La sofferenza psichica vista nell'ottica dei "bambini nascosti" che sono dentro ognuno di noi e che devono crescere per farci stare bene.

Il ruolo dello psicologo clinico ad orientamento psicoanalitico

Pubblicato il 13 aprile, 2020  / Crescita Personale
La sofferenza psichica vista nell'ottica dei "bambini nascosti" che sono dentro ognuno di noi e che devono crescere per farci stare bene.

 

Quando una persona sta male può dipendere da situazioni esterne o situazioni interne legate alla sua infanzia, che hanno a che fare con il suo “inconscio disturbato”. Fu Alba Marcoli a parlare per la prima volta non direttamente di inconscio ma di “bambini nascosti”, che sono i bambini nascosti nel nostro inconscio, che ci disturbano perché non sono ancora cresciuti (vedere il suo primo libro “Il bambino nascosto”, che si può trovare nella bibliografia). Vi invito a leggerlo.

Il lavoro dello psicologo clinico ad orientamento psicodinamico è prima di tutto capire il problema del paziente e sostenerlo, per poi cercare di risolverlo. Se è un problema legato alla realtà contingente, cerca dalla sua posizione privilegiata di persona “al di sopra delle parti” di lavorare sul presente, se invece si accorge che la problematica di sofferenza è legata alla presenza di vecchi schemi passati e radicati dall’infanzia, cerca di andare a “prendere per mano” il bambino nascosto del paziente e a tirarlo fuori, dal buio dove è finito, alla luce del sole, dove si può illuminare di vita.

In questo articolo cerco di fare un quadro il più possibile dettagliato di tutte le possibili problematiche che possono sorgere nella relazione paziente-psicologo, in modo tale da mettere in luce le possibili sfaccettature che emergono nella relazione.

Racconterò un po' il metodo, che non è solo la comprensione della situazione contingente presente, ma l’analisi del passato e il tentativo di farlo elaborare al paziente, in modo tale che possa riprendere il percorso che aveva interrotto, o scoprire veramente chi è se stesso.

 

Articolo:

Perché una persona in difficoltà chiede aiuto ad uno psicologo? Chiaramente per risolvere un suo problema. Perché sta male, e non ce la fa più da solo. Ma di che problema si tratta di solito?

Ci possono essere situazioni dove si viene solo a chiedere una consultazione, o per chiarire una situazione, o per chiedere un parere diciamo “neutrale”. Lo psicologo può vedere una situazione problematica da una prospettiva diversa, perchè non è coinvolto direttamente.

Mentre ci possono essere altre situazioni dove il malessere porta ansia e angoscia, a volte paura, dove ci si può sentire che mancano le forze, che ci si sente di “crollare”, che non si ha più la forza di lottare nella vita, insomma ci si può paralizzare in una situazione di sofferenza e di forte malessere, dove si sta male, e si ha la sensazione di non farcela più, perché ci si trova ad avere una sofferenza psicologica eccessiva e poco gestibile, che comporta avere difficoltà emotive personali, comportamentali o relazionali, a volte anche psicosomatiche, fino a bloccarsi, e cioè a non riuscire più a fare da soli quello che si faceva prima nella vita, perchè vivere può diventare improvvisamente estremamente faticoso.

Essere uno psicologo clinico ad orientamento psicoanalitico[1], vuol dire occuparsi di consulenza, aiuto, diagnosi e sostegno psicologico nei confronti di coloro che presentano sofferenza psicologica. Ma non solo, si cerca dove è possibile di risolvere la problematica e fare stare bene colui che porta la sua sofferenza.

A questo punto, quando non si riesce più a farcela da soli, ecco gli si può chiedere aiuto. Lo psicologo cercherà prima di tutto di comprendere, poi di alleviare e combattere la sofferenza della persona in difficoltà, fino a cercare di fare in modo che la persona si sblocchi, diciamo così, in modo tale che possa tornare a percorrere il cammino della sua vita verso una dimensione sempre più serena, per poter stare meglio, fino a stare bene.

Per poter stare meglio bisogna comunque accettare di stare male, averne consapevolezza, perché se non ci si rende conto sufficientemente di stare male, se non ci si rende conto sufficientemente del proprio malessere, non si può neanche farsi aiutare. E vi garantisco che accettare di stare male, non è facile! Se non si è motivati, se “ti mandano” piuttosto che andare di persona, c’è il rischio che si “perda tempo”, che si perda del tempo prezioso senza andare avanti, ma rimanendo fermi.

Oppure se si hanno delle “difese interne” troppo forti, bisogna lavorare per farle diminuire. In questi casi c’è il rischio che il lavoro non funzioni o funzioni meno bene.

Si cresce da bambino ma anche a qualsiasi età fino alla fine dei giorni nostri. Tutte le persone a tutte le età crescono e progrediscono lungo il percorso di sviluppo della loro vita. Il bambino verso l’adolescenza, l’adolescente verso la fase adulta, l’adulto verso la vecchiaia, l’anziano verso la fine dei suoi giorni. Anche le persone che si mettono in coppia percorrono un loro cammino. Ogni età presenta le sue caratteristiche di vita, e ci si può sentire bloccati ed essere effettivamente bloccati nella vita a qualsiasi età.

Perché una persona ha una sofferenza psicologica, e sta male fino a volte a bloccarsi? La teoria psicoanalitica ci insegna che c’è sempre un motivo, una causa, per ogni stato di sofferenza, di malessere e di disagio, un motivo visibile o invisibile, e che per risolvere il problema bisogna prima di tutto risalire a tale causa.

Generalmente ci sono due generi di cause che possono portare ad una sofferenza psicologica.

Ci sono cause legate a fatti realmente accaduti nella realtà, come per esempio situazioni ambientali esterne reali sfavorevoli, o addirittura traumatiche, drammatiche, che non si riesce a superare, come potrebbe essere una separazione o una perdita affettiva importante, un lutto da elaborare, o una situazione della vita dove ci si trova in difficoltà. Oppure perchè ci sono dentro la persona che soffre, delle cause profonde, recondite, che potrebbe conoscere in parte, o di cui non è bene a conoscenza, che hanno a che fare con la vita che la persona in sofferenza ha vissuto da bambino, quindi relativa a “fantasmi” che la persona si porta dietro fin quando era molto piccola. In questo caso si sta male ma non si sa bene il perché. Il più delle volte non si è a conoscenza di queste dinamiche.

Anche per i fatti concreti, o le situazioni realmente visibili, le problematiche potrebbero avere comunque a che fare con il passato, e derivare da difficili relazioni emotive che hanno bloccato la persona che soffre in parte già nell’infanzia o in adolescenza, situazioni che ha vissuto con le sue principali figure di riferimento, che di solito sono state la madre ed il padre.

Quindi lo psicologo, in entrambi i casi, aiuta la persona a focalizzare il suo problema, facendo prima di tutto una diagnosi del suo malessere, di tutta la sua situazione di sofferenza, e poi studia un possibile intervento strategico per aiutarlo. Si cerca di lavorare per favorire la crescita di coloro, dai bambini agli adulti, che sono rimasti bloccati ad una loro fase dello sviluppo, che ha portato ad avere un “blocco” interno.

Per sbloccare il paziente lo psicologo ad orientamento psicoanalitico lavora non direttamente sul disturbo cercando subito di eliminarlo, ma sulla comprensione delle cause che hanno portato la persona che soffre a produrre quel disturbo stesso, in modo tale che il paziente possa cercare di liberarsi definitivamente da esso. Ci vuole più tempo, a volte molto più tempo, non lo si può mai prevedere quanto tempo ci vuole, dipende da tanti fattori, ma se il percorso funziona i risultati possono essere duraturi e possono essere definitivi, e c’è una crescita, che comprende anche un “rafforzamento globale” della personalità che cambia, si diventa “più adulti”, o se si era troppo “bambini” si diventa finalmente adulti. E la vita viene vista in un’altra prospettiva, e si ricomincia a camminare o ci si ritrova a camminare “nuovi” per la prima volta, dopo essere passati dal “buio” delle tenebre che erano dentro di noi, alla “luce”, alla luce del sole che ci illumina!

Si illumina finalmente la propria esistenza, specialmente se si è stati tanto tempo, tanti anni bloccati, se si hanno raggiunto pochi obbiettivi maturi concreti nella nostra vita dal punto di vista relazionale, affettivo e professionale lavorativo. C’è sempre il tempo per “incominciare a vivere”, in un’altra prospettiva, più “libera”.

Prima di tutto bisogna stabilire un patto con lo psicologo, per “esserci” con lui. Ci vuole un’Alleanza terapeutica con la parte diciamo “Grande” del paziente e lo psicologo, che devono far crescere la “parte bambina” disturbata”.

Come è fondamentale che lo psicologo faccia un profondo lavoro su se stesso, e cioè faccia anch’esso un profondo viaggio all’interno di sè, in modo tale da non avere più profondi conflitti, se li ha avuti, ed essere sufficientemente “sano”, non problematico, per poter sentirsi pronto ad aiutare tutti coloro che si trovano in difficoltà, che hanno pensato di cercare il suo aiuto. A volte può non essere facile, anche gli psicologi sono uomini che si possono trovare ad avere nella vita periodi di difficoltà, più o meno intensa, e quindi avere, magari durante il loro periodo di formazione, prima di essere definitivamente formati, dei “limiti”, ma una volta superati, una volta vista la loro “luce”, possono mettersi a lavorare sempre meglio, per aiutare coloro che sono in difficoltà, a trovare la loro “luce”, facendo tesoro della loro esperienza, maturata su loro stessi, dopo avere compreso ed affrontato e vinto la loro sofferenza, con l’aiuto di persone di cui si sono fidati. Perché bisogna prima o poi sempre fidarsi di qualcuno, con umiltà, se si vuole crescere, ad un certo punto bisogna accettare che da soli è praticamente impossibile farlo.

Credo inoltre che chi svolge questo lavoro è perché il più delle volte inconsciamente ha qualcosa che lo disturba dentro se stesso, che vuole superare attraverso il sogno di diventare psicologo, e che forse inizialmente non lo sa, e crede solo di voler fare questo lavoro per aiutare gli altri, ma intraprendere un viaggio su se stessi glielo fa capire ben presto. Solo così, dopo che si ha risolto i propri problemi, si è “bravi”, si è “più bravi” ad aiutare gli altri a risolvere i loro. E inoltre, più i propri problemi erano diciamo “profondi”, più si può fare tesoro della propria tanta esperienza maturata su se stessi, e quindi si può aiutare a risolvere i problemi più “profondi” degli altri, proprio perché si è memori di tutto quello che è successo nella propria vita, di tutte le battaglie che si sono intraprese e che si sono vinte.

Dove infatti non è arrivato lo psicologo non può neanche arrivare il paziente. Questo significa che uno psicologo può portare un paziente solo dove è arrivato lui, nel suo viaggio di crescita dentro se stesso, e che quindi se lo psicologo è rimasto bloccato ad un certo “nucleo”, e il paziente ha quel “nucleo”, ecco che non lo supererà mai. Viceversa se lo psicologo lo ha superato, o non l’ha mai avuto, ecco che porterà il paziente almeno dove è arrivato lui.

Prima cosa da fare è cercare lo psicologo giusto che fa per noi. Una volta individuato lo psicologo che ci ispira fiducia, che “empaticamente” ci sembra la persona giusta per noi, si cerca di fidarsi di lui, anche perché la prima seduta generalmente di 50 minuti è gratuita, quanto basta per rendersi conto anche a “pelle” con chi si ha a che fare.

Così ci si consulta inizialmente con lui, gli si espone il proprio problema, gli si espone la propria storia, la propria sofferenza, se si è una coppia, si va insieme da lui, così lo si può conoscere di persona, in modo tale da farsi aiutare, se si è in crisi per esempio di coppia, se per esempio ci si ama magari da anni e si sta buttando tutto all’aria solo perché magari si è ancorati alle proprie relazioni passate, ai propri “fantasmi interni passati”, e si vede il partner non realmente come è!

Lo psicologo cercherà di comprendere le vostre problematiche, di darvi una maggiore chiarezza rispetto al vostro problema, cercherà di accendere dentro di voi una luce nella strada del vostro cammino, insieme a voi, prima una piccola luce di candela, che consegnerà nelle vostre mani, poi una lanterna, poi una luce sempre più intensa, che vi permetta di vedere dove prima c’era l’oscurità, per aiutarvi ad “uscire anche voi dal tunnel”, per poter dipanare la nebbia che c’è dentro di voi, che non vi fa vedere, così che in futuro potete anche voi vedere “la luce del sole”.

Gli strumenti che usa lo psicologo sono prima di tutto l’empatia, e cioè la capacità di mettersi in contatto con i vissuti più profondi del paziente, per comprendere appieno lo stato d’animo della persona che porta la sua sofferenza, sia che si tratti di gioia che di dolore.

Lo psicologo ad orientamento psicoanalitico usa poi gli strumenti che gli sono offerti dal metodo psicoanalitico psicodinamico classico, e cioè il metodo delle interpretazioni, che significa che cerca di dare una interpretazione il più possibile veritiera, e cioè una spiegazione alle ansie alle paure alle angosce a tutto quello che gli porta la persona che lo ha scelto per risolvere il suo problema, per dare un senso al suo comportamento, nel tentativo di comprenderlo insieme al paziente, di comprendere quello che è successo o lui ha fatto, e ve lo dice con dolcezza, in punta di piedi, con delicatezza.

Inizialmente si fa fatica ad accettare l’interpretazione, che a volte può venire rifiutata, a volte potrebbe essere vista come un’invasione dei propri spazi, perché si tende a mantenere l’equilibrio psicologico che si è sempre avuto, perché è servito comunque a non fare stare peggio il paziente. Perché l’interpretazione è un invito al cambiamento, e cambiare è sempre difficile, è più facile seguire gli schemi di vita che si sono perseguiti da una vita intera, fin quando si era bambini. Di solito infatti l’interpretazione mette alla luce le relazioni presenti del paziente con le sue relazioni vissute in passato. Presente e passato si incrociano, e il presente va compreso con gli occhi del passato. Compreso il problema, bisogna “digerirlo”, farlo proprio, in modo tale che passi.

Per quanto riguarda la metodologia di intervento, la teoria psicoanalitica porta a comprendere “l’inconscio disturbato” e a renderlo cosciente, liberando la persona così dai suoi conflitti, reconditi, che sono cioè ancorati profondamente dentro di lui, in maniera latente, che cioè non si manifestano esternamente, e appartengono al suo passato.

Questo articolo in particolare fa riferimento alla teoria originale di Alba Marcoli, che si può osservare fin dal suo primo libro che si chiama “il bambino nascosto”, Oscar Mondadori, 1993, e i suoi libri successivi. Sono libri di favole per adulti, che aiutano a mettersi in contatto con le proprie parti più recondite, che sono le più nascoste dentro le persone, le più latenti. Questa teoria afferma che in ognuno di noi, quando c’è una situazione profonda di sofferenza, ci possono essere delle zone di ombra oscure, non chiare, non visibili, che appartengono quindi al nostro inconscio, che potrebbero avere origine nel passato, dei “nuclei” nascosti.

Alba Marcoli, al posto di chiamare queste zone di ombra inconscio, ha avuto l’intuizione strategica dal punto di vista clinico, di parlare in maniera metaforica di “bambini interni nascosti”, che vivono ancora nel passato, e che devono crescere per farci stare bene, che rappresentano appunto l’inconscio, che sono l’inconscio, proprio perché quando l’inconscio rimane disturbato, il motivo è che nell’infanzia quando eravamo bambini, c’è stato qualcosa che ripetutamente non è andato per il verso giusto.

Ecco perché si parla proprio di bambini. L’interpretazione allora fa affiorare questi bambini e svela il loro tentativo di vedere la realtà presente con gli occhi di come veniva osservata la realtà infantile passata. Una metodologia di intervento che può aiutare in questo processo, in questo “viaggio” all’interno di se stessi, è quindi, secondo la Marcoli, quella di attribuire il blocco esistenziale e la sua situazione di malessere alla presenza di questi “bambini interni”.

Il “bambino nascosto” è praticamente l’inconscio al quale viene data una forma, una visione, è l’inconscio che diventerà poi conscio, e quindi visibile, è un bambino piccolo che “va preso per mano”, come se fosse nostro figlio piccolo reale, per portarlo avanti nel percorso della sua vita. Questi bambini sono rimasti bloccati, per un motivo o per un altro, e questo motivo bisogna scoprirlo per fare crescere il bambino interno che da “nascosto” nell’inconscio diventa lentamente sempre più ben visibile, sempre più a fuoco, sempre meno nascosto, e sempre più presente, incomincia a dialogare con la “parte Grande” adulta del paziente, fino a quando si integra nella sua personalità adulta, che acquista così una maggiore struttura dell’Io, che significa che il paziente diventa più sicuro, più stabile, più “strutturato”, e cioè più pronto ad affrontare la vita con maggior forza e determinazione.

Insomma si diventa più adulti, si cresce, si diventa padroni in casa propria, non più succubi di bambini interni che occupano spazio mentale e cercano di comandare in casa propria, che cercano di usare la coscienza, per agire e fare cose che la “parte grande” non desidera, cose che fanno comunque per un motivo ben preciso, che bisogna, che si può scoprire insieme al paziente.

Bisogna che il paziente prima riconosca il suo bambino interno, e vi assicuro che all’inizio non è facile, e poi una volta riconosciuto come “distante” da sé, gli deve dare un nome, e deve creare un dialogo con lui, un dialogo con questo bambino, proprio come se fosse un suo figlio reale, veramente presente in carne ed ossa, e nel caso in cui ha dei figli reali, un secondo figlio che ha realmente nella realtà. Bisogna che lui ci parli insieme, per poterlo conoscere e farlo crescere, in modo tale che si sa con chi si ha a che fare, perché lo visualizza, diventa concreto il suo malessere, tangibile, ha un nome la sofferenza, e non a caso il fatto di essere invitato dallo psicologo a dare sempre un nome al proprio bambino interno, è un modo per visualizzarlo, per “sentirlo” meglio. Poi alla fine tutti danno sempre un nome ai loro bambini interni che devono crescere. E’ un passaggio molto importante, è dargli il riconoscimento della loro esistenza.

Il bambino nascosto nasce nel nostro passato, dalle esperienze che abbiamo fatto da bambini. Noi siamo infatti il frutto del nostro passato, e delle volte capita che si rimane bloccati nella vita, o perché questi bambini interni nascosti non vogliono affacciarsi alla realtà e non vogliono crescere, e c’è sempre un motivo che va scoperto, smascherato, oppure per motivi contingenti legati alla realtà presente.

Nel caso in cui si faccia fatica a superare un evento reale, forse è anche perché ci si porta dietro il proprio bambino interno che ancora soffre, che ancora “piange” dentro di noi, perchè è rimasto bloccato nella sua infanzia a situazioni che magari anche allora sono state traumatiche, e che sono rimaste diciamo “fissate” dentro di lui, che vengono rivissute nel presente.

Dice Alba Marcoli: “… dietro ogni bambino e ogni ragazzo, e aggiungo io ogni adulto, esistono contemporaneamente almeno tre storie, la sua, quella di sua madre e quella di suo padre (che a loro volta sono il frutto della storia dei loro genitori, della storia della loro madre e della storia di loro padre)”. “… Le nostre prime esperienze infantili sono quelle che plasmano il nostro mondo interno e ci forniscono l’imprinting più duraturo e difficile da modificare con cui entriamo poi in relazione con il mondo esterno e con noi stessi…”.

Ognuno è il frutto della relazione con le persone più significative della sua vita, dai genitori ai fratelli, dalle persone importanti che si incontrano, che a loro volta sono il frutto della loro relazione con le loro persone più significative. Quindi non bisogna colpevolizzare nessuno per quello che ognuno diventa, ma bisogna cercare di capirlo.

L’infanzia è fondamentale come viene vissuta, perché si può rimanere fermi a modelli passati che fanno stare male, schemi relazionali che si ripetono sempre anche nel presente con le persone con le quali si vive ogni giorno. Sono i bambini interni nascosti che fanno vedere il mondo come lo si vedeva nel passato, solo così. Il rischio è che il modello di relazione diciamo “disturbato” è sempre lo stesso che si aveva durante la propria infanzia, e l’altra persona quindi non viene rispettata per quello che è ma viene inconsciamente confusa e inconsciamente “scambiata” con una figura del passato con la quale si ha avuto un rapporto difficile, una relazione difficile, con la quale si è rimasti bloccati nella propria fase dello sviluppo. I modelli si ripetono, ed è come vivere costantemente nel passato, e il presente reale viene distorto, fino in alcuni casi a sparire, quando diventa compromesso l’ “esame di realtà”.

Liberarsi da questi vissuti che fanno stare male porta in ultima analisi a vedere il mondo per quello che è, senza vederlo attraverso gli occhi del passato. Se tutti lo vedono “giallo”, cominci a vederlo anche tu “giallo”, quando magari per una vita l’hai visto “verde”. La luce in una giornata di buio o di nebbia ti porta alla visione della realtà per quella che è, dove l’esame di realtà è sempre più quello giusto, ed è quello che vedono la maggior parte delle persone.

Se invece si vive nel passato, per lo psicologo clinico di questo orientamento, diciamo che la persona “disturbata” “proietta” sempre sull’altro i suoi vissuti. Proiettare vuole dire mettere nell’altro, come dicevo, cose sue dell’infanzia, modelli relazionali legati a relazioni passate disturbate.

I “bambini interni” sono di diversi tipi, e un po' “bene o male” si trovano prima o poi tutti, più o meno, dentro di noi, dentro le persone disturbate, anche se in questo campo è impossibile generalizzare, perché siamo tutti diversi. Ma in genere è così. Ognuno ha i suoi bambini interni.

C’è il bambino abbandonico, che fa fatica a staccarsi dalla mamma, ad essere indipendente, e che ha bisogno sempre di una mamma sostitutiva sennò si sente solo fino a poter stare veramente male, che ha origine nei primissimi anni di vita, quando ancora non usava il linguaggio verbale per comunicare, ma solo quello preverbale, e qui si parla anche di neonati, se è esistita fin da subito una relazione disturbata con la madre, che di solito è la principale figura di riferimento, se c’è stato magari un trauma ripetuto dovuto a qualcosa che non è andato per il verso giusto, o ad una relazione disturbata madre-bambino che è continuata nel tempo, magari la presenza di una madre depressa, che “c’era poco”, troppo concentrata sul suo stare male, che non ha superato la sua depressione post partum!

Ecco che in alcuni casi si può trovare un “bambino nascosto” depresso, o “eccitato”.

C’è poi il bambino diciamo “narcisistico” che nasce più tardi, legato all’autostima, che ha bisogno sempre di farsi dire che è bravo, che non sopporta di commettere errori e di essere giudicato, che vede ogni parola come una critica, perchè si sente sempre un’incapace, stima sottozero, magari anche se la realtà oggettiva lo sconferma perché a scuola va molto bene, con una media molto alta, e non solo a scuola ma anche nella vita.

C’è poi il bambino che si manifesta attraverso il corpo in maniera psicosomatica, e cioè parla attraverso il corpo, come potrebbe essere il bambino che si rifugia nel cibo o il contrario non mangia, entrambi fino a stare male, c’è il bambino che non dorme, c’è il bambino che si manifesta attraverso il corpo fino al punto di potersi fare nascere dermatiti o malattie di ogni genere anche perché ha meno difese il suo sistema immunitario.

In questo modo, lentamente, tre passi avanti e due passi indietro, tre passi avanti e due indietro, ma in maniera definitiva, poi il disturbo scompare da solo perché non ha più ragione di essere, di esistere. Perché il disturbo ha sempre una sua funzione, qualsiasi esso sia, e se la funzione va a cadere, va a cadere anche il disturbo stesso.

Mentre lavorando direttamente sul disturbo, cercando di eliminarlo al più presto, si può anche arrivare alla risoluzione del disturbo stesso, ed ad un apparente effimero “star bene”, perché scompare di fatto il problema, scompare il disturbo che si vede, ma come si dice in gergo popolano, o come si parla ai pazienti per fargli capire, “il disturbo prima esce dalla porta e prima o poi rientra dalla finestra” sotto forma di un altro disturbo. Così non lo si debella, dopo essere arrivati alla comprensione delle sue vere cause, e quindi il disturbo può rigenerarsi sotto altre forme, e il problema alla base non viene risolto definitivamente.

Se il disturbo esiste vuole dire che c’è un motivo per cui esiste, vuole dire che ci vuole dire qualcosa, paradossalmente serve alla persona a stare meglio che se non ci fosse, situazione in cui potrebbe stare peggio. Quindi ben venga il disturbo, è il bambino interno che ci vuole parlare!

Insomma questi bambini interni bisogna ascoltarli, non “dargli una sberla” per farli tacere, non gli va “tappata la bocca”, non vanno resi muti, no, torneranno ben presto a piangere, ancora più forte, fino ad urlare, e a fare “disperare” la “parte Grande”, che c’è sempre nel paziente, quella che è alleata con lo psicologo, o almeno lo dovrebbe essere.

Il sintomo fa sempre parte del passato, perché si genera dai vecchi vissuti dell’infanzia, da vecchi schemi relazionali.

C’è sempre un motivo per ogni comportamento, ogni azione ed ogni pensiero, bisogna scoprirlo. Si può! Bisogna aiutare la persona che chiede aiuto a comprenderlo.

Quindi ogni persona da bambino vive il suo percorso di vita e di crescita fino alla fase adulta attraversando diverse fasi del suo sviluppo, ed in ogni fase incontra e vive le persone che lo circondano in maniera diversa. Di solito ce la fa da solo ad affrontare il suo percorso di vita, ma delle volte trova delle difficoltà nel suo sviluppo per una serie di cause che vanno capite comprese e superate. Ecco perché è inizialmente fondamentale la fase detta dell’aggancio, e cioè quando la “parte Grande” della persona che sta male, del futuro paziente, si allea con lo psicologo per poter prendere per mano le sue parti bambine, che non vogliono questa alleanza.

Il percorso di avvicinamento al lavoro vero e proprio di crescita può durare a lungo e può anche fallire, perché vincono le parti bambine, che magari hanno paura di crescere, perché credono che crescere voglia dire stare peggio, e rimangono arroccate nelle loro fortezze interne alla persona che soffre, ancorate nelle loro roccaforti sotterranee, dove trionfano i meccanismi di comunicazione inconsci con gli altri, inconsapevoli, e tutti sono uguali, nel senso che con tutti si attuano le stesse relazioni, gli stessi modelli relazionali “che fanno male”, prendendo come modello le relazioni passate nella propria infanzia.

In origine nell’infanzia si passa da un disturbo temporaneo ad un disturbo definitivo interno alla persona stessa, che è radicato dentro alla persona che soffre, e il bambino interno oramai vede tutti come suo padre o come sua madre, perché sono le sue figure primarie, con le quali ha instaurato le prime relazioni più importanti. Mentre in realtà la realtà reale da adulti non è proprio così. Perché siamo tutti diversi. Ecco che nasce l’ansia e l’angoscia, la paura. Il problema si genera nell’infanzia quando una relazione “disturbata” si ripete così tante volte che alla fine rimane come schema di vita e non si toglie più, se non con un lavoro psicoanalitico. Questo lavoro può essere fatto sempre, sia in età evolutiva, sia in età adulta, sia in età adulta avanzata, e naturalmente, prima si interviene, prima è più facile sistemare il problema, perché la persona è meno “rigida”, è più “plasmabile”, meno abituata ad usare i suoi schemi “disturbanti”, è più “plastica”, che vuol dire che è più pronta ad un possibile cambiamento di se stessa.

Una volta superata la fase dell’aggancio, quando si instaura un buon rapporto tra il paziente e lo psicologo, ecco che può iniziare il vero e proprio lavoro di crescita, dove lo psicologo aiuta le persone “disturbate” a riprendere in mano questo bambino interno e a farlo crescere, cosicchè non abbia più il potere di “rubare la coscienza” alla parte adulta della persona, ed impossessarsi dei comandi della sua “cabina di comando”, in modo tale che la smetta di piangere ed incominci a sorridere, che incominci ad assaporare la vita con serenità, perché la può vedere in una prospettiva diversa, dove l’ “esame di realtà” è sempre più reale. Che significa tutto ciò? Se la maggior parte delle persone vedono una cosa in un certo modo, avere un esame di realtà diverso, vuole dire guardare il mondo con gli occhi di questi bambini interni che stravolgono la realtà, che quindi non viene vista per quello che è, ma attraverso i loro occhi, che la deformano. Ecco i disturbi, come per esempio coloro che vedono tutto nero, o coloro che vivono in un mondo tutto loro, che di fatto vivono fuori dal nostro mondo, o coloro che vivono sì nel nostro mondo ma ci vivono male perché lo vedono diverso da quello che è.

Aiutare la persona ad affrontare questi momenti difficili, prima agganciando e poi prendendo in mano con dolcezza il suo bambino interno, lo porta a stare meglio, a vedere il mondo con nuove prospettive di libertà, perché non si è più diciamo “schiavi” di questi bambini che a volte possono essere un po' “fuori dalla realtà”, perché vivono in un mondo tutto loro, fatto di ansie ed angosce. Si ritorna così a riprendere il percorso di vita che si era fermato, perché cresciuti questi bambini il mondo si vede con una nuova prospettiva. E ve lo garantisco, è un “nuovo vivere!”.

Aiutare a crescere le persone per lo psicologo è una vera e propria missione, per fare in modo che le persone che soffrono possano avere, che si può avere, una migliore qualità della vita, perché i pazienti sono come dei figli, perché anche i figli si fanno crescere, e per i figli si auspica che crescano fino a diventare adulti, si spera che abbiamo sempre una vita piena, soddisfatta, ricca e significativa che scorre lungo la linea del loro sviluppo. Ma che soprattutto prima o poi riescano ad essere o a diventare loro stessi, quelli che potenzialmente potrebbero essere sempre stati se non avessero avuto un conflitto durante l’infanzia che li ha bloccati.

Il sogno dello psicologo è far luce e il cielo azzurro nelle giornate nei mesi e negli anni di nebbia e di buio della persona che porta la sua sofferenza, lo psicologo diventa così il “sole” del paziente, lo illumina, se tutto va per il verso giusto, in modo tale che una persona che è stata in difficoltà, che ha “vissuto nel buio” per tanto, possa sfruttare al meglio le sue potenzialità che finora non è riuscito a sfruttare, e si ritrova finalmente se stesso, la sua vera essenza, lui.

Ma il lavoro può anche non riuscire, per una serie di fattori importanti insuperabili, come la non alleanza terapeutica del paziente, della sua parte grande con lo psicologo, oppure perché il paziente è troppo difeso e non riesce a cambiare, ha troppa paura del cambiamento. I fattori possono essere molteplici. Si incomincia infatti ma non si sa dove si va a finire, se il lavoro funziona o no. Comunque ci vuole tempo, in genere, bisogna dirlo al paziente, che non esiste che pretenda di avere risultati immediati nel giro di breve tempo, dando magari colpa allo psicologo se non sono cambiate le cose nel giro di pochi mesi! Fino addirittura a non volerlo pagare!

Se invece le cose vanno bene, ecco che l’adulto, ormai cresciuta la sua parte bambina, le sue parti bambine, si sente finalmente tutto integrato con le sue parti bambine, si sente più solido, “padrone a casa sua” perchè senza le spinte interiori di questi bambini è più facile concentrarsi diciamo per capirci, con una sola coscienza, quella diretta dalla parte grande. Sì perché quando parlano, urlano e piangono i bambini interni, se non sono ascoltati, magari insieme rubano in parte la possibilità di utilizzare la propria volontà, la propria coscienza. Insomma non è solo il paziente che comanda in casa sua ma ha anche una famiglia piena di bambini agitati e urlanti che gli corrono attorno e gli vogliono “prendere il volante” per “guidare loro la sua auto”, e quindi bisogna stare attenti che non combinino guai a loro stessi e a te, che non si facciano del male e non facciano del male al paziente. Così lo psicologo è qualcuno che sta al vostro fianco che vi aiuta, vi sostiene, vi prende per mano, vi protegge, una persona di cui ci si può fidare.

Di recente mi è capitato, mentre ero in strada, che un bambino piccolo è scappato dalle mani di sua madre e mi strappato il filo della cuffia del mio cellulare. Probabilmente aveva visto che stavo telefonando. Io ho pensato subito al suo bambino interno, che in quel modo voleva dare un messaggio forte a sua madre, e forse anche a me, che forse rappresentavo in quel momento una figura per lui significativa. Forse mi aveva scambiato per suo padre, forse voleva che parlassi con lui e che non stessi al telefono o a sentire musica!

Perché i bambini interni ci sono anche nei bambini piccoli, non solo nelle persone adulte. Sempre quindi bisogna chiedersi il motivo non solo di un proprio comportamento, ma anche di quello degli altri. Ecco perché l’intervento dello psicologo è possibile anche non solo per gli adulti ma per i bambini e gli adolescenti. Certo prima si interviene e prima c’è la possibilità di risolvere più rapidamente la situazione problematica.

La paura di perdere il controllo di noi stessi è una delle motivazioni che porta la persona che soffre a chiedere aiuto allo psicologo.

I bambini interni non cresciuti sono tutti diversi in ognuno di noi che non è cresciuto del tutto. Attraverso il viaggio della comprensione e della crescita di noi stessi, loro crescono e diventano grandi. Il viaggio, il percorso di crescita può essere lungo, ma la durata non si può sapere in anticipo, ma vale assolutamente la pena percorrerlo, è come dicevo un viaggio affascinante perché non si conosce la meta, non si sa dove vi porterà, un viaggio alla ricerca di voi stessi, della vera persona, quella che potenzialmente si è, e alla fine, se si riesce a fare il viaggio con metodicità, serietà e costanza e pazienza, i risultati non mancano certo, ed anche la personalità diventa più ricca, perché ora è retta su basi più sicure, come se si rivivesse il passato una seconda volta, senza vivere situazioni difficili o addirittura traumatiche, e si sistemano finalmente le cose.

E’ come tornare indietro a sbrogliare un gomitolo pieno di nodi, con pazienza un nodo per volta, per poi avere un gomitolo bello morbido senza più nodi, e da lì si riparte, si può ripartire. Prima si viveva su un terreno fatto di “sabbie mobili”, dove era posizionata la nostra casa che poteva affondare da un momento all’altro, e si poteva avere e vivere con una fragilità enorme, mentre poi ecco che dalle sabbie mobili si passa ad un terreno sempre più duro, sempre più stabile, dalla sabbia alla terra fino al cemento, dove la propria casa, perfino il nostro grattacielo può venire finalmente costruito su basi solide, e la sensazione è che si vive un’altra volta. Dal mare aperto magari impestato di squali si sale sulla spiaggia dove ci si asciuga e si mettono bene saldi i propri piedi sulla terra ferma! Alla fine, se il lavoro funziona bene, è come ritrovarsi in un altro pianeta, dove si vive finalmente in un altro modo, dove finalmente si è liberi di essere se stessi, e la realtà che prima veniva vista con gli occhi dei bambini interni, viene ora vista con l’occhio della persona adulta e cresciuta, ed è un’altra visione, lo può garantire lo psicologo che ha vissuto anche lui questa affascinante esperienza, che quindi conosce bene a cosa può andare incontro il paziente, perché il viaggio l’ha fatto anche lui. Sa di cosa si parla, perché tutte le persone che fanno questo lavoro devono fare questo viaggio dentro loro stesse, per non confondere i propri problemi con quelli del paziente, e quindi in ultima analisi non riuscire ad aiutare il paziente. Quando lo psicologo fa questo viaggio allora può prendere per mano e portare il paziente dove è arrivato lui, e più lo psicologo è andato in profondità per conoscere i misteri del suo malessere e della sua sofferenza, e li ha superati, più può essere bravo a prendere per mano tutti coloro che gli chiedono aiuto.

Una persona non lo può capire finchè non ci è arrivato! Stare veramente bene è un altro vivere! E’ come quando nasce un figlio che ti cambia la vita e tutta la vita che hai vissuto prima a confronto perde completamente di valore, ma lo capisci di colpo solo quando ti nasce, prima non te ne puoi rendere conto! Neanche quando è ancora nella pancia della mamma. Neanche se te lo dicono! Ma appena nasce, appena ce l’hai in braccio, qualsiasi cosa che hai fatto nella vita prima della nascita di tuo figlio diventa improvvisamente relativa, è assolutamente meno bella ed intensa della nascita di tuo figlio, che diventa la cosa più bella che hai fatto nella vita, tuo figlio è una cosa splendida, fantastica, impensabile fino allora, ti cambia la vita! E anche se te l’avevano detto, è impossibile conoscerla veramente prima che si è vissuta!”.

Quindi lo psicologo non può spiegare veramente quello che succederà a colui che vuole intraprendere questo viaggio, no, perché è una sorpresa anche per lui, non lo può prevedere, anche perché il lavoro può fallire, come ho già detto. La certezza in questo lavoro non esiste! Bisogna dire “ci proviamo”, ma non possiamo sapere dove arriviamo e se ci arriviamo. Lo si può sapere solo all’ultimo giorno, e non a caso la diagnosi si fa alla fine. Il futuro paziente non può altro che fidarsi dello psicologo e basta, non può fare altro, si deve fidare a “scatola chiusa”. Lo psicologo può solo dire che lui stesso ci è arrivato, ma nel suo viaggio, che è diverso da quello del paziente, e che si devi fidare, se ci è arrivato lui ci può arrivare anche la persona che soffre, che a questo punto non ha niente da perdere, ma solo da guadagnare!

Questo viaggio deve essere la cosa più importante della sua vita se il paziente si vuole veramente bene, tutto il resto deve venire in secondo piano. Tutto! Nulla lo deve fermare dal raggiungere l’obbiettivo finale, che è la scoperta di se stessi! E bisogna fare in fretta dopo che si è perso tanto tempo, magari una vita intera di ansia angoscia e paure!

Perché la vita è una sola. C’è una soluzione a tutto ciò, ma bisogna fidarsi dello psicologo! Bisogna in questo caso tenerli bene stretti per mano i bambini interni nascosti, per fare vedere a loro chi è il più forte, per fargli vedere che ci siamo con tutte le nostre forze, come facciamo con i nostri figli, quando “siamo sul pezzo”, quando siamo presenti, quando possiamo dire: “io ci sono”, quando li tiriamo fuori dai pericoli. Ma non bisogna quasi mai “sgridarli”, vanno sempre compresi e capiti. Ci vuole pazienza, a volte tanta pazienza. Perché i bambini interni ci sono anche nei bambini piccoli, non solo nelle persone adulte. Sempre quindi bisogna chiedersi il motivo non solo di un proprio comportamento, ma anche di quello degli altri. Ecco perché l’intervento dello psicologo è possibile anche non solo per gli adulti ma per i bambini e gli adolescenti. Certo prima si interviene e prima c’è la possibilità di risolvere più rapidamente la situazione problematica.

Ecco, è questa la vita colorata che ci aspetta, quando magari si è vissuti in un mondo bianco e nero per una vita intera, o addirittura tutto nero magari per decenni, e si è sofferto, magari anche tanto, chiusi in una trappola, in un mondo che non era il nostro, ma quello vissuto dai nostri bambini interni, che non ci apparteneva, un mondo “fuori dal mondo reale”.

 

BIBLIOGRAFIA

 

  • Alba Marcoli (1993) Il bambino nascosto. Oscar Mondadori.
  • Alba Marcoli (1996) Il bambino arrabbiato. Favole per capire le rabbie infantili. Oscar Mondadori.
  • Alba Marcoli (1999). Il bambino perduto e ritrovato. Oscar Mondadori.
  • Alba Marcoli (2003). Passaggi di vita. Le crisi che spingono a crescere. Oscar Mondadori.
  • Alba Marcoli (2007) Il bambino lasciato solo. Oscar Mondadori.
  • Alba Marcoli (2010) E le mamme chi le aiuta. Come la psicologia può venire in soccorso dei genitori (e dei loro figli). Oscar Mondadori.
  • Alba Marcoli (2010). E le mamme chi le aiuta. Google Books.
  • Alba Marcoli (2014) La rabbia delle mamme. Google Books.
  • Alba Marcoli (2014) La nonna è ancora morta? Mondadori.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] quindi ogni volta che in questo articolo si parlerà di psicologo, sì dà per scontato che si sta parlando di uno psicologo clinico ad orientamento psicoanalitico.