Perché devo fare i compiti?

Pubblicato il 4 luglio, 2013  / Genitori e figli
Perché devo fare i Compiti?

Mi capita spesso di confrontarmi con genitori di bambini che frequentano la scuola primaria e secondaria e di sentirmi rivolgere domande sull’utilità dei famosi “compiti per casa”.

Ricordo che qualche anno fa mi stupì venire a conoscenza ad un convegno che, da una statistica fatta includendo tutti i paesi d’Europa, in Italia si assegnavano ai bambini delle primarie più compiti a casa in assoluto.

Perché devo fare i Compiti?La maggior parte delle mamme e dei papà è perplessa circa la reale necessità di impegnare così tanto i figli oltre l’orario scolastico in attività che, ai loro occhi, appaiono stancanti, snervanti, e che comportano spesso la rinuncia a tutto quello che di piacevole potrebbe fare un bambino come lo sport, la danza, la musica, o anche semplicemente, in queste giornate di sole, lo stare all’aperto a giocare. Si tratta talvolta di quantità così ingenti di compiti da obbligare figli e genitori ad intense serate dopo cena, nel peggiore dei casi, week-end di duro lavoro per completare “quella ricerca” o “quell’interminabile esercizio”. I genitori si vedono tornare studenti, riemerge in loro il vissuto di essere stati tra i banchi di scuola, ciascuno con la propria esperienza che viene, anche se non consapevolmente, trasmessa al figlio.

Molto spesso il momento dei compiti diventa occasione di conflitto.

Il genitore diventa colui che pretende e che controlla e così i figli vivono i compiti come oggetto di valutazione considerando i giudizi positivi (ma soprattutto negativi) attribuiti al compito, o ai risultati scolastici, come giudizi universali sulla loro persona. Come se mamma o papà commentando un voto, non si limitassero a valutare una prestazione, ma il modo di essere del bambino nella sua globalità.

Se i genitori si aspettano troppo dai loro figli il momento dei compiti si trasforma nel momento della prova, tempo in cui si verifica se il bambino è, o non è “in grado di…, all’altezza di…”. La conseguenza di questo tipo di atteggiamento è la creazione di un clima “teso alla scoperta dell’indizio”, cioè di un segno positivo o negativo comprovante la tesi del genitore: “ Mio figlio è/non è così come io lo credevo”.

Perché devo fare i Compiti?Un clima poco rassicurante ostacola l’apprendimento, quando invece il soggetto può sentirsi partecipe, libero di sbagliare, ragionare anche per ipotesi, sentendosi attivo e propositivo, le sue potenzialità possono sprigionarsi.

Genitori che al contrario si aspettano troppo poco, porteranno alla costruzione di un clima eccessivamente tollerante, dove anche l’alunno più motivato finirà per impegnarsi meno di quello che sarebbe in grado di fare.

La famiglia ha un ruolo importantissimo nel sostenere e motivare. I genitori possono incoraggiare i figli in modo da far provare gioia per l’uso corretto di quelle capacità che, se opportunamente allenate, permetteranno loro di svolgere sempre meglio i compiti assegnati, di sentirsi capaci e competenti.

E quando il bambino non riesce a fare i compiti, non progredisce ed incontra continuamente le stesse difficoltà? In questo caso andrà comunque sostenuta la sua motivazione, evitando di sottolineare gli aspetti negativi e cercando di valorizzare i piccoli progressi ottenuti.

La mamma di Giorgio dava al suo bambino di terza primaria una figurina per ogni problema svolto correttamente. A metà della quarta primaria decide di interrompere quest’abitudine. Come risultato il bambino ebbe un calo momentaneo del rendimento, poiché non era più motivato a fare bene i suoi compiti.

Edoardo era un bambino che in prima elementare piangeva ogni volta che doveva scrivere il suo nome. La sua mamma ha iniziato a tenere tutti i fogli dove il bambino si esercitava facendogli vedere dopo un po’ com’era migliorato. Pur non scrivendo ancora bene, Edoardo era molto contento dei suoi progressi e questo lo portava ad impegnarsi sempre di più. In seconda scriveva negli spazi senza fuoriuscire e la sua grafia era diventata leggibile e più ordinata. Faceva anche meno fatica a scrivere. La mamma di Edoardo non ha puntato su risultati immediati ottenendo effetti di più lunga durata.

Bambino non vuole fare i CompitiL’alunno vive lo svolgimento delle attività assegnate con lo stesso spirito con il quale i genitori lo affiancano: se il genitore è convinto del fatto che questo impegno vada preso seriamente, ritenendo ben speso il tempo investito nell’affiancare il figlio e senza vivere i compiti come una condanna per tutti, anche il bambino godrà di quel clima rilassato e raccolto che il genitore ha contribuito a creare.

E’ importante perciò evitare atteggiamenti di noncuranza ( “se non ti va di svolgere i compiti è lo stesso”; “se sono difficili salta questi esercizi, ti faccio la giustificazione”) così come di eccessiva severità (“se non fai questo esercizio come dico io continuerò a strapparti le pagine”.

Il genitore dovrebbe aiutare il bambino a predisporsi bene nei confronti dei compiti facendogli percepire che sono importanti e che possono essere affrontati con tranquillità, dato che è prevista la possibilità di sbagliare e di capire perché. Quando ciò accade il bambino è in grado di dare alla correzione o alla precisazione un giusto peso, né troppo svalutante per sé, né troppo indifferente nei confronti del compito assegnato.

genitori e bambini durante i compitiSarà inoltre importante che mamma e papà affianchino cercando di dare indizi, stimolare domande, suscitare riflessioni che aiutino i ragazzi ad “arrivarci da soli” piuttosto che fornire risposte già pronte o addirittura sostituirsi a loro quando si è proprio esasperati. E, a mano a mano che il bambino diventa grande, aiutarlo ad essere autonomo, far crescere in lui la voglia di sapere, di ricercare. Una voglia che lo guiderà nel proseguire all’interno del proprio percorso formativo e nella capacità di autodisciplinarsi. Imparerà che tutto ciò lo farà per se stesso.

Concludo invitando i genitori ad affiancare i loro bimbi/ragazzi nello svolgimento dei compiti ricordandomi del seguente paragone: un atleta ha bisogno di qualcuno che lo accompagni, nel corso del suo allenamento, lo motivi, lo appassioni, creda in lui, gli insegni delle strategie che solo chi ha più esperienza può suggerire ma che, non potrà mai sostituirsi a lui nel momento della gara.

BIBLIOGRAFIA

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