Bandire l'ipocondria?
Sono anni che mi chiedo se possa essere opportuno richiedere un aiuto professionale, ma non sono mai riuscita a trovare il coraggio per farlo, un po' per pudore, un po' per timore. Non so se questo sia il modo giusto per iniziare, ma è comunque un passo in avanti.
Sono una ragazza di 22 anni e soffro di ipocondria da diverso tempo ormai; e, se all'inizio non vi ho prestato troppa attenzione, col passare del tempo è diventata una condizione invalidante. A preoccuparmi è ora un neo, ora un fastidio al collo, ora un banale mal di testa e purtroppo nessuno di questi fastidi riesce a rimanere banale. Finisco per soffermarmi così a lungo sul timore che un sintomo nasconda, in realtà, qualcosa di gran lunga peggiore da acuire una innocua sensazione fino a renderla quasi una fissazione.
Non sono una professionista e non credo di poterlo dire con certezza, ma, se dovessi trovare una spiegazione alla mia ipocondria, direi che il mio passato qualche suggerimento me lo fornisce. Esco da una situazione familiare estremamente turbolenta, ma non per le ragioni cui si potrebbe pensare. Da quando avevo 9 anni, la mia famiglia ha dovuto affrontare un dramma dopo l'altro e, purtroppo, benché fossi una bambina, ricordo ognuno di quegli eventi: l'incidente di mio cugino 20enne che lo ha lasciato su una sedia a rotelle, la malattia di mia zia [una patologia che - non saprei spiegarla in termini più appropriati - porta un osso all'altezza del collo a comprimere i nervi del sistema nervoso e che l'ha costretta ad una PEG per evitare che il cibo le finisse nelle vie respiratorie e la soffocasse], il tumore di mio zio [contro il quale non ha avuto possibilità di vincere], i tumori di entrambi i miei nonni materni e la morte di uno dei due, l'intervento a cuore aperto della nonna materna, il distacco di placenta di mia cugina che l'ha quasi fatta morire dissanguata mentre era da sola in casa e che ha provocato un'emorragia di quarto stadio al bambino, l'intervento di mia madre per sanare una fistole apertasi nel cranio... Come si può facilmente intuire, non è stato facile e, a volte, ricordo più le feste/vacanze passate in ospedale o in compagnia di un parente ammalato che non quelli trascorsi a casa in armonia!
Non so se sia il modo giusto di descrivere quello che provo, ma, a volte, ho l'impressione di aver vissuto due vite nettamente separate l'una dall'altra: la prima è quella dei giochi, della serenità, della normale quotidianità; la seconda è quella che mi ha accompagnata fino all'ultimo dramma, successo qualche anno fa. E sfido a pensare che qualcuno possa credermi quando dico che, dopo l'ultimo evento nefasto, ho fatto sinceramente fatica ad abituarmi alla normalità, al fatto che tutto potesse andare bene. Non sapevo chi fossi! Non sapevo chi, come e cosa essere oltre alla ragazza angosciata, preoccupata, chiusa in stanza ora a pregare, ora ad arrabbiarsi con Dio o chi per lui si stesse tanto divertendo con la mia famiglia, stando bene attenta ad evitare che i genitori la sentissero.
Ho impiegato un po' di tempo a ricostruirmi. Ho impiegato un po' di tempo a ritrovarmi, a conoscermi di nuovo, ad accettare che la persona che ero stata - quella più o meno forte, più o meno debole a seconda dei punti di vista, che aveva assorbito i colpi e aveva provato a farsi trovare pronta per quello successivo. Perché, sul serio, per tanti anni ho saputo che ne fosse in arrivo un altro, di colpo.
Suppongo che la causa scatenante delle mie paure attuali sia da ricercare lì. Ma non sono un medico, non ho le competenze, non dispongo delle certezze. Sono solo supposizioni, appunto.
A chiunque legga questo sfogo vorrei chiedere se, bando al pudore e al timore di risultare troppo egocentrica nel chiedere aiuto [perché, per fortuna o meno, ho sempre sofferto solo indirettamente di tutti quei problemi e probabilmente non sono la persona che ha il diritto di lamentarsi], sia opportuno chiedere finalmente un aiuto professionale e se questo possa essermi d'aiuto a bandire l'ipocondria.
Ringrazio anticipatamente e mi scuso per la lunghezza dell'intervento. Non mi è stato dato il dono della sintesi.