Antonio domande di Ansia e depressione  |  Inserita il 18/05/2016

Ansia quasi incontrollabile

Salve, sono un ragazzo di 27 anni e da un po' di tempo sto meditando se rivolgermi o no ad uno psicologo. Non so proprio da dove cominciare. Voglio essere breve, anche se ci sarebbe da scrivere un romanzo tante sono le cose da raccontare.
Sono ormai anni e anni che soffro d'ansia, per fortuna in forma abbastanza lieve da non sfociare in veri e propri attacchi di panico. Ci sono periodi in cui diventa quasi invalidante e momenti in cui provo una forte sensazione di paura da sentirmi totalmente inerme, vulnerabile, senza alcun tipo di difese. I primissimi episodi si sono verificati all'età di 18 anni e più precisamente qualche settimana prima dell'orale della maturità. Non avevo fatto un buono scritto e partivo da un punteggio molto basso, tant'è che si è insidiata in me come un tarlo l'idea che non sarei riuscito a diplomarmi. Ho passato giorni di paura, a volte intensa, e non riuscivo a studiare perché ormai lo ritenevo inutile, ma anziché farmene una ragione e dare il 100% pur di raggiungere la sufficienza non mettevo quasi alcun impegno perché la paura mi impediva di pensare in maniera lucida e positiva. Per fortuna alla fine riuscì a superare l'esame e a diplomarmi. Quell'episodio non mi preoccupò più di tanto perché mi ero reso conto che si trattava di un'ansia contestualizzata: rischio di perdere l'anno, ergo sono ansioso. Negli anni successivi l'ansia andava e veniva e i pensieri negativi ormai superavano abbondantemente quelli positivi. Ho cominciato a mano a mano a sviluppare una forma di misantropia che col tempo mi ha reso sempre più complicato approcciarmi agli altri, ad instaurare relazioni sociali, benché di norma mi piaceva circondarmi di amici. Parallelamente a ciò si è sviluppato anche un senso di inadeguatezza, di insoddisfazione, di calo pesante dell'autostima. Questa inadeguatezza, il fatto di non sentirmi all'altezza, mi ha portato a chiudermi in me stesso e a vivere sempre più in maniera isolata e il contatto con gli altri ha cominciato a infastidirmi sempre più. Dei tanti amici che avevo oggi me ne sono rimasti a malapena tre e faccio uno sforzo immane per non perderli. I vecchi e cari amici che avevo li ho persi perché li ho allontanati volontariamente. Non riuscivo più a tollerare certi atteggiamenti, anche se in fondo non fosse nulla di così grave. Farmi dei nuovi amici ormai mi sembra impossibile. Ogni tanto mi capita di conoscere gente nuova ma evito di incontrarla troppo spesso perché non riesco a trovarmici bene e penso sempre che non vedo l'ora di andarmi a chiudere nella mia stanza, nel mio mondo, dove ci sono io con le mie regole e col mio modo di pensare e vedere le cose. Il modo in cui gli altri vedono le cose o pensano mi infastidisce e non riesco proprio a rendermi conto che ognuno è fatto a modo suo e ha un proprio carattere. E' come se volessi che tutti la pensassero come me ma è un'utopia, chiaramente. Circa un anno fa sono riuscito, dopo anni e anni di repressione, ad accettare la mia omosessualità, cosa che mi sembrava impossibile da fare. Mi sono arreso ad un certo punto e mi son detto che probabilmente la causa di tutto ciò era questa repressione che non mi faceva essere me stesso con gli altri ma soprattutto con ME. Tuttavia anche dopo questa ammissione la situazione non è cambiata. Sì, sicuramente sto meglio con me stesso ma non me la vivo. Non faccio incontri, non frequento altri gay o i luoghi in cui si riuniscono. L'idea di una relazione mi fa paura e non riesco a lasciarmi andare. Inoltre in famiglia nessuno sa ancora nulla.
Per tornare all'ansia e alla paura, in quest'ultimo periodo me la sto vedendo veramente brutta. Mi trovo in Francia, in Erasmus, ormai da 8 mesi e mi sono reso conto che non ho neppure UN amico francese. Ho passato questi mesi quasi in totale isolamento, il che non mi ha permesso di sviluppare di più le mie competenze linguistiche, cosa che ha dell'assurdo visto che sono un studente di un corso di laurea magistrale in lingue. Ho 27 anni e sono stanco. Credo di aver raggiunto il limite e sono consapevole di non aver vissuto. In questi giorni è tornata l'ansia quella pesante, come quella del liceo, e stavolta non me lo posso permettere. La mattina mi sveglio spaventato, una paura che può provare solo qualcuno che è minacciato di essere preso a legnate o di morte, credo. Per la paura "mi cago addosso" (scusate l'espressione) e non è un modo di dire: devo correre in bagno a farla. Spesso non ho appetito e mi costringo a mangiare o mi ritrovo a pranzare a pomeriggio inoltrato, momento della giornata in cui comincio a calmarmi un po'.
Devo scrivere la tesi e non riesco per nulla perché c'è questa paura assurda che mi impedisce di fare anche le cose più semplici. Mi sento fiacco, inutile, e penso che non ci sia futuro per me, che non ho le competenze per poter svolgere un mestiere di un certo calibro, che richieda responsabilità, e, anche se potrei restare qua in Francia altri due mesi, ho deciso di tornarmene a casa dove, forse, in un ambiente più familiare, riuscirò a trovare un po' di concentrazione. E paradossalmente è proprio dal mio paese che sono "scappato" proprio perché pensavo che quell'ambiente non fosse adatto a me, che dovevo cambiare aria per trovare un po' di serenità. Be', ora ho la conferma che il problema in fondo sono io e che ovunque vada io porto me stesso con me.
Ormai penso solo che questa laurea non mi servirà a nulla e che scrivere la tesi mi richiede uno sforzo che si rivelerà inutile. Vorrei poter mollare tutto ma non trovo il coraggio. Anzi, solo al pensiero tremo.
Questo, il rientro a casa, per me è un evidente segno di resa, un fallimento su ogni fronte perché, nonostante i miei 27 anni, mi sento un bambino che ha bisogno della mamma, della famiglia che lo protegga e lo conforta. Questa esperienza all'estero, che avrebbe potuto essere ricchissima, io mi sento di averla sprecata, anzi l'ho sprecata davvero e mi sento male. L'unica cosa che voglio è "guarire" da questa condizione che non mi sta permettendo di vivere; che mi sta solo facendo collezionare tutta una serie di rimpianti che nella vecchiaia, se mai ci arriverò, mi faranno solo soffrire, proprio come sto soffrendo adesso.
Questo post è lungo ma vi assicuro che è soltanto la punta dell'iceberg. Ho cercato di riassumere quello che ho provato e che provo per avere un parere da qualcuno esperto. Ma ciò che mi preme di più è sapere perché sono così restìo ad andare da un psicologo benché sappia che non c'è nulla di male. In fondo in fondo la paura è che nonostante tutto nulla cambierà e io avrò soltanto raccontato i fatti miei ad uno estraneo. Posso sapere da voi, esperti, come si svolgono le sedute e che benefici si possono trarre a breve a lungo termine?
Vi ringrazio.

  1 Risposte pubblicate per questa domanda

Dott.ssa Roberta de Sio Cesari Inserita il 18/05/2016 - 14:06

Buon pomeriggio Antonio
Riguardo alla sua domanda la Psicoterapia è il servizio specialistico ed efficace nei casi di ansia. Ovviamente i benefici di un lavoro di tipo psicologico sono strettamente connessi, tra le altre cose, anche alla motivazione con la quale il paziente inizia questo percorso. La motivazione si riferisce alla spinta e al desiderio che il paziente ha di curare il disturbo d'ansia e alla possibilità di credere che questo sia possibile.
Infine dal suo racconto intenso, nasce uno spunto di riflessione: la forte paura sembra comparire prima della fine della scuola e prima della fine dell'università, giusto? Quindi verso la conclusione di un capitolo della vita. Ci ha mai pensato?
Saluti
Dott.ssa Roberta de Sio Cesari
Napoli