornire le cure adeguate al piccolo, ma non è perfetta e può anche essere a volte assente.

E’ una madre che riesce a comprendere quando è necessario intervenire e quando invece mettersi da parte nel momento in cui il bambino non ha bisogno di lei, lasciandolo trovare il proprio modo di fronteggiare la frustrazione in un ambiente che risulti però rassicurante e contenitivo dei bisogni del bambino, che saprà di poter ricorrere alla madre in caso di concreto pericolo. L’assenza, se adeguatamente alternata da una presenza accudente e pacificante, diventa quindi una virtù materna, e niente affatto elemento di biasimo, ma anzi un vuoto che apre uno spazio al bambino per trovare una propria via sempre più autonoma, sperimentando e crescendo.

Un madre sufficientemente buona alterna la sua presenza con l’assenza: una madre troppo presente diventa un terribile grande fratello, una madre che non lascia respirare.

Una madre assente, d’altro canto, è una madre abbandonica, che lascia cadere il bambino nel vuoto. Il dono materno risiede allora nell’alternare la presenza con l’assenza.

Lo psicoanalista Massimo Recalcati nella sua opera Le mani della madre: Desiderio fantasmi ed eredità del materno ricorda ciò che Jacques Lacan, psichiatra e filosofo francese nonché uno dei maggiori psicoanalisti, sottolineava in merito al desiderio materno: per poter essere adeguatamente assente, la madre non deve sopprimere la donna e la donna non deve negare la madre.

Ciò significa che, riassumendo sinteticamente, una donna che diventa madre dovrebbe prendersi cura del proprio bambino senza orientare tutta sé stessa interamente sul figlio. E’ invece importante che la madre mantenga in sé anche i desideri di una donna, che si rivolgono non solamente al figlio, ma anche a ciò che profondamente muove il suo essere, lo appassiona e gratifica.

E’ questo che permetterà più facilmente l’instaurarsi di un sano battito ritmico tra presenza e assenza, il fatto che il bambino possa sperimentare una madre che è anche donna, appassionata e vivificata da qualcosa che sia altro rispetto a lui, possa questo essere l’attenzione e l’amore per il partner, la carriera, hobbies, passioni...

Per tutti questi aspetti è essenziale che l’esperienza della gravidanza diriga l’attenzione non solamente sulla donna ma anche sul partner, sul sistema coppia, sulle rispettive famiglie e sul contesto sociale e culturale di riferimento, al fine di promuovere servizi e interventi di assistenza rispettosi della complessità di questo periodo della vita così intenso ed emozionante.

BIBLIOGRAFIA

  • Bastianoni, P., Taurino, A. (2009). Famiglie e genitorialità oggi: nuovi significati e prospettive. Unicopli: Milano.
  • Belsky, J., Rovine, M. (1990). Patterns of marital change across the transition to parenthood: pregnancy to three years postpartum. Journal of Marriage and the Family, 52, 5-19.
  • Bibring, G.L. (1959). Some considerations of the psychological processes in pregnancy. The psychoanalytic study of the child, 14, 113-121.
  • Pines, D. (1982). The relevance of early psychic development in pregnancy and abortion. International Journal of Psychoanalysis, 63, 311-320.
  • Raphael-Leff, J. (2014). La gravidanza vista dall’interno. Astrolabio: Roma.
  • Recalcati, M. (2015). Le mani della madre: Desiderio fantasmi ed eredità del materno. Feltrinelli: Milano.
  • Schaffer, H.R. (2005). Psicologia dello sviluppo. Raffaello Cortina: Milano.
  • Winnicott, D. (1974). Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo, trad. Alda Bencini Bariatti. Armando: Roma.