Le emozioni. Quali sono, come nascono e quale posto occupano nella ricerca del benessere

Pubblicato il 9 giugno, 2014  / Crescita Personale
Le emozioni. Quali sono, come nascono e quale posto occupano nella ricerca del benessere

Facemmo un ulteriore esperimento, non semplice per i nostri soggetti: uno dei nostri interpreti pidgin leggeva loro una storia e chiedeva di mostrare che faccia avrebbero fatto nei panni del protagonista. Filmai nove uomini, nessuno dei quali aveva preso parte al primo studio, e la pellicola, senza tagli, venne poi mostrata in America a studenti universitari… Ma gli americani identificarono correttamente le emozioni, tranne paura e sorpresa, proprio come i Guineani”. (Paul Ekman, 2008)

Le emozioni sono stati mentali transitori, provati dall'uomo e dagli animali superiori, cui si accompagnano modificazioni psicofisiologiche, che si manifestano in risposta ad uno stimolo.

Stati mentali che hanno ripercussioni fisiche, come le variazioni del battito cardiaco, della respirazione, della sudorazione, della tensione muscolare volontaria e involontaria (come nel caso dell'espressione facciale o mimica).

Il neuroscienziato americano Paul D. MacLean, dopo un lavoro di studio durato 40 anni, ha proposto un modello della struttura del sistema nervoso detto del “Cervello Trino”: egli ritiene cioé che l'uomo sia dotato di tre strutture encefaliche diverse sia per evoluzione che per funzioni, tre cervelli che lavorano sempre in interdipendenza reciproca, occupandosi di controllare funzioni psicofisiche diverse.

Il primo e più antico è il “cervello rettiliano” o Archipallio, costituito dal cervelletto e dal bulbo spinale: è detto rettiliano perché assolve alle funzioni più primitive della sopravvivenza, come ad esempio il controllo del ritmo cardiaco e respiratorio, dei processi digestivi, dei riflessi automatici, del tono muscolare, ecc. Il secondo è il Paleopallio o Sistema Limbico, cioè quell'area sotto gli emisferi, comune a tutti i mammiferi e costituita da strutture quali il talamo, l'ipotalamo, l'amigdala, i corpi mammillari, il giro del cingolo, ecc., che sono strutture deputate a funzioni quali la nutrizione, l'accudimento della prole, il gioco, l'evitamento del dolore, l'attacco, il piacere e le emozioni. Il terzo cervello è la Neocorteccia, la struttura di più recente formazione dal punto di vista evolutivo, costituita dai due emisferi cerebrali e deposta alle funzioni mentali più complesse e tipicamente umane della coscienza, del pensiero, del linguaggio, delle connessioni di causalità e di costanza, dell'elaborazione delle informazioni complesse.

Le emozioni secondo MacLean hanno sede nel Sistema Limbico: al presentarsi di determinati stimoli scatenano una reazione istintiva e generale di “allerta” accompagnata dalle variazioni corporee di cui si è detto, volontarie e involontarie. Emozioni e reazioni associate vengono immediatamente processate dalla Neocorteccia che le riconosce per ciò che sono (sorpresa, paura, rabbia) e che, se necessario, elabora e sceglie il comportamento da adottare. I tre cervelli cooperano così per rendere la risposta emotivo-cognitiva-corporea una reazione adattiva e funzionale alla situazione specifica.

Le modalità con cui le emozioni umane possono esprimersi in un determinato contesto sono poi indissolubilmente condizionate dalla cultura di appartenenza che ne stabilisce gestualità, tempi, occasioni, intensità, mimica, ecc.

Alcuni scienziati si sono interrogati sulla natura e sul ruolo delle emozioni nell'uomo nonché sul modo in cui riuscire a distinguere le emozioni che appartengono a tutto il genere umano, determinate geneticamente, da quelle la cui espressione ha subito l'influenza della cultura d'origine.

Charles Darwin, nel suo libro del 1872, L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali, lanciò l'idea che l'espressione emotiva attraverso la mimica facciale avesse rappresentato un mezzo decisivo per consentire l'evoluzione della specie umana perché consentiva al gruppo di riconoscere segnali di avvertimento e allarme in vista di possibili pericoli.

Lo psicologo statunitense Paul Ekman, classe 1934, attualmente considerato uno dei 100 uomini più influenti del mondo, ha lavorato sul riconoscimento dei segni facciali delle emozioni. Anche lui ha dedicato gran parte della sua vita al proprio lavoro, basato sulla ricerca delle emozioni comuni a tutto il genere umano.

Le emozioni. Quali sono, come nascono e quale posto occupano nella ricerca del benessere. Nel 1972, intraprese un viaggio-ricerca in Papua Nuova Guinea, dove condusse esperimenti con una comunità di indigeni mai venuta in contatto con il mondo occidentale, i Fore, e grazie al quale identificò sei emozioni riconoscibili da tutti gli esseri umani, che perciò definì “emozioni di base”: la rabbia, il disgusto, la gioia, la sorpresa, la paura e la tristezza. Famosa è ormai la foto delle sei emozioni sotto forma di maschere.

(Ma già 20 anni dopo Ekman rivide la sua lista aggiungendo altre undici emozioni di base a seguito di una lunga e minuta osservazione delle micro espressioni del viso effettuata su migliaia di persone con strumenti appositamente sviluppati. Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Ekman. E probabilmente il numero è destinato ancora ad aumentare.).

L'uomo, grazie anche allo sviluppo del linguaggio, è in grado di essere consapevole dei cambiamenti psicofisici e riconosce, in genere, quale nome dare alle emozioni che prova. Il grado di consapevolezza e la capacità di nominare l'emozione varia da persona a persona, ma a parte poche eccezioni (considerate patologiche), è presente in tutti noi, a prescindere dal Paese e dalla cultura di appartenenza. Grazie al linguaggio e allo sviluppo della Neocorteccia siamo riusciti ad essere consapevoli delle nostre emozioni e ad organizzarle in stati strutturati, più complessi e meno legati al contesto rispetto alle emozioni: i sentimenti.

I sentimenti, solitamente, non hanno il carattere di istintualità delle emozioni di base ma sono più stabili, più facilmente riconoscibili (laddove ciò non avvenga bisogna preoccuparsi), sono determinati culturalmente, perché la modalità con cui si esprimono dipende dagli usi e costumi del contesto di appartenenza, e sono considerati da tutti gli psicologi una chiave fondamentale per il raggiungimento del benessere generale. I sentimenti si possono considerare stati cognitivo-emotivi, il cui valore evolutivo è legato ad un numero imprecisato di funzioni socio-relazionali di vitale importanza, sia per la vita della specie che per quella del singolo individuo, e costituiscono il risultato dell'organizzazione interna delle esperienze personali e dei modi in cui l'individuo ha imparato a gestire le proprie emozioni. Sono profondamente connessi alla capacità di provare benessere.

“Il concetto di benessere nel corso degli anni ha subito numerose modifiche e ampliamenti, che hanno condotto ad una visione del termine più ampia e completa, non più incentrata sull’idea di assenza di patologie, ma come uno stato complessivo di buona salute fisica, psichica e mentale. Questa visione è punto cardine di molte discipline e correnti di pensiero filosofico, occidentali e orientali, con recenti conferme in campo medico-scientifico. Comunemente il benessere viene percepito come una condizione di armonia tra uomo e ambiente, risultato di un processo di adattamento a molteplici fattori che incidono sullo stile di vita.” (http://it.wikipedia.org/wiki/Benessere).

La maggior parte degli approcci di psicologia clinica, a prescindere dalle differenze di teoria, tecnica e metodo, si è sempre posta l'obiettivo del raggiungimento del benessere, della regolazione delle emozioni, della gestione di sentimenti spiacevoli. E per farlo ha lavorato cercando di sviluppare metodi che consentissero di rafforzare la capacità della mente di assegnare un significato.

La mente è l'“organo” deputato a significare le esperienze, i vissuti e le relative emozioni che questi suscitano. Nella nostra cultura occidentale le emozioni non hanno più un significato di “allarme” nel senso di difesa evolutiva, ma quando diventano disturbanti vanno considerate spie che ci informano che stiamo trascurando qualcosa, oppure segnali non sempre facilmente decodificabili che “colorano” di sé i vissuti, specie quelli spiacevoli, e che richiedono attenzione e considerazione. Assegnare o meno un certo significato a questi segnali d'allarme influisce sull'andamento dell'umore, creando o sciogliendo preoccupazioni, dando un senso che può aiutare a superare una crisi oppure a renderla più duratura del necessario o infine a determinare disagio e malessere.

Il benessere psicologico si fonda anche sulla comprensione di ciò che accade al nostro corpo quando diventa teatro delle manifestazioni somatiche delle emozioni. Basti pensare a ciò che provano coloro che soffrono di disturbi d'ansia, depressione, fobie, attacchi di panico, o che soffrono continuamente per preoccupazioni che essi stessi riconoscono come esagerate ma che non riescono a tenere a bada. Accade come se ci fosse una “incomprensione”, un bias, tra i segnali inviati dal Sistema Limbico, dove si scatenano emozioni incomprensibili e paurose, e le capacità della Neocorteccia di assegnare a tali segnali un giusto peso e valore, un “significato” che consenta di esercitare su di loro un controllo adeguato. L'esito di questa discrepanza è una sensazione personale di smarrimento e paura, dato che quando ci troviamo in queste condizioni ci sfugge il senso di ciò che sta accadendo, ci lasciamo sopraffare e finiamo col cercare soluzioni basate su strategie di evitamento che, piuttosto che risolvere, sembrano rafforzare il problema (come accade nelle fobie, negli attacchi di panico, nell’ipocondria).

Emozioni e sentimenti negativi (rabbia, ansia, paura, risentimenti, ecc.) quando vengono trascurati a lungo senza ricevere l’attenzione che meritano, senza che siano elaborati attraverso la loro significazione, possono dar vita ad un'energia nervosa che richiede una valvola di sfogo. Quando questa energia non viene scaricata in modi socialmente accettati (per esempio attraverso un’attività sportiva, un hobby, un interesse personale, ecc.) può ritorcersi sul corpo e dar vita a fenomeni di tipo psicosomatico. Questi fenomeni, se ulteriormente trascurati, si trasformano in patologie croniche difficilmente curabili.

Infine, secondo lo psicoanalista britannico W. R. Bion, le sensazioni corporee e le relative emozioni provate dai bambini piccoli sono ciò da cui prende avvio il processo di costruzione della capacità di pensare. Il pensiero e la sua capacità di assegnare significati, nasce grazie alla funzione di rêverie materna, cioè grazie alla capacità della madre di trasformare in esperienze dotate di significato quanto di incomprensibile e pauroso prova il bambino. Secondo le sue parole “la ragione è schiava dell’emozione ed esiste per razionalizzare l’esperienza emozionale”. Quando la funzione di rêverie materna, per qualche motivo, fallisce, è l’integrità mentale del futuro individuo ad essere a rischio, dato che viene compromesso il processo di significazione delle emozioni minacciose.

Compito evolutivo dell'uomo moderno dovrebbe allora essere educare le generazioni future ad una miglior conoscenza dell'abilità di significare gli eventi, in modo da ricomporre il dialogo tra la valenza cognitiva e quella emotiva dell’esperienza, anche in considerazione del fatto che tanta clinica psicologica ci ha raccontato come più facilmente si manifesti il disagio psichico laddove questa educazione non è stata appresa/compresa o ha avuto delle carenze.

Fonti bibliografiche:

  • Bion W. R. (1962). Una teoria del pensiero. Tr. it. in: Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Armando, Roma 1970.
  • Ekman, P. & Friesen, W. V. (1971). Constants Across Cultures in the Face and Emotion. Journal of Personality and Social Psychology, 17(2), 124-129.
  • Ekman, P. (1972). Universals and Cultural Differences in Facial Expressions of Emotions. In Cole, J. (Ed.), Nebraska Symposium on Motivation (pp. 207-282). Lincoln, NB: University of Nebraska Press.
  • Paul MacLean, Luciano Gallino. (1984). Evoluzione del cervello e comportamento umano. Einaudi.
  • Giorgio Nardone. (1992). Paura, panico, fobie. Tea.