Disturbo Borderline di personalita' e autolesionismo

Pubblicato il 28 luglio, 2015  / Psicologia e dintorni
Disturbo Borderline di personalita' e autolesionismo


Come avviene “l’uso massivo” del corpo e perché? Un individuo è un essere globale mente-corpo e il corpo fin dall’inizio è per il bambino “luogo e spazio di espressione” delle sue sensazioni, che una volta decodificate dalla mente adulta della madre vengono inscritte nel mentale.

Il corpo, la via somatica dunque, costituisce il canale di espressione di stati affettivi primari, somatizzazioni che traducono l’incapacità “a vivere”, ad elaborare emozioni dolorose procurate da livelli di frustrazione che per il soggetto hanno decretato la sua marcata fragilità narcisistica. Il borderline si presenta come una persona afflitta da una profonda sofferenza infantile, ed il corpo si trova a fronteggiare in modo concreto l’angoscia che nasce da vissuti profondi mai elaborati.

Il quadro borderline esprime l’impossibilità dolorosa di non riuscire a stabilire relazioni interpersonali adeguate perché vissute sempre sulla scia di emozioni primitive non elaborate a cui spesso il corpo fa da controparte. Pensiamo all’autolesionismo, in cui “l’autoferirsi” nasconde emozioni mai elaborate, la cui esplosione indirizza alla mancanza di gestione degli stati emozionali.

Il dramma del paziente borderline si sviluppa nell’inconscio e sembra che nessuno sia in grado di aiutarlo. L’unico segno tangibile resta il suo grado di dolore unito ad un’angoscia incomprensibile per gli altri. Nulla sembra valere, e spesso il paziente borderline si trova a voler fuggire dalla sua stessa immagine che lo avvolge in un vortice di impossibilità e di precarietà, dove prevale la rinuncia a crescere, ad essere, ad esistere.

La fase adolescenziale, nello specifico, è in grado di riattivare diverse angosce legate alla relazione: le relazioni interpersonali sono vissute in maniera possessiva e totalizzante, e le separazioni diventano fonte di angoscia e disperazione. All’interno di tale quadro, la relazione di per sé diventa fonte di disagio poiché si regge sulla disponibilità dell’altro che deve essere permanente. Diversamente, il soggetto si trova ad oscillare da un polo all’altro, alternando momenti di idealizzazione a momenti di totale svalutazione, in un ciclo continuo e ripetitivo denso di sofferenza.

E’ importante riuscire a dare un significato degli agiti, molto frequenti soprattutto negli adolescenti, che talvolta assumono caratteristiche drammatiche quando non fatali. Lo scopo sembra essere sempre lo stesso: prevenire l’abbandono. La ricerca disperata di appoggio e l’esistenza che spesso può diventare violenta è forse l’aspetto più complesso: il corpo si trasforma in un punto di riferimento. Le esperienze frustranti riattivano la sensazione primaria di dolore associato a vissuti di vuoto e solitudine sperimentati nelle prime relazioni oggettuali. Si tratta di esperienze emotivamente devastanti in cui il dolore è qualcosa di più della reazione ad una “ferita” provocata da una frustrazione; è una condizione che occupa lo spazio psichico senza che vi sia la possibilità di farvi fronte con il pensiero.

Agire “contro” il proprio corpo sembra essere un modo per curarsi, e allentare le forti angosce, assumendo la valenza di un paradosso: l’agito auto-lesivo diventa così una fuga dall’annientamento.