Tante, forse troppe informazioni

Se digitiamo "ansia" su Google compaiono 147 milioni di risultati. Che ce ne facciamo di queste informazioni?

Pubblicato il 4 febbraio, 2017  / Psicologia e dintorni
Tante, forse troppe informazioni

Quando non stiamo bene, desideriamo capire che cosa abbiamo. Dargli un nome. Capire quanto è grave, quanto durerà. Il nostro bisogno di comprensione e di trovare un nome per ciò che pensiamo di avere è umano, è legittimo. Tuttavia ricercare informazioni solo in rete non è la via più saggia...

La comunicazione è ormai "in pillole". Poche persone si prendono la briga di leggere qualcosa di più lungo di un tweet (che sono 140 caratteri). Quindi, se avete letto fino a questo punto, avete già superato questa tendenza.

Frenesia quotidiana, crisi economica e connessione perenne ad internet cambiano il nostro modo di cercare risposte e ci spingono a ricercare informazioni sintetiche, precise e gratuite: "aspetta che guardo su Google".
La diffusione e la condivisione delle informazioni è qualcosa di meraviglioso, un prodigio. Ma quali insidie nasconde? E quanto ci può aiutare in termini di benessere e salute?

In questo contesto di informazioni numerose, rapide e gratuite, prolificano le pagine ed i siti internet che parlano di psicologia. Se digitiamo "ansia" su Google troviamo 147 milioni di risultati (200 milioni, in inglese). Bene. E che ce ne facciamo? Come usiamo queste informazioni per stare meglio? Come ci si muove tra un mare simile di informazioni, per forza di cose ridondanti, molto sintetiche, o talvolta addirittura spicciole e poco curate? Conviene avventurarcisi, in quelle acque? 

La grande diffusione di informazioni in ambito di benessere psicologico ha i suoi vantaggi:
- possibilità di soddisfare un bisogno umano fondamentale, la curiosità
- possibilità di sentirsi accomunato a molte altre persone, che condividono con noi un interesse o un problema, e quindi di normalizzare ciò che ci sta accadendo

Sono acque tortuose, però, quelle dell'informazione psicologica nella rete. L'insidia più grande? Una facinorosa autodiagnosi, o "diagnosi del portinaio", o "diagnosi di Wikipedia": partendo da un'ipotesi iniziale di "ciò che possiamo avere", cioè di qual è il nostro timore, ricerchiamo solo informazioni a conferma di quell'ipotesi, che appunto non è positiva e rassicurante, ma piuttosto inquietante e allarmante ("Non avrò mica un disturbo d'ansia?", "Oddio, sono un ossessivo-compulsivo", "Sono depresso, allora"...).

La diagnosi, in medicina e in psicologia, è l'esito finale di un processo complesso e accurato di ragionamento clinico (e non è nemmeno l'unico esito di un buon assessment, tra l'altro). E non potrebbe che essere così complesso e aprofondito questo processo che porta alla diagnosi, perchè essa è, di fatto, l'ipotesi di lavoro. lo psicologo o il medico, quindi, presta estrema attenzione a quali elementi raccogliere, a come metterli insieme, a come collegarli l'uno con l'altro

Inoltre la diagnosi non è mai un momento facile nè piacevole. Se posta da noi stessi, da soli, senza spiegazioni, senza ipotesi alternative, più che un'etichetta diventa un pesante cartello che ci attacchiamo al collo. E una volta fatto questo, le informazioni della rete smettono improvvisamente di aiutarci...

Vai oltre il tweet. Vai oltre la pillola. Parla con qualcuno, non limitarti a digitare in Google. Leggi un buon libro di psicologia, non solo qualche pillola trita e ritrita su "cos'è l'ansia" o sui "5 passi per uscire dalla depressione". Conosci te stesso. Concediti il tempo che ti serve. Lo devi a te stesso. Te lo meriti. 

"Scava dentro. Dentro è la fonte del bene, che sempre ha il potere di sgorgare, a condizione che tu sempre scavi." - Marco Aurelio