Perché si ha paura dello psicologo?

Pregiudizi, stereotipi e paure che ostacolano il raggiungimento del benessere

Crescita Personale
Perché si ha paura dello psicologo?

Negli ultimi anni, l’interesse per le questioni legate al benessere psicologico sta progressivamente aumentando. Unitamente alla diffusione dei social networks e di mezzi di comunicazione sempre più rapidi e all’avanguardia, le persone comuni si avvicinano sempre più alle tematiche psicologiche, alcune con interesse e curiosità, altre con ostilità e scetticismo.

Un aspetto che accomuna tutti gli utenti è una sorta di timore nei confronti dello psicologo. La paura e la diffidenza portano spesso a pensare agli psicologi con sospetto: la mancanza di fiducia nei confronti di questa figura professionale è un sintomo del fatto che, in concreto, non si conosce quello che fa lo psicologo, o meglio, quello che si fa CON lo psicologo. Dico “CON lo psicologo”, perché la nostra professione si basa sulla relazione, sul dialogo, sulla condivisione, sulla co-costruzione. È una professione che si avvale di strumenti come l’empatia, la comprensione e l’ascolto… tutte caratteristiche che, nella società di oggi, troppo spesso vengono messe in un angolo.

Purtroppo, sono ancora fortemente presenti nella nostra società alcuni stereotipi che catalogano gli psicologi come “strizzacervelli”, “manipolatori”, “ciarlatani”. Spesso, anche coloro che decidono di rivolgersi a uno psicologo prendono questa decisione dopo lunghe ed estenuanti riflessioni, spesso caratterizzate da sentimenti di rabbia, frustrazione, vergogna. Come mai accade questo?

 Questo breve articolo si pone come obiettivo quello di  sfatare alcuni pregiudizi e di illustrare in che cosa consiste un percorso di sostegno.

Perché abbiamo paura dello psicologo?

La paura dello psicologo, in realtà, nasconde numerose paure altre, che ognuno di noi ha sperimentato nella propria vita. Sì, perché la paura è un’emozione comune, spesso anche funzionale. La paura è il motore che attiva il nostro sistema nervoso per difenderci o per difendere i nostri cari, la paura ci motiva a fare sempre meglio, ci fa capire che dobbiamo stare all’erta di fronte a un pericolo che non sappiamo come fronteggiare.

Talvolta, però, la paura può diventare gravemente disfunzionale: perché assume un’intensità troppo elevata, che offusca la lucidità del soggetto e ogni altra sua emozione; oppure perché viene utilizzata come via di fuga essa stessa, inconsciamente ricondotta a una serie di convinzioni illogiche o errate, consentendoci di non affrontare i reali problemi che ci affliggono.

Se aggiungiamo nel calderone il sospetto nei confronti di un percorso basato sulla parola e la diffusa convinzione che, se si vuole, chiunque può risolvere le proprie difficoltà, ecco che sorge la tentazione di affrontare da soli qualsiasi problema; ecco che nascono pensieri come “Basta parlarne con un amico”, “Come fa un estraneo ad aiutarmi se non mi conosce?”, “Sono fatto così, non posso cambiare”, “Ce l’ho sempre fatta da solo e sarà così anche questa volta” e molti altri.

La chiave sta nel comprendere quando l’aiuto dell’amico non è più sufficiente, quando una persona che non ci conosce può aiutarci proprio perché ha una visione più oggettiva delle cose, quando è il momento di cambiare, quando è il momento di chiedere aiuto perché le risorse per “farcela da soli” sono esaurite. Perché sì, le risorse della mente sono moltissime ma non sono infinite. E, talvolta, dobbiamo “soltanto” farci aiutare a ritrovare dentro di noi le risorse per ricominciare. Se leggete tra le righe, è semplice rendersi conto che questo tipo di pensieri rappresentano, in realtà, una difesa che la nostra mente attiva per proteggersi. Ma proteggersi da che cosa?

La paura del cambiamento 

La paura del cambiamento è uno dei principali ostacoli al benessere psicologico. Anche se ci si rende conto di avere dei modi di essere e di pensare che non ci fanno stare bene, siamo sempre molto restii a modificarli, poiché essi rappresentano la nostra individualità, ci accompagnano da una vita intera e fanno parte di noi: in altre parole, ci fanno sentire al sicuro.

Il cambiamento, da questo punto di vista, rappresenta una dolorosa separazione da qualcosa di familiare, da qualcosa che siamo capaci di gestire, anche se non ci fa stare bene. Il timore è, per tante persone, quello di mettere in discussione un equilibrio faticosamente raggiunto, per altre è quello di andare verso l’ignoto, poiché non abbiamo la garanzia di cambiare in positivo: il cambiamento, di per sé, rappresenta un rischio.

Ciò che non tutti sanno è che lo psicologo vi accompagnerà e vi sosterrà lungo questo percorso difficile. Altri pensano che sia meglio “non toccare alcuni tasti”, per paura che la situazione peggiori. Anche in questo caso, lo psicologo farà in modo che voi possiate elaborare anche i temi più complessi, in uno spazio privato, protetto e condiviso.

Talvolta, la paura del cambiamento può essere celata dal pessimismo. Tante persone sono convinte che neppure uno psicologo potrebbe aiutarle a risolvere i loro problemi, ai quali non c’è soluzione. Bisogna tener presente che la mente tende sempre a salvaguardare i pensieri che genera, anche se negativi, piuttosto che a confutarli. Questa trappola non ci consente di affrontare il disagio ma, al contrario, mantiene la situazione di difficoltà in un equilibrio fragile e precario.

La paura del fallimento

Il pessimismo potrebbe nascondere anche un altro tipo di pensiero, cioè la convinzione di non avere diritto a ricevere aiuto. Questo pensiero rivela un grave deficit dell’autostima, che porta spesso il soggetto a ritenersi una nullità, una persona inutile e incapace, indegna di qualsiasi tipo di felicità. È come entrare in un  circolo vizioso in cui l’autopunizione mentale sembrerebbe essere l’unico rimedio al proprio senso di colpa.

Per altri, accettare di non potercela fare da soli e richiedere l’aiuto di un professionista può risultare irritante, offensivo. Anche queste persone, seppur in un’ottica diametralmente opposta, sentono la loro autostima fortemente sotto attacco.

La paura che sottostà a questi due tipi di pensiero così diversi, in realtà, è la medesima: HO PAURA DI FALLIRE. Ho paura di apparire debole.

Per non correre questo rischio, spesso è più semplice pensare che i problemi si risolvano da soli, che il periodo passerà, che l’ansia se ne andrà...

Il fatto di dover chiedere aiuto, per moltissime persone rappresenta un fallimento. In realtà, decidere di affrontare un percorso psicologico denota un grande coraggio, la voglia di mettersi alla prova e di ricominciare, il reale desiderio di stare meglio, e, soprattutto, la forza di credere in se stessi. E questo rappresenta una vittoria, già in partenza.

La paura del giudizio

Inserisco in questo breve scritto un’altra paura che può ostacolare la richiesta di aiuto a uno psicologo: il timore di essere criticati. Oggi più che mai, in una società basata sull’apparenza e sulla perfezione psicofisica, essere se stessi comporta un’enorme fatica. Lo psicologo non giudica, non valuta il vostro modo di vivere. Perché ogni pensiero, comportamento o atteggiamento che assume un individuo è, in qualche maniera, funzionale per la sua sopravvivenza.

La paura delle emozioni

Strettamente connessa con la paura del giudizio è la paura di esprimere le proprie emozioni. Parlare di come ci si sente, dare un nome a un’emozione che si sta provando, ci mette nella condizione di diventare consapevoli e di entrare in contatto con l’emozione stessa. E questo può generare un’enorme paura, perché le emozioni non sempre sono semplici da gestire.

Questa è una problematica quanto mai attuale e deriva dal fatto che il ventaglio di emozioni con cui si impara a convivere oggi sembra essere in qualche modo costruito, limitato. Limitato dalla facilità con cui si reperiscono sostegni tecnologici per intrattenere i nostri bambini, perdendo tutto un mondo di giochi, chiacchiere, condivisione… Limitato dall’incapacità di un adolescente di capire come mai i suoi genitori si mostrino così preoccupati per lui ma non facciano niente per comprenderlo emotivamente.

La nostra intelligenza emotiva è inoltre erroneamente costruita sull’ormai obsoleta convinzione che soltanto i figli dovrebbero imparare dai genitori. La nostra povertà emotiva dipende anche da ciò che socialmente e culturalmente viene accettato e condiviso, da ciò che è ritenuto giusto o sbagliato. In un mondo troppo spesso sbagliato, dovremmo imparare ad accettare la rabbia, il disgusto, la disperazione: emozioni che vengono considerate scomode, inopportune, scorrette, malate. In un mondo così fortemente contraddittorio, dobbiamo imparare a convivere con emozioni fortemente contrastanti tra loro. Ogni emozione è un segnale, una reazione della mente a uno stimolo e, in quanto tale, va ascoltata, va esperita, va compresa. E questo può fare tanta paura.

La paura della dipendenza

Ancora, la diffidenza verso un professionista che usa come strumento principale la parola, e per questo è spesso associato all’immagine di un “ciarlatano” o di uno “strizzacervelli”, ci porta a credere che verremo da lui manipolati, che ci leggerà dentro a tal punto da annullare le nostre difese e renderci schiavi della sua presenza.

Anche questo pregiudizio è molto lontano dalla realtà, poiché una delle finalità principali di un percorso di sostegno è proprio l’accrescimento dell’autostima del paziente, affinchè egli possa sentirsi sicuro di prendere decisioni in autonomia e di mettere in campo tutte le risorse che possiede.

Per formazione, “lo psicologo/psicologa è consapevole del fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; proprio per questo ha il dovere di prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici del cliente/paziente, onde evitare di influenzarlo e di utilizzare indebitamente la sua fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza e fragilità indotte dal disagio” (art. 3 Codice Deontologico).

Inoltre, “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto all’autodeterminazione e all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori (art. 4 Codice Deontologico).

La paura dello stigma

Infine, la paura che forse, ad oggi, è quella che maggiormente impedisce di chiedere aiuto ad uno psicologo. La paura di “essere matti”. Nella storia della psicologia ci sono state grandi evoluzioni e si sono raggiunti importantissimi traguardi, primo tra tutti considerare il disagio psicologico alla stregua di qualsiasi altra patologia organica: le problematiche psicologiche possono essere superate, le patologie psicologiche possono essere curate, il paziente portatore di una difficoltà psichica fa parte della nostra società. 

Il disagio psicologico è presente nella nostra cultura e dobbiamo accettarlo.

Vivere una difficoltà psichica non significa “essere matti”. Significa che qualcosa nella nostra vita non sta funzionando come dovrebbe, o come vorremmo, e noi non abbiamo le risorse psicologiche e mentali per affrontare il problema; proprio come il cuore quando non ha la pressione sanguigna sufficiente per portare ossigeno in tutto il corpo. In questi casi, è necessario rivolgersi a uno specialista per la mente, proprio come vi rivolgereste a un cardiologo nel momento in cui rilevaste un problema al cuore.

La consapevolezza di essere portatori di un disagio psicologico e la decisione di consultare uno psicologo sono il primo passo verso l’accettazione di se stessi e verso il proprio benessere psicofisico.

…E se qualcuno viene a sapere che vado dallo psicologo?

Ritengo che questo aspetto sia strettamente connesso con la paura dello stigma. È utile, in questi casi, ricordare che ogni psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. “Non può rivelare a nessuno notizie, fatti o informazioni apprese dal cliente/paziente nel rapporto professionale con lui, neanche può informare alcuno circa le prestazioni professionali effettuate o programmate” (art. 11 Codice Deontologico). Questo significa che lo psicologo non può rivelare alcuna informazione su ciò che gli viene riportato in seduta o sul fatto che quella persona sia (o sia stata) un suo paziente. Gli unici a poter decidere di parlare del proprio percorso psicologico, della propria esperienza, siete voi. Nessuno potrà in alcun modo privarvi di questa libertà.

In cosa consiste un “percorso di sostegno”? 

Vediamo ora, brevemente, in che cosa consiste un percorso di sostegno. Come dice la parola stessa, l’obiettivo principale di questo tipo di percorso è quello di SOSTENERVI durante un periodo complesso o difficile della vostra vita. Il disagio potrebbe essere rappresentato da un cambiamento personale necessario ma effettivamente molto complesso, come anche da una situazione di vita che ci è scomoda ma dalla quale proprio non riusciamo a venire fuori.

Ancora, la sofferenza psicologica potrebbe derivare da difficoltà relazionali, o dall’incapacità di comprendere perché la vita, a volte, ci pone sfide così ardue. Lo psicologo usa i suoi strumenti per accompagnarvi durante un percorso difficile ma di fondamentale importanza per il vostro benessere, senza giudizio, senza pretese, né aspettative.

Nello studio dello psicologo voi potete sentirvi liberi di fare qualsiasi cosa sentiate: parlare o stare in silenzio, ridere o piangere, esprimere un’emozione o porre domande sulla vita. Qualsiasi cosa voi porterete in seduta sarà accolta, ed, eventualmente, elaborata insieme, alla luce di nuovi punti di vista.

Il percorso psicologico vi consentirà di acquisire consapevolezza su come voi funzionate all’interno del vostro mondo e su quali siano gli aspetti che vi fanno soffrire o provare disagio. Certamente, il cambiamento del proprio modo di vivere e di alcuni aspetti di se stessi è estremamente difficoltoso e rimettersi in discussione comporta un’enorme fatica. Ma il beneficio che ne trarrete sarà di un valore incommensurabile. RITROVERETE VOI STESSI.