Covid 19 - Seconda ondata: tra depressione e prevenzione

Pubblicato il 29 novembre, 2020  / Ansia e Depressione
covid 19

The Lancet documenta che ben 116 paesi (circa l’89%) riportano che il sostegno psicologico e la salute mentale abbiano fatto parte dei loro piani di emergenza in risposta alla pandemia da Covid-19, ma solamente il 17% di questi affermano di aver realmente investito con un aumento di fondi dedicati a tali ambiti. L’impatto sulla salute mentale e sul benessere psicofisico e sociale di questa pandemia si è già evidenziato durante e immediatamente dopo la prima ondata di contagi con un aumento di sintomi come ansia e depressione, utilizzo di alcol e di sostanze, disturbi psicosomatici e stress-correlati, in un contesto pieno di incertezze e perplessità sul futuro.

Si calcola che il 63% degli italiani ha sofferto di sintomi psichici per almeno 15 giorni. Si è poi assistito ad un miglioramento sostanziale della situazione con conseguente abbassamento delle difese, un parziale senso di sollievo e moderate speranze per il futuro, a cui si è bruscamente sostituito un clima di nuova allerta in conseguenza all’impennata di contagi a cui stiamo assistendo, immediatamente seguito da nuove restrizioni e nuove incertezze e paure.

In questo scenario la preoccupazione per il benessere della cittadinanza impone di parlare di una vera e propria emergenza psicologica da prendere in considerazione a fianco dell’emergenza sanitaria ed economica e ad esse strettamente correlata.

Secondo Enrico Zanalda, presidente della Società Italiana di Psichiatria, “Bisogna portare la centralità alla salute mentale. Nella fase di crisi del Covid è stata importante ma è risultata ovviamente più rilevante la salute fisica. Ora diventerà l’emergenza principale: è importante aiutare le persone che già soffrono ad essere resilienti”.

Mentre lo psichiatra e Presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia Claudio Mencacci pronostica l’emergenza di “150000 nuovi casi di depressione grave” conseguentemente alla seconda ondata. Le persone sono stanche, sconfortate da una normalità che credevamo di aver riconquistato dopo un’estate relativamente speranzosa e (fin troppo) spensierata, adesso il repentino dietrofront alle porte dell’inverno pesa come una coltre oscura che rischia di avviluppare l’animo delle persone più fragili e farle ammalare, non di Covid ma di depressione e disturbo post traumatico da stress.

Le misure di prevenzione basate sul distanziamento sociale e utilizzo di dispositivi di protezione individuale sono fondamentali in questo momento ma hanno effetti collaterali devastanti sulla comunità come l’isolamento sociale, la chiusura delle scuole, la perdita di lavoro per milioni di persone, l’esponenziale aumento di utilizzo ed abuso di sostanze.

Come ho approfondito in precedenti articoli l’isolamento per gli esseri umani ha un impatto sostanziale sul tono dell’umore, sull’efficienza del sistema immunitario, sulla motivazione, sulla percezione di se stessi e della propria identità, nel caso di bambini piccoli può mettere a repentaglio il corretto sviluppo cerebrale e portare a deficit cognitivi, emotivi e sociali. Recenti ricerche evidenziano come durante il lockdown il senso di solitudine sia cresciuto in quasi tutta la popolazione, ma in particolare tra le donne, i giovani, le persone affette da problemi psichici, le persone meno abbienti, le persone single, vedovi/e e chiunque viva da solo, inoltre tra gli operatori sanitari in prima linea e tra chi si è ammalato o ha sperimentato sintomi Covid-correlati.

Tra chi è stato contagiato e ha sviluppato la malattia si riscontrano percentuali elevate di disturbi d’ansia, depressivi e disturbi post-traumatici da stress, oltre che alti livelli di solitudine dovuti anche allo stigma sociale, senza contare gli esiti neurologici conseguenti alle forme più gravi della malattia che possano essere responsabili in parte di tale sintomatologia. Uno studio italiano mostra che, dei 402 sopravvissuti adulti intervistati un mese dopo il ricovero ospedaliero, il 28% soffriva di PTSD (disturbo post-traumatico da stress), il 31% di depressione, il 42% di ansia, il 20% di sintomi ossessivo-compulsivi e il 40% di insonnia.

Che cosa possiamo fare dunque in termini di prevenzione?

Innanzitutto rispettare le dovute precauzioni e i protocolli di protezione che ben conosciamo, per evitare di ammalarci o diffondere il contagio, in modo da dare il nostro contributo per superare il prima possibile questo momento così complesso. In seconda battuta ci sono molte cose che possiamo fare, ad esempio fare attività fisica, se possibile all’aria aperta, curare l’alimentazione, dedicarci alle nostre passioni laddove questo sia possibile, mantenere le relazioni significative con amici e parenti, praticare meditazione e tecniche di rilassamento, rafforzando così il sistema immunitario e stimolando la produzione di sostanze endogene protettive nei confronti della sofferenza psichica.

É necessario dunque per tutti investire per quanto possibile sul proprio benessere e su quello di chi ci sta intorno, coltivando il contatto e la comunicazione con gli altri laddove è possibile, con le giuste precauzioni quando è necessario, e utilizzando tutte le possibilità che ci offre la tecnologia (come telefonate e videochiamate) per superare barriere altrimenti difficilmente sormontabili in questo particolare momento storico.