Renata domande di Sesso, Coppia, Amore e Relazioni  |  Inserita il 08/09/2016

Amore per chi non lo merita e incapacità di amare dopo trauma

Salve, premetto che non ho mai chiesto prima d'ora una consulenza psicologica, tuttavia ho sempre cercato di informarmi, mossa da passione verso la comprensione del comportamento umano tra simili.
Ho 28 anni, donna. Credo di aver sempre sofferto di dipendenza affettiva: da adolescente invidiavo, in senso buono le mie amiche fidanzate o corteggiate (nel senso che me ne facevo io una colpa, per non essere abbastanza carina, e la cosa mi portava anche ad avere un atteggiamento autolesionista: mi strappavo a morsi la pelle delle dita, vomitavo...); dai 17 anni ho cominciato ad avere relazioni durature: 2 anni la prima, e dopo neanche dieci giorni che avevo lasciato questo ex sono passata a un'altra relazione durata 7 anni, fino ai 26, per poi passare subito dopo a una relazione durata sette mesi, fino al giorno in cui è morto mio padre.
Procediamo per ordine.
La relazione di 7 anni era con un ragazzo che mi amava troppo, pazzo di me in tutti i sensi, assai intelligente, talentuoso, ma con scarsa attenzione alle relazioni sociali (non aveva dei veri amici, molto introverso, l'esatto mio opposto) per il quale sono arrivata a perdere attrazione erotica. Ci eravamo conosciuti all'università, abbiamo condiviso tutto: le nostre passioni, in primis, cosa che per me è stata sempre fondamentale, forse perché nella mia famiglia si è sempre data moltissima importanza allo studio, ai titoli, alla realizzazione personale, al punto tale che mio padre litigava spesso con mia madre, laureata e insegnante, additando colpe alla sua famiglia per avergli messo “fretta” nel matrimonio, perché lui ancora doveva laurearsi, una storia che è andata avanti per anni e anni, e che a detta dei miei parenti era destinata a non risolversi (e così è stato), perché mio padre da giovane era “viziato” da mia nonna, era solito “perdere tempo”. Io e il mio ex studiavamo al DAMS in una piccola città, e il mio obiettivo, come il suo all'inizio, era quello di fare delle nostre passioni un mestiere: un entusiasmo che dava vigore al nostro rapporto, un rapporto fatto di reciproca stima, sostegno, passione vera, apertura.
Dopo la laurea di primo livello, a 22 anni, con il sostegno morale del mio ex che nel frattempo si era iscritto al corso di laurea magistrale nella stessa università, decisi di trasferirmi in un'altra città, grande e importante, per continuare a seguire i miei obiettivi e disposta a sacrificare tutto pur di fare la differenza rispetto ai miei coetanei e più pigri colleghi. Le cose con il mio ex sono andate bene finché non ho iniziato a scrivere per una rivista, cercando – forse come faceva mio padre con mia madre - l’approvazione e l’ammirazione altrui, meravigliandomi e stupendomi quando ciò avveniva, nonostante riconoscessi dentro di me il fatto che sotto la mia scrittura vi fossero ore e ore di riflessioni e lime costanti che facevo sul mio stile per me mai pienamente soddisfacente. Mi son presa, in pratica, quella che il mio ex definiva come una sorta di malattia per il successo, che mi ha portata a ritardare la conclusione degli studi universitari, finiti a 27 anni, convinta che un pezzo di carta da solo non sarebbe mai bastato per farmi trovare un lavoro nell’ambito, e finalmente retribuito. Ciò che contava per me era fare la differenza, avere un curriculum che fosse precocemente all’altezza, cosa che oggi, dopo tanta gavetta, in molti – che io non conosco – mi dicono, leggendo il mio percorso sui profili social. Da quando il mio ex cominciava a soffrire e a darmi della "malata", perché si sentiva gradualmente trascurato, dicendomi che tutto il mio impegno “extra” era assolutamente inutile, sfruttamento da parte di altri che non se ne fregavano un tubo di lavorare con “me”, ho cominciato a odiarlo e avere repulsione nei suoi confronti, finché non ho retto più e l'ho lasciato. La mia vita incasinata tra studio e attività di collaborazioni non retribuite come stage ai festival, caporedattrice di una testata giornalistica, il mio avvicinamento a persone del campo, che stimavo e seguivo, i miei viaggi estivi, le trasferte come addetto stampa ai più importanti festival (non vado nello specifico, per motivi di privacy, ma è una cosa che faccio tutt'ora e a livelli sempre più alti, ma sempre e solo per la "gloria", ahimè, mi pagano vitto e alloggio in genere, oltre agli accrediti stampa, ovvio) valevano più della mia vita affettiva, di chi non era in grado di sostenermi, ma anzi, mi demoralizzava costantemente (mentre io sgobbavo, tra follia e passione, lui nel frattempo aveva finito anche gli studi universitari, la magistrale, trascorrendo un anno, sempre dai suoi, nella città universitaria in cui è cresciuto, con l’amara constatazione che per noi non c’era lavoro).
Vengo al dunque.
Verso la fine della mia relazione con lui ho conosciuto, molto superficialmente, un giovane giornalista affermato nel settore che mi riguarda. Ebbi un colpo di fulmine per lui, lo trovavo – inspiegabilmente, a detta di altri – affascinante, carismatico, sognatore, un tipo sui generis, non bello, ma terribilmente e poeticamente “maledetto”. Cercavo di reprimere il mio desiderio nei suoi confronti, ma di notte il mio subconscio mi portava il conto: me lo sognavo, parlavo nel sonno, e una volta il mio ex si accorse di questa cosa. Così, avevo da una parte questa immagine idealizzata a farmi compagnia, e dall’altra una storia di sette anni con l’unica persona che era in grado di amarmi e di darmi consigli sinceri, che però non ascoltavo nonostante avessero una certa influenza sui miei stati d’animo. Finita la mia storia a Pasqua 2015, lontano da lui, mentre ero in vacanza con la mia famiglia, al ritorno feci in modo di rivedere il giornalista, che abitava a 250 km da me in un’altra bellissima città. Trascorremmo una giornata magnifica, nella sua città, ammaliante, alla quale ero legata “mentalmente”, “spiritualmente”, da molti anni, ma dove non ero mai stata prima. Cominciammo a frequentarci e a vederci circa due volte al mese, un po' poco per essere all'inizio di un rapporto costruito su una stima reciproca che andava di là dell'attrazione fisica, ma vista la distanza non si poteva far di meglio. I nostri incontri, però, lasciavano sempre molto a desiderare. Litigavamo moltissimo, non andava bene nulla tra noi: non era mai stato con nessuna, nonostante i suoi 32 anni, e il suo rapporto con il sesso lasciava trapelare bene perché. Era davvero “maledetto”, ma nel senso che soffriva molto (e aveva un attaccamento morboso nei confronti della madre, il padre lo aveva perso dieci anni prima), e io gli facevo in pratica da crocerossina. Ho accettato questa relazione fatta di alti e bassi, di sbalzi d’umore improvvisi, “ti amo” e indifferenza, presenza e assenza, sorpresa e dolore, per sette mesi. Sette mesi in cui io mi sentivo perfetta dal punto di vista estetico, tenevo molto alla mia immagine, e volevo essere perfetta per lui, volevo essere amata da lui, e solo da lui, alla follia, cosa che però non avveniva mai, sfuggiva continuamente, quasi "sul più bello", cioè in quei brevi periodi in cui le cose sembravano andare bene a livello affettivo.
Ho retto questa relazione sofferta fino al giorno in cui è successa una cosa molto brutta.
A fine novembre mio padre ebbe un infarto, era ricoverato in ospedale a 250 km dalla grande città in cui vivevo e a 500 da quella della persona che frequentavo. Durante la settimana di degenza io e questa persona avremmo dovuto vederci nella grande città, anche se eravamo palesemente in crisi, ma, appunto, quanto stava accadendo nella mia famiglia mi imponeva di rimandare il nostro incontro. Lui in quel periodo fu presente telefonicamente come mai prima. Mi è stato vicino, in questo senso, mentre mio padre stava morendo… In quel periodo andavo e venivo dalla grande città all’ospedale dov’era ricoverato mio padre, perché le visite, dal lunedì al sabato, erano ammesse soltanto dalle 19 alle 20, e questo mi consentiva con qualche sacrificio in più di seguire lezioni di un corso di alta formazione che avevo cominciato proprio nello stesso giorno in cui mio padre aveva avuto il primo infarto.
Una domenica mattina, il sei dicembre, stavo scendendo dalla grande città per andare a trovare mio padre in ospedale. Il pomeriggio precedente, diversamente dal solito, non ero partita, perché le sue condizioni erano stabili pur nella loro gravità, e perché avevo da tempo programmato di seguire un evento in serata: a differenza di altri giorni, infatti, la domenica le visite erano concesse al mattino, e quindi avevo valutato che se non avessi visto mio padre la sera del sabato ci sarei riuscita al mattino successivo. Purtroppo, però, quella stessa mattina, mentre ero in treno, mio padre se n’è andato. Tremante di dolore che non ero libera di manifestare in quel luogo, inviai un messaggio alla persona con cui mi stavo frequentando da sette mesi, per informarla e ricevere il suo conforto. "Scrissi" a lui - e non chiamai - perché ero certa che la domenica mattina il suo telefono era spento per non essere disturbato da nessuno. Al suo risveglio, nessuna chiamata, ma un messaggio in cui mi diceva che gli dispiaceva molto, sperava che mio padre non avesse sofferto e da quel momento avrei dovuto stare vicino a mia madre. Incredula, sgomenta, gli risposi, sempre scrivendogli, “ma tu davvero fai?”; la sua risposta fu “Credo che tu in questo momento non abbia voglia di sentire nessuno.”, e io: “Ripeto: tu veramente fai?”. Risposta? “Non ho voglia di discutere, oggi”. Ed è sparito dalla mia vita. Nonostante questo doppio dolore, alcol su ferita, io provai a ricontattarlo. Non poteva essere reale tanta indifferenza, non potevo stare senza sentire la sua voce, era come subire un secondo lutto nello stesso giorno, perché in effetti di quella persona da allora avevo smarrito di colpo le tracce.
Sono stata abbandonata dal mio ragazzo nella stessa ora in cui mio padre è morto, e non ho mai potuto crederci (morbosamente continuai a informarmi dei suoi movimenti attraverso i social, mi svegliavo addirittura di notte con il pensiero di leggere i suoi aggiornamenti). L’immagine idealizzata che serbavo dal primo giorno insieme aveva allontanato qualsiasi difetto o litigio. Nonostante fosse andato tutto male, la “chimica” verso di lui era stata qualcosa che non avevo mai provato prima. Eppure… così è andata. Ci siamo rivisti per caso, dato che abbiamo le mani in pasta nello stesso ambiente, ma non una parola sul nostro passato, da parte sua, anzi… mi ha evitato, forse per evitare l’argomento.
A quel giorno infausto, di circa otto mesi fa, io reagii raccogliendo tutte le forze che avevo in corpo, ricominciando una vita per la prima volta veramente da sola (dopo dieci anni di relazioni e dipendenze affettive). Per cinque mesi ho fatto la pendolare tra due città che distano quasi 500 km tra loro: stavo tre giorni in una, dove facevo uno stage, e tre giorni nell’altra, dove continuavo a seguire le lezioni del corso di alta formazione. In quel periodo non ho avuto relazioni serie, ma passavo da uno a un altro, ricercando qualsiasi stimolo erotico, anche nell'altro sesso, e anche vedendo il mio ex storico, sempre innamorato, ma in ogni caso senza affezionarmi né provare piacere.
Sempre nervosa, scaricavo, e ancora ora, le mie frustrazioni sul cibo (infatti ho messo 5 kg in quei 5 mesi di vita stressante).
Ancora adesso ho paura di affrontare una relazione più seria, nonostante riconosca il mio enorme bisogno di colmare vuoti affettivi (con mio padre non siamo mai stati in grandi rapporti, anzi, ho sempre nutrito rancore nei suoi confronti, perché non era affettuoso, non sapeva nulla di me, era molto assente, e anche molto bambino, egoista).
Vivo un momento di arresto totale. Dopo un’estate molto movimentata, ora non riesco a portare a termine delle cose, vorrei una pausa, qualcuno accanto, ma invece di andare a cercarlo mi chiudo in casa a deprimermi, ad assistere da lontano alla felicità altrui tramite social, a mangiare, dormire e iniziare fiaccamente le cose che avrei da fare, ma senza concluderle.
Che fare? E soprattutto, perché mi innamoro sempre di chi non posso avere, di chi non sa amarmi, e di chi appartiene al mio ambiente? Perché il feeling mentale vale più di tutto per me, a costo di essere trattata così male? Perché non riesco a provare la stessa attrazione per persone decisamente migliori?
Grazie a chiunque sia disponibile e in grado di aiutarmi a fare chiarezza. Resto a disposizione per ulteriori informazioni.

  1 Risposte pubblicate per questa domanda

Dott.ssa Valentina Sciubba Inserita il 08/09/2016 - 10:43

Gentile Renata,
la vita oggi è diventata molto difficile per uomini e donne, ma forse soprattutto per le donne, per dover contemperare esigenze lavorative e sentimentali.
Penso dovrebbe fare un po' il punto della sua vita per riprendere forza. Nello stesso tempo chiarire i termini dell'ultima relazione e probabilmente anche della precedente.
Se non riesce ad andare avanti con serenità, è segno che si avvantaggerebbe molto dell'aiuto di uno psicologo psicoterapeuta.