SPECIAL REPORT PSICOLOGIA: il Suicidio

Pubblicato il 19 settembre, 2013  / Ansia e Depressione
SPECIAL REPORT PSICOLOGIA: il Suicidio

“Se davvero volete

contemplare lo spirito della morte

spalancate il vostro cuore al corpo della vita.

Poiché la vita e la morte sono una sola

cosa, come sono una sola cosa il fiume e il mare”

(Khalil Gibran)

Parlare di suicidio significa parlare di morte.

Il modo in cui noi ci poniamo di fronte alla morte influenza fortemente il modo in cui ci poniamo di fronte alla vita e, paradossalmente, di fronte al suicidio.

Secondo Pandolfi (2000) l’idea della morte, e ancor più della propria, futura e concreta morte, si situa in un’area di necessaria ambiguità, sospesa fra l’illusione metafisica e la certezza universale o, come direbbe Winnicot, in un area transizionale, poiché è percepita come appartenente al Sé, ma contemporaneamente estranea ad esso.

Così, sebbene ognuno di noi sappia che un giorno dovrà morire, ci comportiamo come se dovessimo vivere per sempre e se pensiamo alla nostra morte lo facciamo da “spettatori”, negando l’evento stesso.

Le religioni, dal momento in cui sono nate, e forse questo è il motivo principale che le ha originate, hanno cercato di dare una risposta ed un significato alla morte, fornendo fondamentalmente due tipi di spiegazioni:

- LE RELIGIONI RIVELATE (soprattutto monoteistiche), sono quelle che spiegano la morte con la promessa di un’esistenza ultraterrena. Fra queste, la religione cattolica sostiene che chi compie buone azioni sulla terra sarà ricompensato con la vita in eterno in un luogo paradisiaco. Colui, invece, che si comporta malvagiamente, dovrà perire all’inferno o, come leggendariamente descrive Dante, in virtù della “legge del contrappasso” patire raddoppiate le medesime offese che ha causato ad altri in vita.

- LE RELIGIONI NON RIVELATE (soprattutto quelle orientali), asseriscono che la vita si concluda in una condizione spirituale, ove regna il nulla assoluto e la pace dei sensi. La dottrina buddista definisce questo stato “Nirvana”. Esso rappresenta il traguardo a cui il karma (l’equivalente del nostro destino) mira durante le continue trasmigrazioni dell’anima nei corpi in cui si reincarna.

L’apprendimento della concezione della morte è un processo che continua lungo tutto l’arco della vita. Tale processo favorisce l’integrazione del Sé e, nondimeno, per essere elaborato necessita di un Sé sufficientemente integrato. Una cattiva o inadatta percezione della morte, così come eventi traumatici o esperienze non adeguatamente metabolizzate, possono essere all’origine di vari tipi di disturbi psicopatologici, (soprattutto nel periodo adolescenziale), o del suicidio.

Ora vedremo come si svolge tale processo nelle varie fasi di sviluppo psicologico e sociale.

La concezione della morte nel bambino e nell’adolescente

Nell’immaginario collettivo il bambino è racchiuso in uno stato di totale e assoluto benessere, impermeabile e incontaminato dalle grandi angosce del mondo adulto, dalle tante difficoltà della vita e fra queste anche la morte.

Tuttavia, questo è solo uno fra i tanti stereotipi, che sono alla base di false induzioni e conseguenti erronei comportamenti. Un bambino che a noi sembra così etereo e pacifico, in realtà, passa attraverso grandi tempeste emotive. Traumi, conflitti, sentimenti ambivalenti si susseguono tumultuosamente, durante l’infanzia. I fondatori della psicoanalisi Freud, Klein, Winnicot, solo per accennarne alcuni, descrivono questa fase di vita come la più importante per lo sviluppo della personalità futura, poiché in essa si combattono le grandi battaglie dell’uomo contro sé e i propri istinti e paure più atroci. L’infante ha un primitivo contatto con il concetto di morte verso la fine del primo anno, in coincidenza con la separazione psicologica dalla madre, poiché esperisce l’equivalenza fra assenza-non esistenza: la madre è separata, quindi, può allontanarsi e scomparire per sempre.

Poco più tardi, il bambino diviene consapevole di possedere una certa dose di controllo su questo evento: se piange la mamma ricompare miracolosamente.

SPECIAL REPORT: il Suicidio

In questo momento, secondo la Klein, il bambino si trova nella posizione maniacale, nella quale vengono attivati meccanismi di difesa psichici chiamati difese maniacali, che servono a negare la propria dipendenza dalla madre, vissuta come frustrante. La morte è ora legata prettamente all’assenza dell’oggetto d’amore e vissuta come un evento reversibile, ossia che si può cambiare con la propria volontà.

Fra i due e i quattro anni, il bambino comincia ad avere paura della propria morte. Non è paura dell’evento reale, ma qualcosa di profondamente connesso ad aspetti preoccupanti del proprio ambiente, come il buio, che può innescare nel bambino angosce arcaiche di abbandono e, quindi, morte; o anche, un sentimento di frustrazione e rabbia nel rapporto con una persona vicina, un fratello o un genitore.

L’idea della morte è ancora quella di un evento reversibile e non universale. Dopo i tre anni viene associata alla violenza, per cui le fantasie di morte iniziano ad essere rivolte a personaggi fantastici o della realtà che sono un polo di attrazione per l’aggressività del bambino: l’orco cattivo della fiaba o la mamma che vieta di giocare nel fango. Se prima il bersaglio era fondamentalmente un oggetto inanimato ora diventa un essere vivente.

Dopo i nove anni l’idea della morte subisce un grande e fondamentale cambiamento: diventa un evento definitivo, universale e irreversibile, perdendo la sua connotazione di fatto transitorio utilizzato spesso come ricatto.

Secondo Piaget, il bambino fra i sette e i dodici anni si trova nel periodo operazionale concreto, che gli permette di applicare un sistema cognitivo-logico per la soluzione dei problemi e intende la morte come un evento possibile, ma non universale e individuale.

Negli anni della preadolescenza l’individuo impara a considerare la morte in maniera più matura, ossia come un evento che causa la cessazione biologica e sensoriale della vita di un essere umano, per cui attribuibile ad una persona diversa da sé.

Nel periodo della latenza e della prima adolescenza comincia a svilupparsi una maggior coscienza della morte come dato di realtà.

Non tutti gli individui però superano adeguatamente e nei tempi giusti le tappe del processo di apprendimento della morte. Alcuni adolescenti continuano a percepire ancora la morte come un evento reversibile.

I fattori che determinano il giusto svolgersi di questo percorso sono, senz’ombra di dubbio, un normale sviluppo cognitivo ed emotivo ed esperienze di vita positive e contenitive per le angosce d’abbandono.

Con il completamento dello sviluppo cognitivo, a causa delle interazioni tra i vari cambiamenti fisici e inter-intrapersonali dell’adolescenza, gli interrogativi sulla morte divengono più oggettivi e profondi. In realtà c’è chi passa il resto della propria vita, tentando di eliminare o dimenticare il profondo senso di vulnerabilità esistenziale che emerge durante questo periodo.

Potremmo chiederci: “che visione ha il suicida della morte”? Sembra, secondo Pfeffer, massima studiosa del problema, che chi decide di togliersi la vita abbia mostrato sin dalla più tenera età uno spiccato interesse rivolto alla propria ed altrui dipartita. Inoltre la loro concezione della morte è piuttosto immatura poiché, nella maggior parte dei casi, i suicidi la percepiscono come un evento reversibile.

L’approccio psicodinamico e in special modo quello psicoanalitico si è occupato ben poco e specificatamente del problema del suicidio. Ciò è piuttosto sorprendente, se si pensa alla grande importanza che questo tipo di comportamento riveste nella vita psichica e nella vita tout court.

Cazzullo, Invernizzi e Vitali ipotizzano che gli psicoterapeuti mostrino una certa riluttanza a parlare del suicidio poiché questo è la manifestazione più lampante del fallimento della loro opera. Tuttavia, gli studi psicodinamici possono e potranno offrire un ricco contributo nel panorama delle conoscenze relative ai processi che muovono il comportamento suicidario, se il loro apporto sarà utilizzato non in maniera dogmatica, ma nell’ambito di una visione olistica e globale dell’individuo.

S. Freud, considerato universalmente il padre della psicoanalisi, tratta marginalmente il fenomeno del suicidio, includendolo a volte come argomento secondario nei suoi più ampi studi sulla psiche e la sua organizzazione. Ciò avviene, per esempio, nel saggio del 1915 “Lutto e melanconia” in cui Freud descrive, con accuratezza, lo stato del lutto. Considerato una reazione alla perdita di un oggetto amato (una persona, ma anche un ideale), viene superato allorquando la libido, ritirata da tale oggetto, viene reinvestita e l’oggetto amato è ricostruito all’interno dell’apparato psichico. A questo stato ne è comparato un altro, potenzialmente patologico, rappresentato dalla melanconia, nella quale l’oggetto perduto può essere anche inconscio. In tal caso è l’Io a sentirsi svuotato e impoverito, dando il via ad una scarica di auto-accusa, che il soggetto riversa su sé con così tanta forza da sentirsi indegno di essere amato. La perdita non è più percepita come riguardante l’oggetto amato, ma l’Io stesso, nonostante che i rimproveri e la rabbia siano in realtà rivolti all’oggetto d’amore esterno (una persona che l’Io dovrebbe amare, ama o ha amato). In altri termini, Freud sostiene che, se prima la libido era investita su un oggetto amato, ora, per di via di qualche delusione o disturbo nella relazione, viene riportata sull’Io con una sorta di regressione narcisistica. Medesimo processo avviene nel suicidio del nevrotico: l’aggressività e gli impulsi omicidi, il cui bersaglio era in origine un oggetto esterno, sono dirottati sul soggetto stesso, tanto che l’Io viene trattato come oggetto. Scrive Freud: “Nelle due situazioni opposte, dell’innamoramento più intenso e del suicidio, l’Io è sopraffatto dall’oggetto seppur in guise completamente differenti”

In “Al di là del principio del piacere” scritto nel 1920, in cui parla fra l’altro delle pulsioni come di istinti primordiali che muovono il nostro comportamento, Freud modifica la sua visione del suicidio.

Secondo Freud esistono pulsioni di vita (Eros) che promuovono la tendenza alla crescita e alla “perfezione” e pulsioni di morte che tendono alla fine dell’esistenza e al ritorno ad uno stato antecedente. Queste pulsioni sono definite inizialmente “pulsioni dell’Io” e differenziate da quelle dell’Eros all’interno di una visione puramente dualistica. Talvolta, operano insieme dando vita ad un rapporto di natura ambivalente con l’oggetto amato, in altri casi, l’una può prevalere sull’altra: è il caso del suicidio in cui a prevalere è la pulsione di morte. In sostanza, il suicidio è interpretato come un atto determinato da una rottura dell’equilibrio tra istinto di vita e istinto di morte, che si risolve con la massiccia e definitiva prevalenza di quest’ultimo.

Parlando del principio del piacere come un processo che mira alla riduzione dello stato di tensione e all’evitamento dei dispiaceri, prescindendo da quelle che sono le esigenze della realtà, Freud scrive:

Sembrerebbe proprio che il principio del piacere si ponga al servizio delle pulsioni di morte, è vero che esso vigila anche sugli stimoli esterni che entrambe le specie di pulsioni avvertono come un pericolo, ma esercita una sorveglianza del tutto particolare sugli incrementi di stimolazione che provengono dall’interno mirando a rendere più difficile il compito dell’esistenza”.

SPECIAL REPORT: il Suicidio

C. G. Jung, è considerato uno dei più grandi successori della scuola freudiana. Egli sostiene che il suicidio si manifesti con particolare frequenza negli estroversi, individui fortemente proiettati all’esterno con un atteggiamento di apparente misconoscimento di sé di fronte all’oggetto, al quale tentano di assimilarsi qualora vengano mortificate le esigenze primitive ed infantili. Ciò avviene nello scenario di un crollo nervoso, nel quale la reazione inconscia blocca quella cosciente e la prima prende un carattere distruttivo, perdendo la sua veste compensatrice tipica dello stato di equilibrio psichico. La rottura dell’armonia fra conscio e inconscio può essere causata da eventi traumatici o psicosi.

Parlando delle differenze fra i sessi, Jung afferma che la parte più profonda dell’individuo sia diversa nell’uomo e nella donna, e contenga gli aspetti tipici dell’altro sesso. Nell’uomo l’anima sarà prevalentemente dominata dal sentimento, al contrario di quello che avviene nella persona (intesa come immagine sociale), dove a farla da padrona è la logica e il raziocinio. Nella donna l’animus è caratterizzato da ponderazione e concretezza. Il mancato riconoscimento di questi aspetti causa grave disarmonia e disequilibrio ai quali l’uomo sarebbe maggiormente incline a rispondere con il suicidio, ma anche con l’alcolismo e altri vizi.

M. Klein parla del suicidio nell’ambito delle sue dissertazioni sulla posizione maniaco depressiva. Questa è quella fase della primissima infanzia, che va all’incirca dai sei mesi ai due anni, nella quale si attivano numerose modificazioni nella psiche. In primo luogo l’infante inizia a vedere la madre come un oggetto intero e separato da sé e a preoccuparsi per aver danneggiato quell’oggetto con i suoi attacchi aggressivi. A queste angosce risponde, prima con le difese maniacali che mirano alla negazione della dipendenza dall’oggetto amato, e poi attraverso modalità riparative fra quali la gratitudine, che interviene dopo l’accettazione di non poter vivere senza l’amore dell’oggetto. Se questa fase, di cui abbiamo appena accennato, non viene superata adeguatamente, si possono instaurare nella vita adulta stati patologici di natura prettamente maniacale, ossessiva o depressiva. In quest’ultimo caso, il profondo senso di solitudine che ad esso si collega può, in condizioni estreme, condurre al suicidio. Si può inoltre verificare, come complicanza, un aumento delle difese proiettive rispetto a quelle introiettive; in altri termini il suicidio potrebbe essere l’espressione di una rabbia narcisistica diretta “su una confusa immagine Sè-oggetto”

D. W. Winnicot sostiene che il suicidio possa manifestarsi come tentativo estremo di difesa compiuto dal falso Sé, al fine di evitare la distruzione del vero Sé.

Il falso Sé ricordiamo essere quella sorta di schermo protettivo, alla cui origine potremmo trovare una madre cosiddetta “non sufficientemente buona”, ossia incapace di presentare al momento e nel modo giusto gli stimoli ambientali al bambino.
Egli sostiene, inoltre, che il suicidio nell’adolescenza può anche essere la manifestazione ed espressione concreta della tematica inconscia della morte.
In taluni casi, si può verificare qualora il soggetto interiorizzi tutto il male del mondo, tutti gli oggetti cattivi proiettando all’esterno quelli buoni, così che consciamente la morte diviene l’unica soluzione possibile.

A. Adler (1958) fondatore della “Psicologia individuale” intende il suicidio come un atto interpersonale, dove il soggetto ferisce se stesso con l’intenzione di punire l’altro, considerato responsabile del senso di insormontabile inferiorità, originato nell’infanzia. La morte volontaria, così come la nevrosi, è un’eccessiva ed immatura risposta alle umiliazioni infantili, alle delusioni e alle frustrazioni.

J. Bowlby ( 1988) elaborò la “teoria dell’attaccamento”, in base alla quale l’individuo è biologicamente destinato a sviluppare legami con i suoi simili, a partire dalla figura materna con la quale instaura il primo legame affettivo che farà da prototipo per le future relazioni. Egli sostiene che il suicidio possa essere compiuto da individui caratterizzati da un “attaccamento non sicuro”, che si origina a partire dalla primissima infanzia, qualora non sia stato possibile sviluppare una relazione di fiducia con la madre, poiché questa non si è dimostrata per il bambino una base sicura ed efficiente.
Il suicidio è considerato da Bowlby come l’estremo tentativo del soggetto di catalizzare l’attenzione del gruppo per ristabilire quei contatti e relazioni mai creati.
I fattori, per cosi dire, predisponenti del suicidio sono identificati dall’autore, sia nella discontinuità e nella carenza delle cure materne, sia nella presenza di stressor psicosociali che enfatizzano la povertà delle basi di attaccamento del soggetto.

Ancora prima, K. Menninger (1938) esaminò il suicidio integrando le proprie idee sull’argomento e attivando una rivisitazione delle teorie freudiane. Nel suo più importante studio, “Man against himself” (L’uomo contro se stesso) egli spiega la psicodinamica dell’ostilità e del suicidio in relazione a tre elementi fondamentali: a-il desiderio di uccidere; b-il desiderio di essere ucciso; c- il desiderio di morire. In ogni suicidio uno solo di questi tre elementi prevale.

Menninger ipotizzò la presenza di diverse forme di condotte suicidarie. Una di queste è il “suicidio cronico”, dove il soggetto mette in atto continuamente comportamenti pericolosi (ad esempio l’abuso di sostanze) che rivelano un latente desiderio di morire. Un'altra forma di condotta suicidaria è il “suicidio focale”, nel quale il soggetto reitera in azioni autodistruttive non letali come, il procurarsi intenzionalmente tagli e lesioni che non condurrebbero comunque alla morte.

N. Tabachnicknel suo celebre saggio “Theories of Self Destruction” (Teorie sulla auto-distruzione) del 1971 rivede il concetto di istinto di morte di Freud.

Egli, inizialmente, definisce il suicidio come ogni attività che, realmente o potenzialmente, sotto il controllo dell’individuo, conduce alla morte. Secondo Tabachnick, nelle condotte suicidarie, l’aggressività che non è ben tenuta sotto controllo dalla libido al servizio del principio di realtà può fissarsi ad un livello primitivo, tanto da non trovare la giusta espressione e quindi rivoltarsi contro il Sé inducendo, appunto, il suicidio.
Tabachnick, fra l’altro, cita nel suddetto articolo Rosembaum, il quale afferma che l’aggressività mal gestita e dirottata all’interno può causare forme di auto-distruzione che vanno dal suicidio alla malattia fisica e aggiungeremmo, anche mentale.
Concludendo, sottolineiamo la ferma convinzione di Tabachnick, secondo il quale a causare tutto questo è il Super Io, che conduce l’Io al suicidio rompendo i legami fra istinto di vita e istinto di morte, facendo sì che il primo, soccomba al secondo.

Nell’ambito delle più recenti teorie delle relazioni oggettuali, N. L. Wade (1987) identifica il suicidio come un modo per risolvere ii problemi legati al processo di separazione-individuazione.

Hendrick (1996) in una profonda revisione della teoria freudiana, afferma che il suicidio è la conseguenza dell’identificazione con un oggetto perduto: “lo scopo del suicidio diventa una fusione primaria e una incorporazione, un modo per sfuggire alla propria aggressività piuttosto che vedere l’aggressività, come autopunizione”.

H. Henseler (1985) avvalla l’ipotesi che il suicidio accada qualora l’individuo tema che sia in pericolo la propria relazione oggettuale narcisistica. Questo tipo di relazione consiste nel “rapporto d’amore del soggetto con un oggetto che egli sceglie inconsciamente sul modello della propria persona” e, in definitiva, l’altro non viene apprezzato per ciò che è veramente, ma per quelle qualità di cui il soggetto si percepisce carente.

A tal proposito P. Crepet (1994) scrive che la relazione narcisistica è caratterizzata da una bassa autostima, che l’individuo cerca di superare attraverso consce o inconsce fantasie di grandezza o attraverso l’affiliazione con partner “potenti”.

Qualora tale rapporto si incrini, il soggetto si sentirà defraudato di ciò che nell’altro lo faceva sentire apprezzabile e amato, avvertendo, oltre ad una ferita nella propria autostima, anche perdita di speranza nel futuro.

A.Pandolfi nella sua recente rassegna (2000) sottolinea un altro aspetto molto importante del suicidio, ossia la fantasia di farsi salvare. Accanto al desiderio di morire, può esistere anche un desiderio di vita che viene, tuttavia, delegato all’altro, investito di aspettative di onnipotenza non realistiche. Questo tipo di fantasia è distinto dall’autrice da quella che è definita la modalità del cry for helping, dove il suicidio è utilizzato come mezzo estremo per essere percepiti nella propria condizione di sofferenza,: una richiesta di aiuto.

In ultima analisi, il suicidio è un atto estremo, dalle estreme conseguenze che in molti casi non si può eludere o evitare, se non prevedendolo, PREVENENDOLO, prestando ascolto ai mille segnali, alle mille avvisaglie che le persone che intendono compierlo, ci inviano, in maniera silenziosa e criptica.

Si lo fanno, ci chiedono aiuto, ci chiedono di fermarli di impedirgli di compiere quell’atto estremo dalle estreme conseguenze, poiché come diceva Oriana Fallaci: “la vita è bella anche quando è brutta!”

BIBLIOGRAFIA

  • P. Crepet Le dimensioni del vuoto: i giovani e il suicidio Ed. Feltrinelli Milano, 1993
  • C.L. Cazzullo, G. Invernizzi, A. Vitali Le condotte suicidarie Ed. USES Torino, 1987
  • P. Crepet, F. Florenzano Il rifiuto di vivere: anatomia del suicidio" 2 ed. Edititori Riuniti Roma, 1998
  • S.Freud Lutto e melanconia (1917), in Opere Vol. 8 Ed. Boringhieri Torino, 1976
  • S. Freud Al di la del principio e del piacere (1921), in Opere Vol.9 Ed. Boringhieri Opere,Vol. 9, Torino 1976
  • M.Klein Il nostro mondo adulto e altri saggi Ed. Psyco Martinelli & C. Firenze 1972
  • M.Klein Il lutto e le sue connessioni con gli stati maniaco-depressivi in Scritti 1921-1958 Boringhieri Torino, 1978
  • D. Winnicot Sviluppo affettivo e Ambiente Ed. Armando Roma, 1970
  • C.G. Jung I tipi psicologici Ed. Universale Bollati Boringhieri Torino, 1969
  • N. Tabachnick “Theories of Self Destruction”, in American journal of psycoanlysis Vol. 32 1971