Salvatore domande di Psicologia e dintorni  |  Inserita il 14/05/2016

Ha la SLA: beve e mi ha fatto muro.

Buongiorno a tutti,
scrivo a voi in merito a una situazione che mi si è presentata in questo ultimo periodo e per la quale vorrei un parere onesto e sincero per agire.
Sono un ragazzo di 25 anni, omosessuale dichiarato, e letteralmente rinato dopo aver perso le mie energie con una convivenza finita molto male due anni fa.
In questi due anni ho ritrovato forza da solo cambiando città, mettendo stabilità alla mia vita lavorativa e cercando sempre di trovare un modo solitario per migliorarmi l'umore quando mi capita di essere giù e cercando di dare una mano agli altri nei limiti delle mie capacità.
Caratterialmente mi sono riscoperto molto più accomodante rispetto al passato, fiero di quello che sono ma comprensivo nei confronti delle ragioni altrui.
Dopo due anni di "rivoluzione personale" ho conosciuto tramite amici in comune un ragazzo di 28 anni che mi è piaciuto da subito per la grande quantità di contenuti dei suoi discorsi (è un ricercatore e io sono un chimico e vi assicuro che fa piacere ogni tanto scambiare opinioni tecniche anche fuori dall'ufficio).
Con tutto il piacere di quella prima chiacchierata abbiamo deciso di frequentarci.
Nonostante la distanza ho comunque cercato di non fare pesare la cosa a lui che economicamente è comunque più debole di me, cercando di scendere io e apprezzare il bel tempo passato assieme.
Dopo qualche settimana piacevole, una sera in giro per strada aveva bevuto molto e così dal nulla ha iniziato ad avere dei comportamenti inspiegabilmente aggressivi nei miei confronti: vista l'invettiva infondata e la scarsa voglia di recuperarlo (non era assolutamente collaborativo) ho deciso di lasciarlo lì da solo.
E infatti è riuscito a tornare a casa sulle sue gambe.
Il giorno dopo non ho assolutamente aperto il discorso sull'accaduto, anche se più di qualche domanda me la sono posta.
Comunque non ho cambiato atteggiamento nei suoi confronti, ho lasciato correre perchè mi son detto che sarà stato stress mal gestito, visto che passa giornate intere chiuso in laboratorio.
Da quel momento sono partite più sere in cui ha alzato il gomito e ripetuto la solita solfa...finchè durante un'uscita mi ha confessato in lacrime di sapere che da un anno ha la SLA e che doveva dirmelo.
A me francamente quella confessione ha fatto capire il perchè di tante cose, però non ha cambiato nulla riguardo alle intenzioni di frequentarlo.
Davanti ai miei occhi si è però posta una situazione dicotomica: la sera beve e si dispera, di giorno come se nulla fosse.
Preso dalla confusione provocata da questo modo di agire ho deciso però di dire la mia, cercare di offrire un supporto concreto e costruttivo anzichè fare da complice inerme a qualcosa di autodistruttivo.
Non mi sono assolutamente imposto, ho solo cercato di aiutare a rendere felice una persona a cui sento di volere bene.
La sua reazione è stata di chiusura totale nei miei confronti e l'unica cosa che ho cercato di far passare come messaggio è stata legata alla mia volontà di rispettare la sua decisone ma tenere comunque le porte aperte.
Adesso non si fa sentire da un po', io ne ho approfittato per informarmi di più su questo male, capire a che punto siamo con la ricerca, impegnandomi comunque nelle mie attività quotidiane ma allo stesso tempo vorrei capire come poter aiutarlo: del male che ha non ha neanche informato i genitori e i rapporti che ha con le altre persone sono tutti piuttosto distaccati.
Non mi ergo assolutamente a esercito della Salvezza, ma chiedo se esiste un modo per poter far capire a qualcuno che, per quanto possa essere breve o lungo il tempo a nostra disposizione, lo si dovrebbe investire per fare cose piacevoli, non distruggersi, anche perché si fa male a se stessi e agli altri.
Cosa succede psicologicamente alle persone che si scontrano con una realtà così grave? Chi è a contatto con loro come può agire?

  1 Risposte pubblicate per questa domanda

Dott. Antonino Savasta Inserita il 14/05/2016 - 19:19

Gentile Salvatore,
stare vicino ad una persona che sta male è l'unica cosa che possiamo fare. Se questo è ciò che ci va; se la persona in questione ce lo permette. Non possiamo forzare nessuno, perché non sarebbe giusto. A nessuno piace esser costretti a far alcunché. Di certo puoi parlare, se a lui interessa, del tuo punto di vista. Se sarà disposto ad ascoltare e a farsi aiutare ed è ciò che vuoi, stagli vicino.
Cordialmente, Dottor Savasta, Pistoia.