Depressione

Storia di vita e psicoterapia

Pubblicato il 7 ottobre, 2015  / Ansia e Depressione
Depressione
depressione: una, nessuna, centomila

Una, nessuna, centomila. Una perché i manuali diagnostici statistici, come il DSM (2014) e l’ICD (1992), individuano una serie di sintomi collocabili in quella che chiamano “Depressione”. Nessuna perché per il mio modo di fare clinica non si cura la depressione, ma la persona. Centomila, perché coloro che hanno sintomi descrivibili come depressione sono tutti diversi e ognuno presenta delle modalità di rappresentazione di sé e del mondo uniche. Certo, su un piano descrittivo, puramente intellettuale-accademico, si possono osservare dei tratti comuni o meglio dei modi comuni che le persone che si sentono depresse hanno nell’organizzare i propri significati rispetto a se stessi e al mondo che li circonda.

Spesso le persone depresse sono caratterizzate da un marcato senso personale di separazione rispetto agli altri, dal quale deriva una visione di sé come destinati ad andare incontro, nel corso della vita, al rischio di sperimentare delusioni, sconfitte e perdite. Nel ciclo di vita gradualmente si sviluppa la tendenza ad elaborare in termini di perdita tutti gli avvenimenti discrepanti che si possono presentare, con una propensione a rispondere con tristezza, disperazione o rabbia ad eventi perturbanti anche apparentemente poco significativi. Alla disperazione-rabbia corrispondono frequentemente avvicinamenti, favoriti dalla disperazione stessa, e allontanamenti, dati dalla collera, con rottura del rapporto ecc.: ciò può sviluppare la costruzione di una immagine stabilmente negativa di sé, degli altri e del futuro (Guidano, 1988; Bara, 2005).

Persone con questo tipo di “visione” possono aver vissuto le figure di accudimento (i genitori, spesso) come distanti, emotivamente fredde e da piccole man mano hanno elaborato un senso di separazione e di distacco. Tuttavia è bene ribadire che non è tanto la distanza o la perdita (reale, immaginata, anticipata) di un genitore quanto l’auto-attribuzione della responsabilità che permette lo sviluppo di una organizzazione di tipo, per così dire, depressivo: non è la separazione in sé stessa ad avere un’influenza sul bambino, quanto piuttosto la relazione che la precede, l’accompagna e la segue (Guidano, 2010).

Può accadere che i genitori si mostrino poco espansivi e distaccati e che diano particolare importanza al successo e al prestigio personale ottenuto attraverso l’impegno e il sacrificio, modalità educative altamente esigenti che spesso non corrispondono ad un sostegno emotivo adeguato all’impegno richiesto: l’aspettativa genitoriale di un elevato livello di prestazione non è accompagnata da quel calore e da quell’affetto che sarebbero necessari per raggiungerlo e che potrebbero favorire un senso adeguato di competenza personale. Non è infrequente inoltre nelle persone che da adulte si descrivono depresse l’aver sperimentato da bambini anche un attaccamento di tipo invertito nel quale uno o entrambi i genitori hanno richiesto al figlio di prendersi cura di lui/loro, “accusandolo” di non essere degno di affetto, poco amabile e inadeguato.

Nel periodo scolare e con l’emergere delle competenze cognitive può diventare importante il sentirsi riconosciuti per la propria bravura dalle figure di riferimento (Bara, 2005). La vergogna di fronte a situazioni difficili sarà affrontata con atteggiamenti competitivi volti a ridurre la paura della sconfitta e accompagnate dalla certezza di non poter essere consolati. Da ciò può derivare la sensazione di essere una persona “impossibile” da amare veramente che si accompagna anche ad un’immagine positiva rispetto alle proprie capacità cognitive, nel sentirsi molto più capaci degli altri rispetto alle proprie competenze intellettuali.

Quando in adolescenza la percezione di separazione tra sé ed il mondo si fa sempre più forte, l’attribuirsi la responsabilità permette di aumentare il controllo attraverso lo sforzo. Se la responsabilità dell’insuccesso, infatti, venisse attribuita all’esterno, ciò non farebbe altro che mettere la persona in una condizione di impotenza e aumenterebbe la percezione di essere senza difese rispetto ad una realtà ostile (Guidano, 1988; 2010). Con l’emergere di modalità cognitive più astratte e articolate le parti negative del sé possono essere tenute sotto controllo attraverso lo sforzo e l’autosufficienza. L’autorimprovero e l’autoaccusa (disperazione) sono alternate ad un senso di efficienza personale quando il giovane adolescente sente di poter lottare contro qualcosa (rabbia). Questi aspetti, tuttavia, creano condizioni favorenti esperienze di perdite e di abbandono proprio a causa delle difficoltà nel controllo della rabbia nel rapporto con gli altri, aumentando così il senso di isolamento, una difficoltà nei rapporti interpersonali riscontrabile maggiormente con le persone significative, in quanto è proprio con loro che si verificano scatti di rabbia incontrollabili (Guidano, 1988).

Nel corso dello sviluppo si può strutturare una percezione di sé come di una persona quindi incapace di suscitare interesse negli altri e che difficilmente (solo con notevole sforzo) sarà in grado di costruire e mantenere un rapporto sicuro e stabile. Ciò favorisce la comparsa di un senso di solitudine che circolarmente può andare a rafforzare la convinzione di poter contare solo su se stessi nell’affrontare il mondo. Il comportamento frequentemente è volto a minimizzare l’espressione dei propri bisogni e delle proprie emozioni negative, contando solo su se stessi proprio per evitare la possibilità di un rifiuto da parte degli altri significativi. L’autosufficienza assoluta e l’elaborazione in termini di perdita di tutte le situazioni significative della vita sono riferite spesso dalle persone che si autodefiniscono depresse. Uno dei meccanismo frequenti nelle persone depresse è la tendenza ad autoattribuire a sé la responsabilità di tutto (attribuzione interna) che permette di ristabilire, di fronte a perdite reali o immaginate, la sensazione di essere attore nella lotta costante per il controllo di sé (Guidano, 2010). Le situazioni che più frequentemente provocano scompenso sono tutte quelle che implicano o richiamano il concetto di perdita: la perdita di un oggetto tangibile che è considerato motivo di gratificazione o ha comunque valore per altre ragioni, la perdita di un bene non materiale (esempio la stima in se stessi); la discrepanza tra ciò che ci si aspetta e ciò che effettivamente si riesce ad ottenere (delusione); la previsione di una perdita futura; la perdita ipotetica, cioè quella che pur non verificatasi potrebbe verosimilmente accadere ecc. Lo scompenso del sistema, il quale ricordiamo essere considerabile come il miglior modo che la persona ha trovato per far fronte alle situazioni pur mettendo in atto in termini massivi e pressoché immutabili i costrutti e i meccanismi di compenso (Cionini, 2013), si può manifestare con sintomi “depressivi” quali la diminuzione del tono dell’umore, perdita di interesse o piacere per le attività, agitazione o rallentamento psicomotorio, perdita o mancanza di energia, problemi del sonno, perdita o significativo aumento di peso, sentimenti di inquietudine, rassegnazione, autosvalutazione ecc. (Bara, 2005).

Tutto ciò ovviamente non è da prendere in termini deterministici, immutabili o addirittura uguali per tutti, tuttavia spesso le persone che sperimentano da adulte una depressione raccontano storie di sviluppo per certi versi simili, in cui gli aspetti sopra descritti si ritrovano piuttosto comunemente. Dicevamo, infatti, che quella depressione che è una per i manuali diagnostici statistici corrisponde alle centomila uniche e irripetibili forme di disagio che persone differenti portano. Al clinico la necessità di stare con nessuna di queste, accompagnando la persona in quel cammino intersoggettivo (Cionini, 2014) di ricerca e costruzione/ricostruzione di significato che può aiutarla a comprendere e elaborare comportamenti, emozioni e pensieri, a leggere in modo diverso la sua vita passata e la sua situazione attuale (Chiari e Nuzzo, 1998; Cionini e Ranfagni, 2011). L’obiettivo terapeutico, diretta conseguenza di questo modo di vedere la terapia, non è di sradicare il sintomo (Nuzzo, 2002; Cionini, 2013), ma di considerarlo la manifestazione del problema, il quale deve essere letto e compreso, in virtù della sua funzione protettiva, all'interno dei significati della persona che lo esperisce: si tratta di fare con la persona esperienza delle emozioni e di quei meccanismi automatici che la portano a ripetere delle situazioni o a cadervi senza averne consapevolezza. Il percorso terapeutico potrà così riattivare il movimento del sistema (Cionini, 2013), che è giunto ad un punto di blocco, facendo costruire alla persona un nuovo equilibrio, che gli permetta di raggiungere i propri scopi e vivere la propria esistenza con minor sofferenza emotiva.

Bibliografia

  • APA American Psychiatrics Association (2014). DSM-V: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Milano: Raffaello Cortina.
  • Bara, B.G. (Eds.) (2005). Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Chiari, G. e Nuzzo, M.L. (Eds.) (1998). Con gli occhi dell'altro. Il ruolo della comprensione empatica in psicologia e in psicoterapia. Padova: Unipress.
  • Cionini, L. (2013). La psicoterapia cognitivo-costruttivista. In L. Cionini (Ed.), Modelli di psicoterapia. Roma: Carocci.
  • Cionini, L. (2014). La persona del terapeuta come strumento del cambiamento: implicazioni per il processo formativo. In Costruttivismi, 1.1, pp. 29-33
  • Cionini; L. e Ranfagni, C. (2011). La psicoterapia. In A. Salvini e M. Dondoni (Eds.), Psicologia clinica dell’interazione e psicoterapia. Firenze: Giunti.
  • Guidano, V. (1988). La complessità del Sé. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Guidano, V. (2010). Le dimensioni del Sé. Roma: Alpes Italia.
  • Nuzzo M.L. (Eds.) (2002). Costruttivismo e psicoterapie. Ancona: PeQuod.
  • World Health Organization (1992). ICD-10 International statistical classification of disease, injuries and causes of death. Ginevra: World Health Organization.