argo domande di Ansia e depressione  |  Inserita il 19/02/2017

Lecco

Non ne vengo fuori

37 anni. Ho avuto un'infanzia e giovinezza felice. Famiglia benestante genitori stupendi, non mi hanno mai fatto mancare niente, soprattutto affetto. Ho sempre avuto molti amici, ma poche ragazze (in particolare sono ancora estremamente acerbo per quanto riguarda relazioni serie). Mio padre, figura fondamentale nella mia vita, si è separato da mia madre quando avevo 8 anni. Io ho sempre vissuto con mia madre, buonissima persona e vivo ancora nella stessa casa, mia madre va a viene, vive un po col nuovo compagno un po torna, siamo comunque molto indipendenti.
Lavoricchio come freelance (nel senso che non mi ammazzo di lavoro), "soffro" (sono retorico..) da sempre di indolenza, come di timore di fare fatica. E la mia condizione agiata mi ha permesso di indulgiarmi nella mia pigrizia.
Ok, perchè sono qua? Perchè ho 37 anni, e sono incapace di prendere in mano la mia vita. Mi sento amorfo, apatico, indifferente, stanco. Non ho mai lottato veramente per qualcosa, sia per indolenza ma anche perchè non ho mai provato grande passione per qualcosa. Questa condizione in cui vivo mi ha portato alla depressione, e ansia. Ho preso Escitalopram, e continuato a prenderlo senza essere seguito, perchè mi anestetizzava, non mi rendeva più felice ma almeno eliminava pensieri e stati d'animo parecchio negativi. Ho capito di esserne diventato dipendente, ma a breve intendo smettere - sono già sceso a un dosaggio molto basso (10mg ogni 2-3gg) e tra poco finisco il poco che mi rimane.
Non so cosa sto chiedendo, se mai c'è qualcosa da chiedere, credo di aver solo bisogno di tirare fuori questo disagio che provo.
Grazie per ascoltare.

  2 Risposte pubblicate per questa domanda

Dott.ssa Giuseppina Cantarelli Inserita il 19/02/2017 - 18:40

Gentile Argo,
le fornirò una risposta di tipo psicoanalitico più che psicologico (e la differenza, è tanta). La lentezza , la pigrizia, l'inettitudine, l'apatia ecc... possono essere e in genere, sono ritenuti sintomi di quello che in termini tecnici, viene indicato come "complesso materno". Non posso qui entrare nel merito di un problema che peraltro conosco pochissimo ( il suo) ma, penso che una consultazione con uno psicoanalista non potrebbe che aiutarla a comprendere e ad affrontare al meglio la situazione di disagio nella quale versa.
Cordialmente
Dott.ssa Giuseppina Cantarelli
Parma

Dott. Paolo Bonizzoni Inserita il 20/02/2017 - 08:49

Buongiorno, ho letto con molto interesse il suo scritto e mi sono sorte molte domande che spero possano aiutarla a riflettere: lei scrive di essere stato tanto amato dai suoi ma dai suoi non riesce a divincolarsi, mi sembra un po una contraddizione... "se so di essere amato posso andare per il mondo, se non so se sono amato, non riesco a girare l'angolo".
Mi permetto di invitarla a ri-dimensionare la figura dei suoi per poterli "incontrare" come umani e non come figure mitiche e mitizzate. Spesso in terapia i pazienti portano i genitori come figure idealizzate, come portatori di un bene supremo e altissimo, dimenticando che in quanto umani, spesso hanno delle "falle" e l'idealizzazione serve proprio per " coprire" queste falle. A disposizione per ulteriore chiarimente, Bonizzoni Paolo