Ricercare la bellezza in tutte le sue forme per amare noi stessi, la nostra vita e gli altri

Cercare e saper riconoscere cosa è vita, farlo durare, dargli spazio.

Pubblicato il 29 marzo, 2017  / Crescita Personale
Ricercare la bellezza in tutte le sue forme per amare noi stessi, la nostra vita e gli altri

Perchè concentrarsi unicamente sulla risoluzione del disagio psichico nelle più o meno gravi manifestazioni patologiche?

E' ovvio che per l'individuo che ne è afflitto possa essere assolutamente prioritario il risolvere la propria fonte di soffferenza ! In un'altra visione dell'essere umano però, a mio avviso più vasta e profonda, è la vita stessa a costituire un problema, anzi il problema...

intendo con ciò il fatto che non siamo felici, non viviamo quasi mai nel pieno senso della parola "vivere"; salvo rari momenti di "illuminazione", la nostra esistenza si svolge secondo un insieme di alti e bassi emotivi che possono definirsi sopravvivere, non realmente vivere.

Penso inoltre che ognuno di noi abbia in sè una profonda esigenza di creatività, una sorta di carica creativa inespressa: un po' come aspirare a qualcosa che manca, senza avere peraltro i mezzi e la capacità concreta di realizzarlo. In altre parole siamo tutti creativi, ma non creatori (a parte alcuni, pochi, "fortunati"); il che non ci fa sentire pienamente vivi e realizzati....



Come e cosa fare?

Una mia idea è che pensando al "creare" si pensi automaticamente alle opere dei grandi o piccoli "geni" che la società ha sempre considerato come dei non comuni mortali, cioè diversi e superiori a noi. Credo che tale visione sia errata: la "creatività" dovrebbe consistere anzituttto in un modo di essere e di percepirsi, che non si debba tradurre necessariamente in "oggetti" visibili.

La creatività proviene, a mio avviso, dal contatto con la propria più profonda interiorità, dall'essere il più pienamente se stessi... in altre parole si è creativi non per ciò che si fa, ma per ciò che si è!

E' però vero che noi viviamo in una "cultura" tutta rivolta all'esterno e materialista: non siamo abituati a meditare nè al colloquio con l'interiorità; in altre parole abbiamo bisogno, per sentirci realizzati, di percepire il mondo con i nostri sensi e di riceverne gratificazioni tangibili...



Come uscire allora da questa impasse?

Forse la risposta, apparentemente semplice e banale, sta nell'iniziare ad allenarsi ad ascoltare se stessi: cosa ci entusiasma nel profondo, come percepiamo, godendone, il contatto con la natura, quanta attenzione prestiamo ai nostri sogni che, più spesso di quanto non si creda, mandano messaggi importanti per quanto impercettibili?

Ripeto il concetto chiave: allenare con perseveranza e pazienza la psiche ad "ascoltare se stessa"; ancora: sforzarsi in ogni azione che si compie, in ogni momento esistenziale, di partecipare e "sentire" con più intensità, piu partecipazione... pensiamo alla sensazione direi di "passionalità" che proviamo nell'intimità con le persone amate od anche, perchè no, di fronte ad alcuni spettacoli della natura; questo è facile e comune... sforziamoci invece ad immedesimarci con partecipazione intensa anche in un cielo grigio e scialbo... può anche questo essere un momento ricco di energia psichica e di profonda intimità... a ben considerare, in fondo, "il mondo è pieno di dei".

Occorre, per così dire, dare più importanza al proprio "vissuto" per quanto possa sembrare oggettivamente banale... dobbiamo essere noi stessi a "sacralizzare" la nostra esistenza, un po' come l'innamorato considera con "adorazione" il proprio oggetto d'amore; il valore non è nell'oggetto, ma negli occhi di chi lo guarda!

Allenandosi con il tempo a vivere con tale atteggiamento psichico, la propria esistenza dovrebbe assumere un ben altro "spessore" ed una maggiore sensazione di autorealizzazione.

La nostra società "occidentale" ci ha sempre più allenati a dipendere dall'"oggetto" esterno, allontanandoci in fondo da noi stessi: in un certo senso anche un bel tramonto è mondo esterno! Tutto questo non sembra che ci abbia procurato molta felicità ed autorealizzazione, al di là degli indubbi ed utilissimi progressi della scienza e della tecnologia: sembrerebbe che il benessere materiale, comunque da non disprezzare, ci alieni da un senso di se più profondo e più realmente vitale...

Si avverte una sensazione di perenne insoddisfazione e, usando un'espressione forse pesante, la percezione di essere come schiavi di un qualche padrone al quale non ci si può ribellare perchè totalmente indefinito e sfuggente.

Oltre a tutto questo non si è più abituati al confronto con la morte, termine ineluttabile di ogni esistenza unicamente materiale: tutto ciò non può che essere fonte di angoscia e depressione più o meno costanti e sotterranee. Penso che un compito fondamentale della propria esistenza sia la conquista della libertà e della profonda percezione di se stessi: non si può sfuggire a tale impegno, pena il trascinarsi in un vivere piatto, grigio e privo di vera finalità esistenziale...

Sono bei pensieri e belle parole, ma che fare in pratica per evadere dalla prigione esistenziale che ci opprime?

Mi azzardo a fare una constatazione: esistono dei momenti e delle situazioni per tutti o quasi tutti noi, in cui ci sentiamo particolarmente pieni di energia e vivi, oserei dire felici; è allora pensando ad essi, in essi, che possiamo trovare le risposte, il percorso verso una pienezza di vita che abbiamo il diritto/dovere di riuscire ad ottenere: un vita che sia realmente vivere e non sopravvivere!

Tali momenti esistenziali sono forse più numerosi di quanto non si creda: il problema è che non ce ne accorgiamo, abituati a dipendere troppo dalle soddisfazioni materiali ed a desiderare sempre ciò che non si possiede, ignari di ciò che si ha e di ciò che si è nel profondo; in altre parole siamo come abituati ad essere, in un certo senso, infelici, a non percepire neanche la felicità che, più spesso di quanto non si creda, si "affaccia" magari timidamente nelle nostre vite.

Si tratta allora di allenare la mente ad "andare a caccia" della felicità, a "scovarla" anche nei momenti e nelle cose più apparentemente banali che tali in realtà non sono: la magia della vita esiste ed è spesso vicina a noi, ma occorre impegnarsi a cercarla e saperla riconoscere!

Amo immensamente gli ultimi cinque passi del libro di Italo Calvino Le Città invisibili, che ritengo strettamente legate al nostro vivere.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.