alice domande di Genitori e Figli  |  Inserita il 10/10/2016

Rimini

Padre iperprotettivo: non vuole farmi studiare fuori città

Salve,
Avrei bisogno di un consiglio professionale riguardo la corrente situazione con mio padre.
Ecco il quadro generale:
ho 24 anni e ho una laurea triennale conseguita a Urbino, modesta città universitaria non molto distante dal mio paese natale, che per la precisione è piccolo e privo di stimoli, come il resto dell' area circostante.
Al momento di scegliere la magistrale ho avuto molte difficoltà, perchè ero indecisa, perchè sollecitata dai genitori e sinceramente non ho molta considerazione della qualità dell'istruzione in italia, tant'è che ho pensato anche di studiare all'estero. I miei dono divorziati e ho sempre fatto riferimento a mio padre per quanto riguarda la scuola. Ed è proprio lui che improvvisamente ha fatto “marcia indietro”, nonostante mi abbia sempre raccomandato fino allo sfinimento di continuare a studiare, affermando di volermi sostenere al 100% sembrava non avere alcun tipo di problema, né per la scelta dell'ambito universitario né per il posto o paese, infatti diceva pure che sarebbe andato bene anche un biennio all'estero (non abbiamo problemi economici) se lo volevo.
Premetto che ho passato e sto passando tuttora un periodo turbolento dal punto di vista emotivo, e a parte la laurea e piccole soddisfazioni, ho sofferto molto il mio stato di indecisione perenne, che è in realtà ben più radicato a una parziale perdita di identità, potrei definirla depressione. E so bene ciò che non mi rende felice.
Di questo ne ho parlato anche con mio padre, con grande coraggio mi sono confidata (non abbiamo proprio un dialogo intimo) dicendogli che dove sto non mi trovo bene, che mi aspetto di più da me stessa e dalla vita e che per farlo sento il bisogno di seguire la mia vocazione e possibilmente di stare in una città dinamica (dove alla fine si hanno più possibilità anche dal lato lavorativo).
Fatto sta che mi ha accompagnato al colloquio di ammissione dell'università, verso Milano, che ho superato. Io ero giò organizzata su tutti i fronti, avevo cercato pure casa. Una volta tornati ha cambiato bruscamente idea, dicendo che non sono pronta a gestirmi e vivere così lontano dalla famiglia, per di più in una città potenzialmente pericolosa, che è meglio fare la magistrale in zona, e per zona intendeva 10 min da casa nostra e massimo massimo Bologna. Sarei disposta a scegliere una specializzazione vicino casa, ma quelle che ci sono non fanno al caso mio (e poi cosa dovrei fare, scendere a patti? Scegliere qualcosa di vicino ma obsoleto, oppure lontano ma valido? Non h senso). È arrivato a dire che o mi faccio andare bene quelle o niente, o l'alternativa è lavorare (cosa che non mi dispiacerebbe neanche in extremis ma lui punta tutto su questa cavolo di magistrale... ergo si contraddice).
Così facendo non fa altro che mandarmi in confusione ancora di più! Vorrei avere da parte sua un sostegno vero, e non ulteriori insicurezze!
Capisco bene la sua preoccupazione, un cambiamento del genere intimorisce anche me, ma è pur sempre una novità che va a beneficio mio e se ci saranno difficoltà dovrò imparare a risolverle, in caso.
Non ho specificato un dettaglio: avendo genitori separarti da quando avevo 9 anni, sono stata abituata per via di cose (positive e negative) a “cavarmela da sola” fin da bambina, questo status ovviamente si è ripercosso sul mio stile di vita e soprattutto sulla mia propensione all' indipendenza. Raramente necessito dell'aiuto dei parenti, forse da adolescente era diverso (ovvio), e negli ultimi anni ho provveduto ai miei bisogni autonomamente per quanto mi è stato possibile (esempio stupido: computer fotocamera nuovi comprati con il lavoro stagionale).
Se ho un problema, semplicemente cerco una soluzione. Non mi viene di chiedere ai miei... non sono autonoma dal punto di vista economico certo, ma penso sia molto più importante sapere come occuparsi di se stessi; il sostegno della famiglia è giusto che ci sia in caso di vera necessità!
Mi è dispiaciuto davvero tanto la discussione con mio padre, ho pianto anche, oltre ad una mancanza di fiducia nei miei confronti penso non abbia capito che ho veramente bisogno di cambiare aria; il mio star male non dipende da lui né da terzi, dipende da me. È in pena perchè se dovessi avere un altro momento di sconforto lui non sarà fisicamente presente... ma come fare a fargli capire i miei desideri? L' ostacolo più grande è l'accettazione... tutto questo gliel'ho detto in faccia ma si intestardisce.
Aiutatemi a capire qual è il modo migliore per comunicare con lui!
Grazie dell'ascolto.

  1 Risposte pubblicate per questa domanda

Dott. Alessandro Vimercati Inserita il 10/10/2016 - 21:21

Buonasera Alice,
nel suo messaggio vedo un tema principale, che è quello delle transizioni.
Lei si sta avvicinando ad un traguardo fondamentale come quello della fine del percorso di studi e questa è una prima transizione, che porta con sé una serie di significati. La fine degli studi universitari, infatti, rappresenta nella nostra società il passaggio ultimo in cui i figli continuano ad essere figli, con una dipendenza parziale o totale dal nucleo famigliare, che in questo momento funziona ancora da supporto e da base per avere una maggiore stabilità e sicurezza, intesa non solo in senso economico. Come lei fa notare si è resa già abbastanza autonoma dal punto di vista economico e riesce a cavarsela bene su alcuni fronti, ma è ancora molto legata al confronto con il padre per decidere come concludere la sua carriera universitaria e questo attiva una serie di implicazioni emotive che la mettono in difficoltà e probabilmente mettono in difficoltà anche suo padre. Lui probabilmente vivrà la stessa transizione in modo speculare, cioè vedendo avvicinarsi la fine del suo percorso scolastico con il successivo avvio di un percorso lavorativo, o comunque una maggiore autonomia nella decisione degli obiettivi da perseguire, si sentirà in procinto di diventare un po’ meno padre, cioè padre di una figlia che sta diventando definitivamente adulta e quindi, pur essendo sempre geneticamente sua figlia, si posizionerà in un ruolo paritario nel dialogo e non più in un ruolo di dipendenza. Spesso i genitori desiderano che la scuola dei figli non termini mai.
In questo gioco speculare di transizioni si è inserita un’ulteriore transizione, cioè il possibile cambio di città o nazione per svolgere l’ultima parte del percorso universitario, evento che darebbe un’ulteriore accelerazione al percorso di distaccamento dalla famiglia e da questo punto di vista vedo la resistenza dimostrata dal padre come ulteriore manifestazione della paura di allontanamento della figlia e non tanto come timore dei rischi di una città pericolosa.
Capisco come questa situazione possa metterla emotivamente a dura prova, tanto che lei parla di una crisi di identità, ma la invito comunque a porsi al centro della scena ed a cercare di mettere a fuoco prima di tutti i suoi desideri e le sue inclinazioni reali per decidere se e come continuare questo percorso di studi, altrimenti cercando di compiacere alla reazione emotiva di suo padre rischierebbe di fare delle scelte che in futuro potrebbe ritenere non più adeguate o soddisfacenti.
Le auguro sinceramente di riuscire ad avviare il processo di pensiero che la porterà ad individuare la scelta migliore per il suo futuro e quando la scelta sarà determinata la ricerca di un dialogo empatico con suo padre, facendogli capire che entrambi state vivendo una situazione emotivamente impegnativa ma anche che questa è una scelta cruciale per lei e non può perdere l'occasione migliore, la aiuterà nel portare a termine il processo.
Se vuole approfondire l’argomento sono a sua disposizione.
AV