Il buio negli attacchi di panico

Realtà interna o realtà esterna

Pubblicato il 21 ottobre, 2016  / Ansia e Depressione
Il buio negli attacchi di panico

Ho spesso notato, nella mia pratica clinica, che nel quadro psichico connesso agli attacchi di panico è presente un devastante senso di impotenza rispetto all'ambiente circostante che appare quasi come un tiranno invincibile e maligno.

Come lottare contro tale sensazione che ci rende incapaci di qualsiasi azione costruttiva e  rende possibile  il solo vissuto “esplosivo” dell'attacco di panico?

Quanta energia psichica (e, ovviamente, fisica) viene assorbita in questo nefasto  modo di vivere?

Noto comunque due aspetti diversi, entrambi essenziali, nella risoluzione della predetta problematica: il primo è quello profondo che riguarda lo psichismo conscio ed inconscio del soggetto e che è determinante nella sua modalità di vivere con se stesso e la realtà esterna; il secondo è la realtà esterna stessa che spesso appare assolutamente non modificabile nella sua negatività; ed intendo anche, con il termine “realtà”, le caratteristiche “genetiche” che caratterizzano ognuno: quanto possono essere plasmate per ottenere un controllo migliore sulla propria vita? Quanto, in altre parole, il soggetto, anche il più dotato, può incidere sul mondo oggettivo interno ed esterno?

Il presentarsi dell'attacco di panico ( che spesso avviene in modo del tutto inaspettato, anche nel sonno ) mi sembra indicare che l'individuo si percepisce disarmato di fronte alle esigenze della propria esistenza, anche in situazioni che ha prima padroneggiato senza problemi: come mai?

E' molto probabile che esistano tensioni interne accumulatesi nel tempo che, come la famosa goccia, straripano ad un tratto travolgendo la “diga” del controllo cosciente. Si può anche notare come i sogni diano spesso indizi, evidenti ad un occhio attento, della crisi interiore che si accresce sempre di più.

Ho anche osservato come il porre attenzione “impegnata” al linguaggio onirico, in altre parole ascoltare ciò che il proprio inconscio vuole comunicare, dando ad esso la giusta importanza, riesca spesso ad evitare che il “panico” si manifesti. Si tratta in fondo di evitare la frammentazione interiore della personalità in un percorso di  integrazione interiore: la separazione ( tra conscio ed inconscio ) crea debolezza, l'unione crea forza.

Se è spesso vero, come penso,  che l'essere predisposti agli attacchi di panico si accompagna ad una scarsa autostima (che ci fa sentire inadeguati di fronte agli ostacoli della vita), allora una terapia non può che incentrarsi sull'operare affinché essa si accresca il più possibile.

Impegnarsi con  perseveranza in una qualsivoglia disciplina imponendosi di apprezzare ogni minimo progresso compiuto; sopratutto evitare assolutamente di confrontarsi con gli altri (essi non debbono esistere come termini di paragone). In altre parole è indispensabile imparare ad apprezzarsi comunque e quindi ad amarsi: magari lentamente, passo dopo passo, ma con proterva  perseveranza.

Si deve ricreare un forte senso di se stessi. Penso che quanto sopra possa sembrare una forma di terapia in apparenza semplice, anche troppo semplice. Ciò che però non è affatto facile è il perseverare nell'impegno e l'imparare a valorizzare ogni progresso compiuto, per quanto piccolo ed insignificante esso appaia. Si tratta, ripeto, di imparare ad amare se stessi  ben al di là della semplice risoluzione del problema del panico.     
     
Anche l'imparare ad accorgersi dei “simboli” può essere di grande aiuto nel valorizzare il senso di se stessi. Il simbolo può essere qualsiasi immagine, entità etc. che ci inspiri un qualche significato stimolante per noi stessi. Esso ci trasmette potere psichico e senso di profondità: contatto con il mistero dell'essere:  insondabile, ma reale.

L'uomo ha bisogno del simbolo, catalizzatore di energie profonde... sta poi ad ognuno di noi saper utilizzare nel concreto queste energie che, non usate, si esaurirebbero nell'astratto.

Un'altra considerazione che è necessario fare, dovrebbe riguardare i propri complessi: alludo con tale termine a vere e proprie personalità inconsce che prendono il controllo del nostro essere senza che noi ce se ne renda conto (sono inconsce !! ); in altre parole ci sembra di essere, ammettiamo, poco estroversi mentre un'altra nostra  personalità nascosta nell'intimo (inconscia ) è molto estroversa... tutto ciò può essere dipeso da vari condizionamenti, situazioni ambientali e così via...

Occorre per prima cosa rendersene conto e poi, con molta perseveranza, riuscire a fare emergere ciò che realmente siamo nella nostra totalità. Come? Imparando ad ascoltarsi, a percepire le proprie motivazioni profonde arrivando ad essere consapevoli di ciò che veramente si vuole nella vita: in altre parole, più si è se stessi, più si è psicologicamente forti!

A questo punto la realtà esterna non farà più paura e gli attacchi di panico saranno diventati un ricordo del passato... Direbbe comunque C.G.Jung: “Deo concedente”...