Sulla paura del diverso

Pubblicato il 11 dicembre, 2019  / Psicologia e dintorni
Diversità

Non intendo parlare delle derive patologiche della paura del diverso, come ad esempio il razzismo e l’omofobia: qui si è già passato il segno; vorrei invece riferirmi alle radici più profonde di un atteggiamento difensivo nei confronti di chi riteniamo, a torto o a ragione, diverso da noi per qualche aspetto.

C’è per ciascuno un momento, a livello evolutivo, in cui il sentimento di esistere - il nucleo più profondo di quella che sarà, molto più avanti, l’identità - è talmente vulnerabile, che qualsiasi esperienza ‘diversa’ da quello che ci attendiamo vi introduce una rottura. Cercherò di chiarire con un esempio: il neonato avverte una vaga sensazione di freddo, e ha bisogno che qualcosa nella realtà si modifichi e vada incontro al suo bisogno; noi diremmo che ha bisogno che un adulto sensibile intuisca il suo disagio, e lo avvolga in una coperta. L’adulto lo sente piangere, ma in quel momento non riesce a essere in sintonia, e confonde il freddo con la fame: gli offre il biberon.

Ora facciamo finta, per capirci, che il neonato sia il freddo, e l’adulto la fame: egli porta qualcosa di diverso rispetto al vissuto del bambino, e a quel punto il sentimento di esistere del bambino subisce un’effrazione. Noi diremmo che ci sono due individui, un neonato e un adulto, con due percezioni differenti di un’unica situazione, rappresentata dal disagio del bambino; quello che accade, invece, è che l’iniziale, vaga percezione di aver freddo del bambino, viene annichilita.

Il neonato continua ad aver freddo, quindi a soffrire, e in più è confuso su ciò che sente: non può pensare ‘mamma, hai capito male, non sono io, questo’. Semplicemente, non sa più chi è.

Non sto dicendo che il bambino non debba incontrare altre realtà rispetto a quella del suo vissuto, ma che se questo avviene sistematicamente a uno stadio di sviluppo assai precoce, una realtà – quella dell’adulto, quella del mondo esterno – finisce per mandare l’altra in frantumi. A volte non è nemmeno il sentire dell’adulto che si contrappone a quello del neonato, ma è la frustrazione del bisogno a configurarsi come una realtà per lui troppo ‘diversa’ o dissonante: per esempio, una coperta che non arriva proprio, o arriva troppo tardi, quando il sentimento di continuità del bambino (la sua temperatura ottimale) è già compromesso; ovvero la temperatura dell’ambiente esterno è la realtà diversa che schiaccia e manda in frantumi quella del neonato. In effetti, ho spesso riscontrato che le persone che non tollerano la frustrazione sono anche quelle più intolleranti del diverso, e le forme dell’intolleranza possono essere assai insidiose.

Ora, se pensiamo che il diverso non è solo colui che differisce per colore della pelle o per orientamento sessuale, ma colui che non è identico a noi, e cioè l’Altro, allora capita sovente che vi sia un’incapacità di cogliere nell’Altro ciò che non rispecchia il nostro bisogno: qui il diverso c’è, ma viene ignorato; oppure il suo essere ‘Altro’ viene colto, e sistematicamente attaccato. In entrambi i casi, abbiamo a che fare con un’identità troppo fragile per poter tollerare l’esistenza di qualcosa di diverso/separato da sé, senza che ciò comporti la temuta distruzione del proprio mondo e del proprio sentire.