L’esperienza di un gruppo di Self Help per donne vittime di violenza

Pubblicato il 5 ottobre, 2016  / Crescita Personale
L’esperienza di un gruppo di Self Help per donne vittime di violenza

Gli sportelli antiviolenza presenti sul territorio accolgono le donne che sono vittime di maltrattamenti reiterati da parte del partner (attuale o anche ex).

Rispetto alla propria condizione sono consigliate ed indirizzate verso i servizi presenti sul territorio, con cui si è creata una rete di collaborazione, per intraprendere il percorso più adatto.

I servizi base offerti da uno sportello sono la prima accoglienza, in cui dal racconto presentato si analizza la domanda per rispondervi adeguatamente; la consulenza legale e quella psicologica.

Cercando di operare in modo più ampio laddove sia possibile, soprattutto se in presenza di fondi o piccoli finanziamenti, si strutturano vari azioni con l’obiettivo di accompagnare le donne verso la ripresa della propria vita. Per fare ciò bisogna considerare la violenza di genere nella sua complessità, ed attivare interventi mirati a sostenere la crescita emotiva e cognitiva della donna e la sua integrazione nel contesto culturale e sociale di appartenenza, per promuovere un’autonomia di pensiero, di azione ed economica.

Lavorare con questa problematica significa confrontarsi con vissuti di fragilità e con un ventaglio di emozioni, che si manifestano in modo particolare con la rabbia, la vergogna ed il senso di colpa.

L’organizzazione su cui si basano i gruppi di auto mutuo aiuto permettono di superare le difficoltà che le donne con vissuti di maltrattamento e violenza hanno ad impegnarsi in un lavoro di crescita personale. Si prestano come un punto di partenza per il processo di ricostruzione della propria individualità.

I gruppi di self help sono composti solo da persone che condividono la medesima problematicità, ciò favorisce la sintonizzazione con l’altro. Rispecchiandosi nelle sue esperienze e riconoscendosi in un comune dolore si crea il terreno per lavorare su di sè divenendo più consapevoli e maturi rispetto alle proprie potenzialità. Incontrare altri che come te si trovano ad affrontare lo stesso disagio ti permette di sentirti meno solo, meno debole, aiuta a creare legami e a ridimensionare la propria condizione.

Il principio su cui poggia la filosofia del self help è quello di riconoscere ogni individuo come autore del proprio cambiamento, del proprio empowerment, pertanto la chiave della propria guarigione è da ritrovare dentro di sé. Percepirsi competenti e capaci di gestire la propria vita permette di dare una lettura differente al proprio disagio e piuttosto che soccombere, si può agire per riprendere in mano la propria vita.

Il facilitatore del gruppo il più delle volte è una persona che ha precedentemente fatto esperienza di un percorso di auto aiuto attraverso il quale ha maturato nuove competenze ed ha rafforzato se stesso. Il suo ruolo è quello di stimolare la partecipazione e lo scambio, deve lavorare affinché i membri del gruppo smettano di dipendere dall'esterno, dal sociale e comincino, invece a dipendere solo da se stessi e dalla loro condizione di vita.

E’ un percorso in cui si impara a conoscersi e ad accettare se stessi e gli altri.

Difficoltà della presa in carico delle donne vittime di violenza.

Sole. Così spesso affermano di sentirsi e di riconoscersi le donne che arrivano allo sportello antiviolenza. Smarrite, senza sapere cosa chiedere e cosa aspettarsi.

L’isolamento caratterizza molte di loro, sia quelle che decidono di separarsi e sia chi per varie scelte continua a mantenere in piedi, anche se traballante, la sua relazione. In entrambi i casi nella propria solitudine si assopiscono le loro risorse, la consapevolezza di poter ripartire, di rinascere e la speranza di poter avere di più di quel dolore assordante che scandisce il proprio quotidiano.

Totalmente prese dal ruolo di moglie e madre diventano estranee a se stesse e riconoscere i propri bisogni spesso sembra davvero difficile.

Essere in contatto con sé, con i propri desideri diventa un lavoro complesso, faticoso e il più delle volte, laddove viene suggerito di intraprendere un percorso psicoterapico si declina l’invito, forse perché sentito inutile rispetto alla priorità di risolvere legalmente la conflittualità, forse perché la fragilità è talmente intensa che sembra impossibile reggere un rapporto a due dove creare una relazione intima di fiducia in cui esplorare e toccare il proprio dolore.

D’altronde si è così abituate a mettersi da parte e a prendersi esclusivamente cura del marito, o compagno e dei figli che la dimensione individuale scompare, si dissolve nei tanti doveri e “obblighi” verso l’altro e prendersi cura di sé appare un qualcosa di superfluo in cui non poter investire tempo.

Impegnarsi in un percorso psicoterapeutico richiede non solo la motivazione personale a ripercorrere la propria storia per poterla ridefinire ma anche assumersi la responsabilità delle proprie scelte e della propria vita. Abituate a vedersi come un’estensione del partner è impensabile agire in prima persona, avere una propria autonomia.

Il conflitto è la dinamica in cui si investono le energie, una dinamica che spesso si attiva in modo automatico e soprattutto tiene legati nel rapporto di coppia, talmente consona che prende ogni singolo pensiero. Destrutturare le dinamiche relazionali attivate fino ad allora richiede maturare emotivamente e cognitivamente nuove modalità di azione e di comportamento, nuovi modi di sentire e di trasmettere le emozioni.

Le finalità terapeutiche.

Scegliere verso quale direzione muovere la propria vita non è mai semplice, soprattutto quando si è sempre delegato o accettato silenziosamente le volontà altrui, quando il timone della propria vita è stato guidato da altri e mai si è provato ad agire o si è pensato di essere capaci di farlo.

Disimpegnate” forse perché impreparate o forse perché ingabbiate da ruoli sociali che si rifanno ad una tradizionale visione dei rapporti uomo – donna che facilmente fa scegliere rapporti asimmetrici, in cui il potere decisionale viene relegato a uno dei due, di solito l’uomo.

Queste relazioni reggono solitamente su un bisogno di entrambi, sulla difficoltà di non saper stabilire relazioni sane, paritarie in cui permettere all’altro ed a se stesso di farsi conoscere intimamente. Consapevoli o meno della propria fragilità ed incapacità a gestire le emozioni si agisce, per poter stare nella relazione, attraverso il controllo dell’altro, che viene spersonalizzato e considerato un oggetto senz’anima.

I rapporti sono spesso simbiotici, si perde la propria individualità non ci si riconosce più e si pensa di non poter esistere senza l’altro. Totalmente assoggettati dal partner considerato la fonte del proprio piacere e benessere si perde di vista se stessi.

Prendere coscienza di sé significa, riattivare il proprio sentire, riconoscersi come persone autonome, e ridefinire i confini tra sé e l’altro per riprendere il proprio spazio di vita. Questo lungo e articolato lavoro permette di acquisire un nuovo modo di leggere e dare significato agli eventi, in cui essere assertive e non soggiogate all’interno delle relazioni.

Il lavoro di gruppo appare uno strumento utile ed adeguato per creare attraverso l’esperienza della collettività uno spazio necessario dove contenere e reggere la fragilità di ogni singola partecipante che unendosi al vissuto dell’altra ispessisce il proprio sentire e ridimensiona la propria solitudine.

Il luogo in cui la condivisione diviene possibile e facilita il contatto con il proprio dolore. Scoprirsi a se stesse divenendo consapevoli delle proprie insicurezze ma anche della propria forza e delle risorse a cui poter attingere. Rinascere da uno stato di sottomissione e svilimento riappropriandosi lentamente della propria vita e maturando un nuovo modo di relazionarsi sperimentando ancora la possibilità di fidarsi ed affidarsi in modo sano.

Esperienza, limiti ed obiettivi raggiunti.

L’esperienza di gruppo d’auto mutuo aiuto in cui ho partecipato come helper si è svolto presso lo sportello antiviolenza Lilith, gestito dall’associazione Sott’e’ncoppa, di San Sebastiano al Vesuvio. La partecipazione al gruppo è stata riservata alle utenti che si solo rivolte allo sportello, anche solo se per una prima accoglienza. Si è pensato di filtrare le utenti in base alla loro storia, al loro stato psicologico e alla capacità di poter reggere la situazione di gruppo. Pur consapevoli che nella loro similitudine si diversificavano per l’ intensità dell’esperienza, per il percorso intrapreso e per le diverse fasi di elaborazione in cui si trovavano.

Un totale di 10 incontri con cadenza settimanale della durata di due ore ciascuno è stato l’impegno che ha coinvolte cinque donne, utenti dello sportello antiviolenza Lilith.

Il programma che scandiva gli incontri è stato strutturato per stimolare nelle partecipanti il contatto con le proprie emozioni ed una riflessione su di sé.

L’alfabetizzazione emotiva è necessaria per imparare a riconoscere le sfumature con cui le diverse emozioni si presentano e per poter rispondere in modo adeguato ai diversi stati emotivi.

Indispensabile per aiutare le donne ad entrare nel proprio registro emotivo, scarno e impoverito per il prevalere del senso di colpa e della vergogna che si prova verso se stesse.

Proiettate verso l’altro scandiscono i loro tempi ed impegni in base alle necessità altrui muovendosi prevalentemente secondo i “doveri” che rispondono all’essere una buona madre, moglie e figlia. Un pensiero automatico che dev’essere interrotto, per spostare l’attenzione dall’esterno e favorire la proiezione su di sé di modo da armonizzarsi con i propri bisogni, d’iniziare a rispondere alle proprie esigenze ed attivare un dialogo interiore con se stesse.

Quest’analisi personale diviene un punto di partenza per le donne che iniziano a prendere consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità. Si diventa più ricettive, maggiormente centrate su di sé e il partner inizia a non essere più considerato come fonte di vita, unico responsabile e protagonista del loro agire.

Quasi incredule, passo dopo passo le partecipanti hanno cominciato a costruire la loro identità, sconosciuta prima anche a loro. Sentirsi parte di un gruppo da cui si può prendere forza ma di cui si è anche elemento di forza permette di ristrutturare l’immagine di sé poggiando le basi del cambiamento su un’autostima ritrovata. Guardarsi in modo diverso, al di là delle proprie paure e fragilità permette di dare uno sguardo più in profondità e sensibilizza verso quell’insight che può accompagnare ad una nuova ridefinizione.

La condivisione e l’empatia che si instaura nel gruppo facilita il sentirsi in un ambiente protetto ed accogliente tanto da raccontare la propria storia ed elaborare il proprio vissuto senza la paura di essere giudicate.

Diventa uno spazio di confronto, di riflessione ed un contenitore di emozioni che a raffica e con violenza emergevano ad ogni incontro. I racconti riportati erano spesso mossi dalla rabbia che portava fuori ricordi di violenze ed aggressioni, in cui non solo si sentivano e fisicamente venivano, sottomesse ma soprattutto disprezzate. A volte molto dettagliati, si presentavano come ostacolo ad una riflessione più profonda. Troppo ancorate ai fatti, al concreto tanto da faticare a seguire un discorso simbolico, metaforico e da formulare un concetto astratto. Assente si presenta, quindi la capacità di metacomunicare. Un pensiero prevalentemente del tipo tutto o nulla e con la difficoltà cognitiva di tenere insieme aspetti contrastanti come il buono e il cattivo, con la conseguenza di contenere dentro di sé aspetti scissi difficili da gestire.

L’auto mutuo aiuto consente ai membri del gruppo di innescare un processo di sblocco della passività, del senso di impotenza e di sfiducia in se stessi. Percepirsi meno inerti può far scegliere un percorso psicoterapeutico come una propria esigenza, una volontà personale.

La differenza con la situazione psicoterapeutica a due è che ci si trova a confrontarsi con più personalità contemporaneamente di cui bisogna rispettare le caratteristiche ed i tempi di apertura.

Bisogna formare quell’armonia di gruppo che permetta loro di venir fuori dal proprio guscio e di sentirsi libere di raccontare la propria storia senza la preoccupazione di sentirsi giudicate.

Abituate a vivere rapporti di dipendenza il lavoro in gruppo può favorire un primo passo verso la rottura di tale dinamiche, atteggiamento che invece potrebbe riproporsi più facilmente in una relazione psicoterapeutica dove nel rapporto a due si può identificare nel terapeuta la propria guida verso la guarigione.

E’ pur vero che il lavoro in gruppo non consente di trattare approfonditamente le dinamiche che emergono, sia per una mancata privacy adeguata che per la necessità di ridistribuire equamente spazi e tempo a tutte le partecipanti.

Il percorso svolto è stato breve e da solo un’ esperienza di auto mutuo aiuto non è sufficiente ad una totale ripresa, e nel caso specifico, a risanare le ferite profonde dovute ad un passato in cui si è subita violenza, da chi si è scelto come compagno di vita e con cui l’intimità costruita è diventata un’arma piuttosto che un luogo sicuro in cui rifugiarsi.

Lo scopo del percorso è stato quello di accompagnare le donne verso la costruzione di una nuova individualità attraverso la presa di coscienza e l’assunzione di responsabilità nei confronti della propria vita.

Lavorare per ricostruire la propria immagine, un’identità nuova in cui riconoscersi come donne competenti, capaci di reggersi sulle proprie gambe e di liberarsi dallo stigma di vittima.

Note:

  • I maltrattamenti denunciati riguardano qualsiasi forma di violenza. Aggressioni fisiche, violenza psicologica, controllo delle risorse economiche, aggressioni sessuali o stalking.
  • Il gruppo è stato condotto in co-conduzione con la pedagogista Luigia Sorrentino.
  • L’attività di self help rientrava nel progetto “Lilith 2.0” finanziato dal CSV attraverso il bando Il mosaico della solidarietà a cui l’associazione Sott’e’ncoppa ha partecipato e vinto.
  • Sono state contattate le utenti dell’ultimo anno di attività – da gennaio 2012 a gennaio 2013- e sono state escluse quelle che avevano già partecipato al precedente percorso di auto muto aiuto.