Quando il sospetto... diventa paranoia!

Alla scoperta di un confine che non si vede, ma c'è.

Pubblicato il 10 febbraio, 2018  / Psicologia e dintorni
Quando il sospetto... diventa paranoia!

Dibattuta, temuta ed abusata. La parola paranoia ha origini antichissime ma ripercussioni ancora molto (troppo, a dirla tutta) attuali, un problema che il tempo non ha contribuito ad alleviare ed anzi, sembra in costante aumento. L'etimologia greca "Para'--- Noia" significa “al di là del pensiero”, cinque parole che descrivono in sintesi il complesso funzionamento di un disturbo che viaggia su un continuum sottile ed affascinante, dalla timidezza all'isolamento totale, dal sospetto al delirio persecutorio.

Lo scopo ultimo di quest'articolo è quello di fornire una panoramica superficiale su cosa sia effettivamente la “paranoia”, come si forma e si mantiene, e quali possano essere le vie d'uscita più efficaci, cercando di mettere in discussione lo stigma di irrecuperabilità e follia che affligge chi ne soffre. Vedremo infatti quanto questa sia più vicina di quanto possiamo pensare, nascosta tra le pieghe dei nostri comportamenti, poiché come dice Zoya : “La paranoia passeggia indisturbata sui marciapiedi della quotidianità”.

C'è chi è convinto che troverà fila alla posta, chi pensa che Dio, la sorte o il destino abbiano già in serbo per lui grandi disgrazie, chi pensa che la propria vita sia stata e sarà sempre segnata da difficoltà e miserie, chi è rassegnato dal fatto che, nonostante gli sforzi profusi, verrà comunque svalutato e danneggiato da colleghi, amici o parenti.

Sono questi i tipi di paranoia che, in versione “soft” troviamo nelle nostre vite, nei discorsi a tavola come dal parrucchiere. Sebbene questi siano esempi apparentemente innocui, possiamo tracciare già da essi il profilo del meccanismo distorto: alla base di ogni pensiero paranoico c'è la certezza che quel determinato evento accadrà, da “gli altri mi giudicano sempre” a “mia moglie mi tradisce”. E, chiaramente, quell'evento è sempre negativo, scevro da qualunque forma di autocritica e responsabilità.

Ma come si forma?

A partire da una “sensazione”, la persona costruisce una certezza attraverso una costruzione logica “a posteriori” che serve a dare un senso razionale e rassicurante a ciò che si è sentito precedentemente. Due colleghi stanno bisbigliando, forse parlano male di me. Uno dei due mi ha guardato, stanno proprio parlando male di me!

Una ragionata convinzione che diventa paradigma di lettura del mondo circostante. Di conseguenza ogni azione diventa la reazione a ciò che si crede come vero. Prendiamo un semplice esempio: un uomo entra nella sala d'attesa di uno studio medico. Convinto che gli altri al suo ingresso lo giudicheranno in modo malevolo, guarderà tutti con diffidenza e sospetto. Le persone in sala, scorgendo il suo atteggiamento, a loro volta risponderanno con sguardi di diffidenza e sospetto, confermando ciò che il nostro uomo pensava dal principio! Ecco la prova inconfutabile: mi guardano male, avevo ragione io.

Si può intuire facilmente come questo atteggiamento di difesa preventiva andrà a costruire una spirale senza fine che, in modo autopoietico, si costruisce e rinforza da sé. Per far fronte a ciò che si percepisce come malevolo, dannoso o pericoloso, la persona reagirà principalmente in due modi:

  • Rabbia: la quale, a differenza di altri disturbi, è sempre una forma di difesa preventiva e può essere rivolta all'esterno, all'interno o essere repressa.

  • Evitamento: la certezza del verificarsi di una situazione porterà la persona ad evitare la situazione stessa, con il rischio di generalizzare questo comportamento ad altri ambiti

Alla base di entrambe, c'è la radicata convinzione di aver subito un torto, una profonda ingiustizia che porterà con sé sentimenti di vergogna dolorosi e indigesti per la persona, che spesso risulta un orgoglioso radicale.

La paura di essere giudicati, il timore che gli altri ci “vedano dentro” o di essere umiliati possono innescare quindi un meccanismo psicologico potente fatto di difese preventive ed attacchi (verso gli altri o verso il “mondo”) che servono a proteggere la persona da ciò che si crede possa avvenire. Indipendentemente dal tipo di reazione che il soggetto metterà in atto per difendere la propria integrità, che essa sia una timidezza esagerata, un evitamento costante delle situazioni pericolose o una chiusura in se stessi che sfocia nella depressione, il risultato sarà comunque una sofferenza intensa, talvolta insopportabile. La difficoltà nel “dare un nome” a ciò che si prova, contribuisce ancora di più al disagio.

Come il lettore potrà notare, il “delirio” paranoico , manifestazione estrema del disturbo, non è nemmeno stato menzionato. Sebbene anch'esso mantenga caratteristiche di organizzazione e logica nelle sue deduzioni, esso non aderisce alla realtà a causa di premesse false o completamente distorte. In questa sede infatti, si vuole porre l'accento sulle sfumature più frequenti della paranoia e sulle sue caratteristiche lucide, razionali e tristemente quotidiane.

Per evitare, quindi, che la spirale si cronicizzi e che possa sfociare in una psicopatologia conclamata sarebbe opportuno seguire delle norme che evitino l' ”irrigidirsi” del nostro modo di percepire gli altri e il mondo. Uno di questi è un semplice stratagemma comunicativo. Infatti, anche se delle esperienze reali possono essere alla base di questi pensieri, ciò che costituisce l'ideazione paranoica è la generalizzazione : tutti....mai....sempre....

Sforzarsi, anche nei discorsi comuni, di non generalizzare nè di estendere dei casi singoli a dogmi universali può essere considerato già un primo passo importante.

In secondo luogo, evitare le situazioni percepite come “minacciose” non farà altro che confermare a noi stessi l'incapacità nel risolvere il problema, oltre che alimentare, nel calore rassicurante di casa, la convinzione che in fondo abbiamo fatto bene a non uscire ieri sera con i colleghi...

Per concludere, possiamo facilmente constatare come la sospettosità o il timore del giudizio siano non solo presenti in modo massiccio nella nostra società, ma anche degli elementi indispensabile ed adattivi che ci permettono di giudicare e valutare in modo funzionale molte situazioni.

É quando il nostro sospetto viene generalizzato, esteso ed esasperato che può diventare pericoloso. Un percorso psicologico può essere estremamente utile per contenere le proprie emozioni, trovare delle strategie utili e rendere se stessi, di nuovo o per la prima volta, i responsabili delle proprie azioni...

Bibliografia:

  • Muriana E., Verbitz T., (2017). Se sei paranoico non sei mai solo. Roma, Alpes
  • Boszormenyi-Nagy I., Krasner B.R., (1986) Between Give & Take: a clinical guide to contextual Therapy. New York, Routledge