Il Counseling Psicologico nel reinserimento socio-lavorativo

Come rispondere ai reali bisogni di persone che hanno avuto problemi di alcolismo e tossicodipendenza e che vogliono reinserirsi nella società.

Pubblicato il 18 maggio, 2016  / Psicologia e dintorni
Il Counseling Psicologico nel Reinserimento Socio-Lavorativo

Il mondo della tossicodipendenza è molto vasto e variegato, oltre che in continuo mutamento per quanto riguarda la tipologia delle sostanze, gli effetti provocati da queste e dei consumatori. Una definizione di tossicodipendenza è stata data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità negli anni ‘50, che l’ha intesa come “uno stato di intossicazione periodica o cronica, prodotta dalle ripetute assunzioni di una sostanza naturale o sintetica, caratterizzata da:

  • un desiderio o bisogno compulsivo di continuare ad assumere la sostanza e di procurarsela con ogni mezzo;
  • una tendenza ad aumentare la dose (detta assuefazione o tolleranza), una dipendenza psicologica e, di solito, fisica dagli effetti della sostanza;
  • effetti dannosi all’individuo e alla società.

Successivamente ad alcuni dibattiti, sono state aggiunte altre caratteristiche necessarie a definire la tossicodipendenza, come “l’indebolimento di tutti gli interessi e dei legami con la realtà e l’assunzione di un determinato stile di vita e di una serie di comportamenti pubblici che connotano il ruolo del tossicodipendente”.

Se la prima definizione data dall’OMS sottolinea principalmente gli aspetti medici e biologici, successivamente questa è stata arricchita, dando lustro anche a quegli aspetti psicologici e comportamentali che potevano apparire inizialmente in secondo piano. Infatti, durante l’adolescenza, periodo nel quale nella maggior parte dei casi ci si avvicina al mondo della droga, numerosi possono essere gli aspetti psicologici che muovono la persona verso la sostanza: dalla semplice curiosità, al volersi inserire all’interno di un gruppo dove già se ne fa uso, al sentirsi disinibiti ed avere una maggiore facilità a socializzare, a provare sensazioni forti e, più in generale, per fronteggiare un disagio psicologico più o meno forte.

Non tutti coloro che sperimentano le sostanze stupefacenti diventano però tossicodipendenti, ma le probabilità di sviluppare una dipendenza, con tutti i rischi che ne conseguono, sono significative. Utilizzando, infatti, sempre di più la sostanza, diventa “necessario” aumentare sempre più la dose a causa di meccanismi biologici di tolleranza verso la sostanza. Inoltre, dopo l’uso della sostanza, agli effetti prodotti da essa, subentrano degli effetti denominati “down” come un brusco calo dell’umore, scarse energie fisiche e stato confusionale e si cerca di rimediare assumendo nuove sostanze. Questi, per l’appunto, sono i principali meccanismi che conducono alla dipendenza. Quest’ultima può essere fisica, dovuta ad interazioni tra la sostanza, i neurotrasmettitori e i processi metabolici, psicologica, dovuta ai vantaggi emotivi e comportamentali ottenuti dall’uso della sostanza, o fisica e psicologica insieme.

Il trattamento del tossicodipendente è incentrato innanzitutto sulla disintossicazione fisica dalla sostanza, poiché è la più acuta a causa delle crisi di astinenza ma, allo stesso tempo, la più “rapida” da trattare. La dipendenza psicologica, al contrario, è molto più complessa da trattare poiché bisognerebbe modificare i pensieri, le aspettative, la motivazione e tutti quei comportamenti connessi all’utilizzo della sostanza.

Per quanto riguarda il trattamento delle tossicodipendenze esistono numerosi studi in letteratura che li documentano. Questi sono molto eterogenei e possono essere di tipo medico, farmacologico, educativo, psicologico e psicoterapeutico. L’utilità e l’efficacia di queste diverse tipologie di intervento, utilizzate spesso in contemporanea, è provata da numerosi studi. Ad esempio, da una Meta-analisi piuttosto recente, si evince che i trattamenti psicosociali, offerti in associazione con trattamenti farmacologici mirati alla disintossicazione dall’uso di oppiacei, sono efficaci nel favorire il completamento del trattamento, nel diminuire l’uso di oppiacei durante il trattamento, nell’aumentare il numero di persone astinenti al follow-up e nell’aumentare la compliance.

Tuttavia, sempre da alcune Meta-analisi, si evincono alcune sotto-tipologie di trattamento che si sono dimostrate più efficaci rispetto ad altre: in ambito medico-farmacologico il metadone a mantenimento è risultato essere un trattamento efficace per la dipendenza da eroina, in quanto tiene in trattamento il maggior numero di pazienti e riduce l’uso di eroina in maniera molto significativa. Allo stesso modo la Psicoterapia ad approccio cognitivo-comportamentale sembra molto indicata nel modificare pensieri e comportamenti associati all’assunzione delle sostanze.

Il trattamento delle tossicodipendenze, come anticipato, avviene nella maggior parte dei casi all’interno di strutture, spesso denominate “comunità terapeutiche”, supportate dai S.E.R.T. (Servizio per le tossicodipendenze) del Sistema Sanitario Nazionale (SSN), dove operano in sinergia diverse figure professionali. All’interno di queste è solito trovare Infermieri, Educatori, Operatori, Psicologi e Psicoterapeuti (psicologi o medici) e in alcuni casi, in base alla grandezza della struttura, anche altre figure. Tralasciando i dettagli dei trattamenti medico-farmacologici che non verranno discussi in questa sede, la dipendenza psicologica da sostanze stupefacenti viene trattata, nella maggior parte dei casi, attraverso sedute individuali e di gruppo di Psicoterapia (di diverso orientamento, a seconda della formazione del terapeuta).

La Psicoterapia, soprattutto se in combinazione con trattamenti farmacologici ed interventi educativo-riabilitativi, ha in letteratura una notevole efficacia. Trattamenti psicoterapeutici sono ampliamente utilizzati per i disturbi da uso di sostanze e includono terapie individuali, di gruppo e familiari, ciascuna con vari orientamenti. Quando la Psicoterapia viene utilizzata nel trattamento delle dipendenze, essa deve occuparsi dei comportamenti legati alla dipendenza e dei pensieri e sentimenti che sembrano incoraggiarli, sostenerli o che ne sono il risultato.

Tuttavia, ed è qui che entra in atto una sorta di paradosso avanzato da diversi autori e professionisti, la Psicoterapia potrebbe non essere la giusta risposta a determinate domande. Un percorso di Psicoterapia è efficace se vi è una buona alleanza terapeutica e vi è un’elevata motivazione da parte dell’utente ad intraprendere un percorso. Ma nelle comunità terapeutiche non tutti hanno questa motivazione e le sedute sono obbligatorie, pena l’esclusione dal programma di recupero. Inoltre, per sua natura, la Psicoterapia (nonostante le grandi differenze tra i vari approcci ed indirizzi) è incentrata sulla ristrutturazione della personalità, sul lavoro nel profondo, sulla patologia e sui sintomi. E spesso l’idea di dover puntare nuovamente i riflettori sul proprio passato ed il dover riaprire ferite molto dolorose riduce ancor più, per alcuni utenti, la già scarsa motivazione ad impegnarsi in un percorso terapeutico lungo e complesso, nonostante un lavoro psicologico di questo tipo possa portare benefici enormi alla persona, soprattutto nel lungo termine.

Il trattamento all’interno delle comunità prevede, solitamente, tre fasi: 1) Accoglienza; 2) Comunità Terapeutica “vera e propria”; 3) Reinserimento Socio-Lavorativo.

Nella prima fase difficilmente un intervento psicologico o psicoterapeutico può dare buoni frutti, data la compromissione dell’utente dovuta agli effetti acuti delle sostanze stupefacenti. Nella seconda fase gli interventi psicoterapeutici, soprattutto di gruppo, sembrano i più indicati. Ma nella terza fase, quella del reinserimento, la Psicoterapia potrebbe non essere il miglior trattamento. La fase di reinserimento è infatti caratterizzata dal rientro in società e dalla ricostruzione di una quotidianità persa ormai da troppo tempo (anche se esistono casi molto diversi tra loro). Questa fase, solitamente, viene svolta all’interno di servizi semiresidenziali di categoria B che hanno esattamente come obiettivo il reinserimento sociale e lavorativo. Questa tipologia di servizio si occupa di supportare l’ospite rispetto a: Prestazioni sanitarie, assistenziali, diagnostiche, educative e di riabilitazione al lavoro, con lo scopo di accompagnarli nel percorso di reinserimento sociale e lavorativo seguendo obiettivi individualizzati.

Per alcune persone, soprattutto per coloro che hanno passato molto tempo “per strada” a rincorrere la materia prima necessaria a soddisfare la propria dipendenza, ricostruire la propria vita è molto difficile. Alcune persone, che hanno vissuto da “tossici” per oltre dieci anni, non riconosco più il proprio contesto sociale, soprattutto oggigiorno dove tutto si evolve e cambia così velocemente. Molti non sanno come si cerca un lavoro, come si fanno nuove amicizie, come ci si approccia alle persone o alle istituzioni. Alcuni non sanno dei cambiamenti tecnologici che, in qualche modo, hanno rivoluzionato il modo di comunicare e di approcciarsi alla vita di tutti i giorni. Sembrano cose banali se si pensa alla gravità dei problemi fisici e psicologici che la dipendenza da droga ha creato loro, ma in realtà sono problemi concreti, reali ed attuali che molte persone che partecipano ad un programma di recupero si pongono e ai quali non riescono a trovare il giusto sostegno.

Ed è qui che forse la Psicoterapia non è sufficiente, o meglio non è la risposta giusta a determinate domande.
Ma allora quale potrebbero essere le risposte alle domande: come faccio a crearmi delle nuove amicizie? Come faccio ad andare in giro per la mia città liberandomi dell’etichetta “ex tossico”? Queste sono solo alcune delle domande che queste persone si pongono e alle quali difficilmente potranno rispondere rielaborando i loro vissuti. Ed è qui che entra in gioco il Counseling Psicologico, inteso come una strategia di Promozione della Salute e di Prevenzione della Malattia ed è finalizzato al miglioramento del benessere individuale e all’incremento di abilità personali.

Un percorso di Counseling Psicologico può permettere all’utente di:

  • Aumentare la consapevolezza verso il proprio problema;
  • Individuare gli ostacoli che impediscono il raggiungimento di uno status desiderato o il superamento di un problema;
  • Aumentare la consapevolezza delle proprie risorse personali e contestuali, riorganizzarle, potenziarle e canalizzarle verso il raggiungimento di un obiettivo (superamento di un problema);
  • Far sperimentare nuove modalità di approcciarsi alle situazioni di vita e nuove soluzioni ai problemi.

È piuttosto chiaro che, in quest’ottica, la persona è considerata come portatrice di soluzioni e che il focus non è sulla patologia, come nella Psicoterapia, bensì sulle sue potenzialità.

Il Counseling Psicologico viene già utilizzato in alcune comunità terapeutiche italiane e, dalla già citata Meta-analisi, ne traspare una buona efficacia, soprattutto se correlata ad un trattamento farmacologico. Inoltre viene utilizzato in contesto gruppale con l’obiettivo di confrontarsi circa la propria dipendenza, dare e ricevere sostegno dagli altri partecipanti, condividere i problemi, i successi, le speranze e le motivazioni. Attraverso l'esperienza di gruppo i partecipanti imparano quanto sia importante confrontarsi e avere così la possibilità di guardare i propri problemi da diverse angolazioni, oltre che imparare a confrontarsi con gli atteggiamenti negativi e a gestire i comportamenti nocivi alla salute, riducendo le probabilità di ricaduta e migliorando il proprio funzionamento.

Se gli obiettivi che il Counseling Psicologico può far raggiungere agli utenti di una comunità terapeutica (2° fase) sono maggiormente attinenti alla gestione dei comportamenti correlati all’uso delle sostanze e all’astinenza, gli obiettivi che gli utenti possono raggiungere nella fase di reinserimento socio-lavorativo sono invece attinenti a problemi “più quotidiani” che riguardano contesti relazionali e di vita molto più ampi. Costruirsi nuove amicizie, riallacciare i rapporti con i propri genitori o familiari, “ricostruire” una nuova identità libera dall’etichetta “ex tossico”, ricostruire la quotidianità, capire quali sono i propri punti di forza e di debolezza correlati alla possibilità di trovare un impiego giusto per sé, imparare a gestire il denaro e il tempo sono solo alcuni esempi di come il Counseling Psicologico possa essere una validissima risorsa.

Aumento di consapevolezza, individuazione e gestione di risorse, di ostacoli, formulazione di obiettivi realistici e capacità di vedere la vita da diversi punti di vista sono punti concreti sui quali l’utente (cliente o paziente) e lo psicologo possono lavorare insieme. Inoltre, lavorare su questi punti all’interno di servizi e strutture che hanno come obiettivo il reinserimento socio-lavorativo è doppiamente costruttivo in quanto gli utenti possono essere ulteriormente aiutati nel mettere in pratica quanto appreso dagli operatori ed educatori.

Ancora una volta si evince come il lavoro in equipe multidisciplinare possa essere un valore aggiunto al miglioramento della qualità della vita di queste persone. Tuttavia, affinché il Counseling Psicologico possa diventare una consolidata realtà, all’interno delle strutture e dei servizi che si occupano di reinserimento socio-lavorativo, che potrebbe estendersi anche ad altre categorie, quali ad esempio gli ex detenuti, bisognerebbe sperimentarlo maggiormente e documentarne efficacia ed efficienza attraverso studi scientifici.